"Ci sono libri che si posseggono da vent'anni senza leggerli, che si tengono sempre vicini, che uno si porta con sè di città in città, di paese in paese, imballati con cura, anche se abbiamo pochissimo posto, e forse li sfogliamo al momento di toglierli dal baule; tuttavia ci guardiamo bene dal leggerne per intero anche una sola frase. Poi, dopo vent'anni, viene il momento in cui d'improvviso, quasi per una fortissima coercizione, non si può fare a meno di leggere uno di questi libri di un fiato, da capo a fondo: è come una rivelazione."

Elias Canetti

«Un classico è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire»

(I. Calvino, Perché leggere i classici, def. 6)

venerdì 10 maggio 2013

Incontro con Fulvio Ervas


Ci siamo incontrati
Martedì 14 maggio alle ore 20,30
nella sede della biblioteca 
per confrontarci sulle letture dei libri 
di Fulvio Ervas 
e preparare eventuali interventi per l'incontro con l'autore stesso previsto nell'ambito della rassegna "Un libro per piacere"
per Sabato 18 maggio alle ore 21, 
nell'auditorium G. Gaber.
 






  

 


mercoledì 27 marzo 2013

L'amore fatale di Ian McEwan

Trama (da IBS): 
Un pallone aerostatico plana su un prato verdissimo tra Oxford e Londra. Un uomo anziano cerca di scenderne, ma rimane goffamente impigliato in una fune. Dai quattro angoli del prato corrono verso il pallone imbizzarrito alcuni soccorritori che tenteranno senza successo di trattenerlo. Uno di loro morirà e agli altri resterà il compito impossibile di farsi una ragione di quella tragedia inutile. In particolare, Joe Rose si troverà invischiato in una storia di ossessione amorosa assurda e grottesca, perseguitato da un altro dei soccorritori, Jed Parry, un giovane che, avendo vissuto insieme a lui quell'avventura terribile, si è convinto di doverlo amare e di doverne essere riamato.

La recensione de L'Indice
Recensione de L'indice

recensione di Rognoni, F., L'Indice 1997, n.11

Benché l'amore di cui tratta quest'ultimo romanzo di Ian McEwan sia anche senza dubbio "fatale", il titolo originale, "Enduring Love", porta in tutt'altra direzione. Quella di un sentimento possente ma nient'affatto distruttivo, paziente, che resiste ("endures") al tempo e a ogni tribolazione; e con connotazioni semmai bibliche (Giobbe), piuttosto che elleniche (il fato), quindi romantiche, decadenti, e infine smaccatamente cinematografiche (come in "Attrazione fatale" e nel più opaco "Passione fatale").
Ciò detto (e precisato anche che una traduzione letterale, e altrettanto efficace, probabilmente è impossibile), mi sembra che lo schietto titolo italiano funzioni comunque benissimo: anzi, forse sia addirittura più appropriato del titolo originale, che certo è più bello e ambizioso. Ma anche, temo, assai pretenzioso: troppo impegnativo - ironico e al tempo stesso profondamente "morale" - per una vicenda che vivacchia del proprio intreccio, e tutto il resto che tira in ballo (ed è moltissimo: da Milton e Keats al neodarwinismo, da Lewis Carroll alla nevrosi delle coppie senza figli, al triste e comico tramonto della cultura hippy, ecc.) è soprattutto zavorra.
Appunto quella (la zavorra) che manca al pallone aerostatico della smagliante, e decisamente "fatale", scena iniziale. Cinque uomini vi si aggrappano per trattenerlo a terra, e salvare il ragazzino intrappolato dentro: ma il vento è troppo forte, il pallone si solleva e, uno dopo l'altro, i soccorritori sono costretti a mollare la presa - tutti tranne l'eroico (?) John Logan, che resiste inutilmente finché non è troppo tardi, e in pochi secondo appare come "un rigido bastoncino nero" contro il cielo. "Non ho mai visto una cosa più atroce di quell'uomo che precipitava", commenta Joe Rose, le cui disgrazie sono ancora tutte da cominciare.
E infatti, da qui in poi la storia è quella dell'amore assoluto che Jed Parry, un altro dei soccorritori superstiti, fanatico religioso e visibilmente folle (la diagnosi finale sarà di un'astrusa "sindrome di de Clérambault"), si convince di "ricambiare" per il detto Joe Rose. Il quale, poveraccio, che non è più "gay" di tanti eterosessuali felicemente sposati (cioè forse un filino, e molto molto latentemente), di punto in bianco si ritrova perseguitato da un innamorato tanto dolce quanto implacabile: che lo chiama a notte fonda, gli si piazza davanti a casa, lo sommerge di lettere appassionate di pagine e pagine (e dire che Clarissa, la bella moglie di Joe, studiosa di poesia romantica, darebbe l'anima per scoprire una letterina inedita di Keats all'amata Fanny Branwe...!). Ma Jed è anche astuto e fortunato, e riesce a "isolare" Joe, cioè a sconvolgergli l'esistenza senza che gli altri abbiano il tempo di simpatizzare con lui: la stessa Clarissa, esasperata dalle ossessioni del marito, fa le valige e si trasferisce a casa del fratello (anche lui fresco di separazione), mentre la polizia non ha i motivi né la volontà di intervenire, e si limita a consigliare del Prozac (a Rose, non al matto!). Così che al pacifico Joe non resta che procurarsi una pistola... e meno male che avrà il coraggio di usarla, altrimenti il frangente si sarebbe risolto con molto più sangue di quello che sarà effettivamente versato.
Ci sono almeno altri due colpi di scena dopo la sparatoria (che è dove le storie di "attrazioni fatali" di solito si concludono al cinema), e il romanzo si guadagna un suo sobrio "happy end" per tutti (Jed incluso), l'amore che dura, che resiste, trionfando su quello "fatale" e distruttivo: anche se l'implicazione - a questo punto inevitabile - è che, in amore, fra patologia e normalità, follia e salute, non c'è nessuna vera soluzione di continuità. Così che se, ora della fine, il sacrificio di John Logan (l'uomo che era restato attaccato al pallone) acquista un significato luminoso, anche il delirio di Jed - il terribile solipsismo di quel suo riflessivo "bisogno di abbracciar"mi"" - appare autenticamente liberatorio. E non solo: quasi la "condizione" dei veri abbracci - gli abbracci "a due" (o "a tre" ecc., se dalla coppia si passa alla famiglia) - della gente normale.
È possibile che io sia ingeneroso con questo romanzo di uno scrittore che m'ha sempre interessato, e al quale sono convinto che si debbano alcune delle pagine più belle della letteratura inglese contemporanea, e almeno un piccolo capolavoro ("Il giardino di cemento", Einaudi, 1980, ed. orig. 1978). Ma nell'"Amore fatale" riesco a trovare solo quello che nella scrittura di McEwan mi irrita: la macchinosità, il congegno "troppo" perfettamente oliato, e il compiacimento di chi lo fa funzionare. Tutto mi sembra costruito a tavolino, "voluto", e la ricerca d'ogni singolo effetto e dell'effetto globale è così preoccupata che, inevitabilmente, appare sempre in filigrana; anzi spesso cancella l'immagine rappresentata, come per un eccesso di visibilità - a differenza di "Lettera a Berlino" (Einaudi, 1990, ed. orig. 1989)," L'amore fatale" probabilmente ci guadagnerà sullo schermo. Per non dire dell'opposizione schematica di freddo razionalismo (Joe è un divulgatore scientifico) e primato dell'emozione e della fantasia (Clarissa, l'esperta di Keats), e del suo prevedibile capovolgimento: ma uno stereotipo rovesciato non cambia natura, solo resta a gambe all'aria...!
Sembra che Keats abbia affermato che Newton aveva distrutto la poesia dell'arcobaleno "riducendolo a un prisma colorato"; e qui Joe ha buon gioco a smentirlo dimostrandoci quanto possa essere "poetica" la descrizione "scientifica" di un fiume come un immenso scivolo sinuoso, su cui si rovesciano miliardi e miliardi di luccicanti H2O (p. 257). Ma Keats diceva anche di odiare "la poesia che ha un disegno palpabile su di noi - e se non siamo d'accordo sembra mettersi le mani nella tasca dei calzoni" (lettera a John Reynolds del 18 febbraio 1818), ed è per questa ragione, non perché riscatta la visionarietà della scienza, che - sospetto - "L'amore fatale" non sarebbe piaciuto neppure all'autore della "Belle dame sans merci".

Il confronto: 
L: Il libro non mi è piaciuto molto e non mi sono sentiva molto coinvolta dalla storia. Il protagonista maschile, Joe Rose, è un po’ paranoico, mentre l’uomo di lui follemente innamorato, Jed Parry, è uno squilibrato. Non sono riuscita a comprendere le numerose descrizioni sull’amore in cui l’amore individuale viene paragonato all’amore divino. Dal titolo mi sarei aspettata un amore unico, folle: una passione alla Romeo e Giulietta.
L: McEwan doveva fare il fisico e non lo scrittore: a mio giudizio, non ha un gran talento per la scrittura. Tutta la vicenda ruota attorno al tentativo di un pazzo di convertire Joe all’amore per Cristo. Non è un’attrazione fisica, un amore omosessuale, ma un tentativo malsano di condurre una persona verso l’amore trascendente della fede.
P: Questo libro mi è piaciuto molto per la sua originalità. Mi sono appassionata alla dinamica del rapporto sentimentale di Clarissa e Joe, una passione forte messa a rischio e spezzata dalla perversione di Jed. Clarissa è una donna molto moderna che sa prendere i suoi spazi, mostrando carattere e determinazione. Mi è piaciuto il modo in cui è scritto questo romanzo: molte pagine, infatti, mi hanno incantata, in particolare quelle in cui viene descritta la casa della vedova. Il tema costante è l’incomunicabilità fra le persone: descrive molto bene, infatti, la fatica di comprendere l’altro e di gestire un rapporto di coppia minato da una terza persona. Clarissa, ad un certo punto, lo crede pazzo e pensa che Joe sia vittima delle proprie ossessioni.
M: il libro mi è piaciuto molto, tanto che è stato uno stimolo per leggere altri suoi romanzi. Mc Ewan scrive divinamente, con una precisione calibrata e attenta ai dettagli, si percepisce una solida conoscenza letteraria alle spalle. L’amore tradizionale è messo a confronto con l’amore patologico: Jae attua un’implacabile persecuzione amorosa, finendo nel fanatico- religioso. Quest’uomo è affetto da un raro disturbo mentale, la "sindrome di de Clérambault", che lo porta a credersi ricambiato nonostante tutte le evidenze. Il tema affrontato dall’autore è molto moderno. Infatti, anche nella nostra società si assiste a passioni perverse che portano a fini violente.
M: mi è piaciuto molto. L’incontro iniziale tra i due uomini non è banale, ma racchiude una complessità svelata progressivamente dalla lettura: l’episodio della mongolfiera, con le sue conseguenze tragiche, è galeotto d’amore. E’ incredibile notare l’indifferenza della gente. Infatti, quando entrano due persone mascherate nel ristorante nessuno reagisce e prende posizione.
G: l’inizio mi è piaciuto e, nel complesso, il libro mi ha coinvolto molto. Non mi sono appassionata al personaggio di Clarissa perché non ha sostenuto il compagno, credendolo un pazzo visionario. Lei era attenta ad altro, voleva fare carriera, crescere culturalmente. Il rapporto con Joe sembra essere solo un riempitivo. Le autorità e la polizia sono descritte come entità inefficienti e menefreghiste: se non ci scappa il morto nessuno si interessa.
C: Clarissa forse aveva percepito qualcosa di ambiguo nel suo compagno. L’autore crea una spaccatura tra amore sano e amore malato. Speso l’innamoramento ti spinge a fare gesti che non sono ragionevoli, ma quando sfociano nella violenza l’amore diviene patologia.
M: Parry, secondo me, è un omosessuale. Il fatto che si appigli alla religione rappresenta soltanto un palliativo, una giustificazione per dare un senso al suo amore.

mercoledì 27 febbraio 2013

La variante di Luneburg di Paolo Maurensig

La variante di Lüneburg
Trama(da IBS): Un colpo di pistola chiude la vita di un ricco imprenditore tedesco. È un incidente? Un suicidio? Un omicidio? L'esecuzione di una sentenza? E per quale colpa? La risposta vera è un'altra: è una mossa di scacchi. Dietro quel gesto si spalanca un inferno che ha la forma di una scacchiera. Risalendo indietro, mossa per mossa, troveremo due maestri del gioco, opposti in tutto e animati da un odio inesauribile che attraversano gli anni e i cataclismi politici pensando soprattutto ad affilare le proprie armi per sopraffarsi. Che uno dei due sia l'ebreo e l'altro sia stato un ufficiale nazista è solo uno dei vari corollari del teorema. 

Il confronto:

M: E’ un libro intenso ma triste, soprattutto nella parte finale dove si descrive il lager. Anche se ho visto molti documentari e film incentrati su questo fatto storico e sulle testimonianze di deportati, ogni volta che leggo e ripenso a queste atrocità, sono assalita da rabbia, ansia e tristezza.
L: il gioco degli scacchi rivela l’inferiorità psicologica del maestro Tabor, che nonostante fosse un abile giocatore si sentiva inadeguato perché ebreo. È molto interessante notare come i protagonisti iniziano a giocare da bambini: gli scacchi diventano parte integrante della loro vita, tanto da non riuscire più a distinguere tra partita e realtà.
M: la storia è un po’ macchinosa. Il libro inizia come un giallo, presentando tanti avvenimenti che si incastrano sapientemente tra di loro: dalla storia di Hans raccontata in prima persona a quella di Tabor, dominato dal desiderio di vendetta. Anche se la struttura dell’opera non mi ha molto convinto, il libro mi è piaciuto.
A: è un libro molto bello, di facile lettura ma difficile da discutere perché ricco di pathos e di avvenimenti strazianti. Ci sono delle scene che mi sono rimaste impresse, come quella della partita a scacchi in cui il ragazzo ebreo viene boicottato, vittima innocente del conflitto fra ebrei ed ariani.
P: molto bello, composto con arte e maestria: è un libro che fa riflettere. Mi sono rimaste impresse molte scene, come ad esempio la completa banalizzazione della vita dell’uomo, di cui l’esito di una partita a scacchi poteva decretarne la fine. Il suicidio finale del protagonista, secondo me, è dovuto non al pentimento ma alla paura di essere scoperto. Si percepisce chiaramente una forte componente autobiografica, in quanto soltanto un uomo esperto di scacchi poteva descrivere con così grande perizia ogni particolarità di questo gioco.
E: il libro mi è piaciuto molto, soprattutto per la forte penetrazione psicologica nei caratteri dei personaggi. La variante di Luneburg è un libro incentrato su una partita di scacchi. Il racconto inizia con la morte di Dieter Frisch, un famoso uomo d’affari, ucciso da un colpo di arma da fuoco. L’unico indizio sulla sua morte è una scacchiera di pezze accompagnata da bottoni-pedine con sopra raffigurati i simboli del gioco. La settimana prima di morire Frisch sembrava più agitato e nervoso, tralasciando quella metodicità che da sempre lo contraddistingueva. L’autore svela quello che è successo al protagonista ritornando alla settimana prima della sua morte.
C: Nessuno si è realmente salvato dalle atrocità dei campi di concentramento: anche i sopravvissuti sono in realtà morti dentro, hanno perso la loro essenza, il loro essere uomini e persone con una propria individualità.
R: Maurensig è uno scrittore di spessore: da lui mi sarei aspettato qualcosa di meglio. In alcuni punti si percepisce una scrittura trattenuta, sapientemente calibrata e limata, quasi per rendere la lettura più piacevole. I nazisti vengono ritratti come esseri divini, che tengono in pugno il destino degli internati, hanno il potere di dare vita e morte.
M: Una leggenda racconta che il gioco degli scacchi sia legato a una maledizione: chi ne è troppo coinvolto rischia di perdere la ragione e la vita. Quello che all’inizio sembrava essere un giallo e archiviato come un semplice incidente, è in realtà connesso alla maledizione del gioco che ha legato per la vita i due protagonisti. Fin da adolescenti, i loro padri li avviano al gioco degli scacchi, intravedendo in loro potenziali campioni mondiali. Frish è un personaggio di carattere aggressivo, che vede nel rivale un nemico non solo un avversario di gioco: questa contrapposizione è enfatizzata dal fatto che Frish è un ariano mentre Tabor un ebreo. Il destino li fa incontrare nel campo di concentramento dove Tabor è prigioniero e Frish l’ufficiale che lo costringerà a giocare agli scacchi mettendo in palio la vita dei prigionieri. Finita la guerra le loro strade si dividono pur restando sempre legate agli scacchi.

mercoledì 30 gennaio 2013

Il coraggio del pettirosso di Maurizio Maggiani



Trama (da Feltrinelli editore): . Maurizio Maggiani, che si è rivelato uno dei più autentici 'raccontatori' di storie della narrativa contemporanea, fa muovere il suo protagonista, Saverio, in uno scenario dove la Storia incrocia la memoria e apre verso l'utopia. Dall'immobilità della malattia ( e del malessere) che lo inchioda al letto, Saverio, riafferra il filo perduto della sua esistenza e dei suoi progenitori, e riaggomitola eventi che da Alessandria d'Egitto (città di esuli, di anarchici, di sognatori) lo portano indietro ai fantasmi che allacciano poesia e anarchia. Ma non basta: l'impresa di Saverio impone un ulteriore scarto temporale e lo sbalzare irresistibile sulla pagina di memorie che riaccendono i roghi contro gli eretici nella Lunigiana ribelle del Cinquecento e la violenza dell'imperialismo romano contro il popolo degli Apui. Romanzo di romanzi, saga, cantare, "Il coraggio del pettirosso" è l'omaggio solenne e dolcissimo alla parola dei padri quando tornano ad abbracciarsi, al silenzio dei popoli quando tornano a raccontarsi dentro di noi.

Citazione "Quello del pettirosso è un coraggio umile e testardo come il coraggio di chi dall'incendio della Storia si leva leggero col suo sogno di libertà intatto"

Il confronto
M: Saverio, il protagonista del libro, cerca di dare senso alla propria esistenza intraprendendo un viaggio alla riscoperta delle origini. Dopo aver perso entrambi i genitori, si avventura nel deserto tra paesaggi mozzafiato e luoghi meravigliosi, descritti con minuzia di particolari. La sua casa diviene la natura, trascorre le notti cullato dal cielo e riscaldato dalle stelle. La sua vita è attraversata da brividi di libertà che gli ricordano i racconti del padre, un anarchico libertario. Il desiderio di comprendere le proprie origini nasce dalla scoperta di un libro di poesie di Ungaretti custodito dal padre nel proprio comodino. Da qui si generano gli interrogativi e le domande cui non riesce a dare risposta: come poteva un anarchico amare un autore implicato con il fascismo? Tutto si nasconde nella forza evocativa di quei versi meravigliosi.
In Italia, Saverio incontrerà misteriosamente Giuseppe Ungaretti, che gli consegnerà un antico foglio manoscritto riguardante Pascal, un eretico messo al rogo a Carlomagno.
Il libro è composto da storie un sapiente incastro di storie, che si svolgono in epoche diverse ma che si riconducono tutte al misterioso Pascal.

M: dopo la stasi iniziale, il libro ha iniziato a coinvolgermi e ad appassionarmi. È come se venissero convogliate in un unico romanzo tante storie diverse, legate da un filo conduttore.
A: il libro contiene pagine di alta poesia, soprattutto nelle meravigliose descrizioni della natura e del deserto. Tra i tanti eventi e storie che si incastrano tra loro, rimangono in sospeso, senza una precisa risposta, alcuni elementi: mi chiedo, ad esempio, se il sentimento che lega Saverio a Fatiha sia vero amore o soltanto sesso.
Saverio è il personaggio principale del romanzo; dalle situazioni narrate emerge un individuo molto fragile che non ha la forza necessaria per sostenere il peso della vita. Mi piacerebbe rileggere nuovamente questo libro per comprendere appieno certi passaggi.

L: E’ importante rileggere questo libro: soltanto con una seconda lettura è possibile comprenderne i nessi più profondi, i passaggi più sottili e le problematiche che possono essere attualizzate nella vita di tutti i giorni. Il romanzo è madido di descrizioni meravigliose, in cui la natura assume una posizione di primo piano,
L: E’ fondamentale considerare l’origine dell’autore, che proviene da zone libertarie ed anarchiche. Credo che l’autore si dilunghi molto, ha un modo di scrivere complicato e prolisso. Ho trovato meravigliosi i capitoli in cui è descritto il paese Carlomagno.
C: Anche io ho dovuto rileggere questo libro per capire totalmente tutti i significati nascosti. È un testo estremamente complesso, che procede con ritmo lento a dispetto di quanto ci si potrebbe aspettare dal titolo accattivante. L’autore propone la tematica dell’emigrante, che ricerca le proprie origini: Saverio è, infatti, uno sradicato, non si sente italiano ma nemmeno egiziano. Prevale un senso di inappartenenza, di estraneità a qualsiasi cultura e luogo. Molto interessante la figura femminile, Fatiha, una palestinese che accetta di diventare terrorista per identificarsi in qualcosa, per non essere del tutto sradicata. Mi ricorda molto Shirin, protagonista di Semina il vento di Perisinotto, in quanto anche in questo caso l’integralismo islamico e un atto di violenza terroristica rappresentano l’alternativa in cui ritrovare se stessi.
G: Pascal, secondo me, rappresenta il pettirosso: è colui che affronta la vita con la consapevolezza di cosa potrebbe accadergli.
M: è un romanzo molto poetico, sono rimasta affascinata dalle descrizioni della natura e della forte simbiosi di Saverio con gli elementi naturali. L’apertura mi ha ricordato La coscienza di Zeno. Il protagonista dichiara, infatti, la funzione terapeutica della scrittura, che diviene un potente mezzo di comprensione della realtà.
Il continuo intrecciarsi tra finzione e realtà determina lo smarrimento del lettore, che fatica a comprendere la poliedricità dei significati nascosti nelle pagine di Maggiani. L’autore affida ai libri di Ungaretti un ruolo fondamentale: il poeta è, infatti, colui che innesca in Saverio il desiderio di scoprire le proprie origini, di conoscere i segreti del padre che custodiva gelosamente i libri di un uomo politicamente tanto distante. Ungaretti è amato da tutti indipendentemente dal proprio orientamento politico, riesce a penetrare in ogni anima, affidandogli il suo messaggio. Il porto sepolto rappresenta il tentativo di Saverio di riscoprire se stesso e le proprio origini.

P: Non è un libro che ho interiorizzato, non sono riuscita a sentirmi coinvolta, mi è rimasta una certa amarezza per non aver compreso totalmente certi passaggi. È un romanzo complesso, faticoso, in cui si mescola finzione e realtà, e si intrecciano stili di scrittura completamente diversi.
C: Mi è piaciuta molto la descrizione della natura e delle bellezze floreali del deserto.
E: ho faticato a leggere questo libro, in quanto alcuni punti mi annoiavano. Penso che Saverio sia una persona comune, che cerchi di darsi un’origine, di trovare qualcosa in cui identificarsi. Ha il coraggio di prendere decisioni e di fare cambiamenti. Mi ha ricordato Shirin del libro "Semina il vento" che è costantemente alla ricerca delle proprie radici.



mercoledì 12 dicembre 2012

Fight Club di Chuck Palahniuk



Trama (da IBS): Tyler Durden è un giovane che si trascina in una vita di bugie e fallimenti, disilluso dalla cultura vacua e consumistica che impera nel mondo occidentale. Sua unica valvola di sfogo sono gli incontri clandestini di boxe nei sotterranei dei bar. Tyler crede di aver trovato una strada per riscattare il vuoto della propria vita, ma nel suo mondo non c'è posto per alcuna regola, freno, o limite. 



Citazioni: 
"Quella che vedi al fight club è una generazione di uomini cresciuti da donne."
" Solo distruggendo me stesso posso scoprire il più elevato potere del mio spirito."
" La pubblicità ha spinto questa gente ad affannarsi per automobili e vestiti di cui non hanno bisogno. Intere generazioni hanno svolto lavori che detestavano solo per comperare cose di cui non hanno veramente bisogno".

Il confronto

M.: Il protagonista interpreta il disagio dei giovani in una società improntata sul consumismo e sul raggiungimento di una buona posizione economica, piuttosto che su sentimenti solidali verso il prossimo. Sulla sua vita grava la noia, la ristrettezza delle regole dettate dalla comunità, l’impossibilità di evasione dalla tensione accumulata durante la giornata. Questa situazione gli determina una forte sofferenza d’insonnia e un disagio esistenziale che trova un'apparente calma solo frequentando gruppi d'ascolto per persone affette da mali incurabili. Durante questi incontri serali conosce Maria, che gli fa vivere un nuovo tipo di turbamento: l’amore.
Nei suoi lunghi vagabondaggi notturni incontrerà un amico speciale “Tyler Durden” che lo accompagnerà per tutta la vita. Insieme decidono di aprire un FightClub (palestra di pugilato clandestina) per sfogare la loro rabbia repressa e quella di tutte le persone che si sentono come loro. La violenza gratuita fa da canale liberatorio prima personale e poi sociale:diviene, infatti, un mezzo per rompere le regole di quella società svuotata di principi e spietata con i deboli.


P.: E’ un libro molto originale e ben scritto. Vuole rappresentare la generazione X degli anni 60 che è quella a cui io appartengo. È difficile identificarsi nei temi e nelle problematiche esistenziali proposte: dal nichilismo, alla mancanza di punti di riferimento, alla critica della società.

Avendo visto precedentemente il film mi è mancato il piacere della suspense e della sorpresa finale.
Vi sono molte possibilità di riflessione a partire dall’idea di religione, a Dio, all’assenza di valori in cui credere, al morire per risorgere fino all’autodistruzione finale.


G.: E’ un libro che ho letto con fatica e che non ho compreso totalmente.

A.: Per me la generazione X siamo noi giovani, in quanto vengono rappresentati molti disagi che viviamo quotidianamente. Lo scrittore non è originale nella scelta dell’argomento come si può notare negli altri suoi libri: ad esempio Meno di Zero è un libro per adolescenti che si vogliono ribellare a tutto.
Fight club, secondo me, è stato sopravvalutato. È un libro estremamente maschilista, non portatore di significati costruttivi.

A.: Voglio proporre una riflessione: c’è bisogno di  arrivare alla totale disperazione, di toccare il fondo, di esprimere rabbia e violenza per cambiare un mondo pieno di bugie e fallimenti?  Soltanto dopo il disastro si può risorgere? Non è possibile attivarsi positivamente per costruire qualcosa di buone e concreto?

Ho fatto fatica a leggere questo libro: dalla scena di apertura (raffigurante il protagonista con la pistola in bocca) ho capito che non era il mio genere.
C.: Nel libro ci sono molti spunti interessanti su cui riflettere. Non condivido il nichilismo del protagonista e il tentativo di volersi purificare con la violenza. Nel testo sono presenti molti elementi simbolici: ad esempio quando il protagonista ha picchiato il ragazzo dal bel viso ha manifestato la sua rabbia contro un mondo costruito su cose futili, sull’esteriorità e sul consumismo. Sembra che il dolore sia l’unica cosa autentica e pura.

Noi tutti siamo imprigionati in professioni in cui non ci riconosciamo, ma che esercitiamo per il guadagno che ci consente di essere compratori. Il protagonista prima di morire avrebbe voluto abbandonare il lavoro, distruggendo la società impostata sui falsi valori del denaro e del possesso, ritornando agli elementi essenziali del vivere.
Il libro può essere suddiviso in tre parti:
·      Parte iniziale: fondazione di Fight Club.
·      Parte centrale: organizzazione di attività violente e di incendi.
·      Parte finale:progressiva presa di coscienza di essere sdoppiato e la rivalutazione del sentimento e della donna.
La necessità delle Scimmie spaziali di  sentirsi appartenenti a un gruppo richiama le tematiche presenti in Semina il vento,in cui è molto forte il desiderio di ritrovare le proprie origini e di avere dei punti di riferimento stabili. In particolare  Shirin accetta la religione  mussulmana e le sue regole in quanto unico codice e linguaggio comune del gruppo degli immigrati di seconda generazione.


E.: È un libro molto particolare, ricco di significati simbolici. Mi è piaciuto il finale, in cui il protagonista e Tyler vengono identificati in una sola persona. È costante la presenza del dolore e del desiderio di autodistruzione. Forse la duplicità del protagonista manifesta un desiderio nascosto di ritrovarsi, dandosi un’identità nuova.
 

mercoledì 7 novembre 2012

Semina il vento di Alessandro Perisinotto

Semina il vento Trama(da IBS): Braccio 6, nel reparto di massima sicurezza di un carcere del Nord Italia. Sulle labbra, la dichiarazione di innocenza; tra le mani, il giornale che ritrae in prima pagina il corpo senza vita di sua moglie. Su consiglio del proprio avvocato, Giacomo decide di raccontare la propria vicenda, l'inevitabile serie di eventi che lo ha condotto in quella cella. E così torna all'epoca in cui, per riuscire a sopravvivere a Parigi, alternava il lavoro di curatore di mostre per bambini, a quello di cameriere. Era in quel periodo che aveva conosciuto Shirin. Non l'aveva trovata subito bella, almeno non nel senso consueto del termine; era stato attratto piuttosto dalla storia che i suoi occhi sembravano celare, da quel profondo distacco verso chi le stava accanto, come se per lei la vita vera fosse altrove. Ci sono amori che iniziano all'improvviso, con notti memorabili, il loro invece era nato con la lentezza inesorabile delle cose fatte per durare. L'innamoramento, il matrimonio e poi la decisione che avrebbe cambiato le loro vite per sempre: lasciare Parigi per trasferirsi a Molini, sulle montagne piemontesi, nel paese dove lui era nato. Ma nessun luogo è al riparo dal vento dell'odio, dal fanatismo delle religioni, dall'arroganza del potere, dall'intolleranza strisciante. Così il paradiso aveva cominciato a scivolare verso l'inferno, prima piano, poi sempre più rapidamente, fino ad arrestarsi lì, in quella cella, con il tormento del ricordo d'un amore reso perfetto dalla morte.



Il confronto



M: E’ una storia molto amara, il nucleo centrale del libro non è il progressivo declino della storia d’amore, ma il tarlo dell’intolleranza che si insinua tra i due amanti.
C.: La coppia protagonista, Shirin e Giacomo, è unita da un sentimento fragile e ricerca un’identità nel mondo esterno. L’assenza di dialogo tra i due protagonisti causa conflitti e incapacità di empatizzare con l’altro.
P.: L’espediente narrativo delle foto mi fa rievocare l’arte cinematografica anche se il risultato è un po’ più pesante. Mi è piaciuta molto la descrizione della felicità assoluta dell’innamoramento, al confronto con la quale tutto scade nell’ordinaria felicità. Shirin ha una psicologia labile, fragile, è sempre alla ricerca di radici, di una vita semplice in cui identificarsi. Nel  finale  banalmente colpevolizza la religione e i pregiudizi come causa della propria infelicità, affermando che ”l’ateismo è la sola religione di pace.”
R.: Il messaggio del libro è che l’intolleranza può portare alcune persone a gesti estremi. I due protagonisti non mi sono piaciuti molto: Giacomo è in difficoltà a gestire una donna come Shirin, piena di se stessa ma colta e intelligente. Giacomo è un personaggi deludente, in quanto non difende la moglie contro tutti, ma cade nel pregiudizio.
Mi hanno maggiormente tediato la descrizione delle fotografie e la parte centrale del libro, mentre nel finale la vicenda sembra prendere vita. Nel complesso è una deliziosa storia amorosa.

L.: I personaggi mi sono piaciuti. All’inizio Giacomo appare come un ragazzo timido e imbranato, ancora inesperto delle gioie d’amore. Shirin, invece, seguiva il proprio compagno  restando nell’ombra, sentendosi estranea al club di artisti e geni incompresi dal mondo.
Giacomo ritorna al paese, a Molini, per vivere le antiche tradizioni, per trovare qualcosa in cui credere e identificarsi. L’intolleranza, però, non tarda a insinuarsi nella vita del tranquillo paesino di montagna, come descrive splendidamente l’autore: «Ma il seme dell’odio germoglia nei posti più insospettabili, all’ombra di quello che pare buon senso e invece è solo grettezza e stupidità».Perissinotto mostra come alcune situazioni nascono in sordina ma portano a conseguenze disastrose. Il protagonista si sente in colpa per non aver capito la situazione e il disagio della moglie.

E.:  Il libro mi è piaciuto molto, stupendomi continuamente. Sembra che l’autore voglia ingannare il lettore, facendogli credere che Giacomo sia il vero assassino.
Una figura interessante è quella della madre di Shirin, che fino all’ultimo insinua nel protagonista il dubbio di non aver difeso a sufficienza la moglie, ripetendo queste spietate parole: “Ma tu sei sicuro di aver fatto tutto per lei?”. Il finale del libro mi ha fatto comprendere le difficoltà di difendersi  quando  le  tue idee sono diverse da quelle degli altri.

M.: E’ un libro che spazia all’interno dei sentimenti e delle emozioni, passando dalla rappresentazione dell’amore a quella dell’odio. L’amore fa superare ogni diversità, permettendo di avvicinare persone con culture, origini e religioni diverse. L’odio, invece, accentua le differenze, non permette l’integrazione e rifiutando ciò che non è allineato. La storia d’amore di Shirin e Giacomo è una combinazione meravigliosa di culture, religioni e paesi diversi.
Molini, un piccolo paese di montagna, dà la possibilità ai due giovani protagonisti di ricostruire un passato comune, identificandosi nella cultura e nelle tradizioni locali: Shirin si integra nel gruppo di canto del paese e Giacomo insegna  nella scuola elementare. Qui vivranno il periodo più bello e fecondo della loro vita che culmina nell’unione in matrimonio. Proprio in questa realtà, inizialmente ospitale, conosceranno l’insofferenza e il pregiudizio verso gli stranieri e verso l’impostazione aperta dell’ insegnamento di Giacomo. Questo seme dell’odio porterà Shirin ad avvicinarsi alla cultura islamica che finora non aveva condiviso, staccandosi da Giacomo, ormai incapace di comprenderla.  Il suo avvicinamento al gruppo di giovani islamici le è costato la vita. Nel finale Shirin appare come una persona completamente diversa: non è più una giovane ragazza che non si fa problemi a mostrare la nudità del proprio corpo in spiagge di nudisti, ma diviene vittima dell’intolleranza. Emerge un netto contrasto con la frase pronunciata da Shirin a  Parigi all’inizio del libro: “i musulmani hanno in testa solo il Corano. Vacche, capre e donne per loro è tutto uguale”.“L’unica legge che servirebbe sarebbe quella di vietare di professare qualsiasi religione come ai tempi della rivoluzione”
La vicenda fa comprendere che la fedeltà alle proprie origini non deve mai essere a scapito del mondo e all’autentico incontro con gli altri.

MP. Mi è piaciuta molto la struttura narrativa, in particolare l’alternanza iniziale dei punti di vista tra l’avvocato difensore e il recluso nel carcere, Giacomo Musso. La storia del protagonista, incolpato ingiustamente della morte della moglie, può testimoniare il cattivo funzionamento della giustizia che spesso colpevolizza innocenti. Progressivamente si scopre che Giacomo non è semplicemente accusato di reato passionale, ma anche di essere complice dell’attentato terroristico di Shirin.
La scrittura assume un ruolo fondamentale quale mezzo di espiazione, di scavo interiore e di approfondimento, divenendo l’unica ragione di vita per Giacomo.
Interessante è la considerazione del paese che richiama quella presente in molti libri di Pavese (es. Paesi tuoi, La casa in collina). Emerge il tema delle radici, della necessità di un paese e di una terra d’origine in cui riconoscersi. La duplicità pavesiana di Torino e le Langhe sembra proiettarsi nell’opposizione tra Parigi e Molini. Nel finale emerge, però, l’impossibilità di integrarsi, con il risultato di un forte senso di estraneità, di amarezza e di impossibilità di ritrovare la propria strada.
Un tema caldo, che attraversa tutto il libro, è quello dell’integralismo islamico. Shirin è una donna debole e fragile, cerca forza in altri: prima negli uomini, poi a Molini e nei canti popolari e infine nell’islam.
È alla ricerca di un’origine mancata. I suoi genitori sono islamici e parigini, con mentalità aperta e cosmopolita. È molto interessante la trasformazione della donna: prima ostenta la nudità del corpo e poi si nasconde sotto un burqa. La sua conversione all’islam risulta essere una scelta dettata dall’odio, non da una profonda e sincera conversione.

mercoledì 12 settembre 2012

Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve di J. Jonasson

Trama: Allan Karlsson compie cento anni e per l'occasione la casa di riposo dove vive intende festeggiare la ricorrenza in pompa magna, con tutte le autorità. Allan, però, è di un'altra idea. Così decide, di punto in bianco, di darsela a gambe. Con le pantofole ai piedi scavalca la finestra e si dirige nell'unico luogo dove la megera direttrice dell'istituto non può riacciuffarlo, alla stazione degli autobus, per allontanarsi anche se non sa bene verso dove. Nell'attesa del primo pullman in partenza, Allan si imbatte in un ceffo strano, giovane, biondo e troppo fiducioso che l'attempato Allan non sia capace di colpi di testa. Non potendo entrare nella piccola cabina della toilet pubblica insieme all'ingombrante valigia cui si accompagna, il giovane chiede ad Allan, con una certa scortesia, di vigilare bene che nessuno se ne appropri mentre disbriga le sue necessità. Mai avrebbe pensato, il biondo, quanto gli sarebbe costata questa fiducia malriposta e quella necessità fisiologica. La corriera per-non-si-sa-dove sta partendo, infatti. Allan non può perderla se vuole seminare la megera che ha già dato l'allarme, e così vi sale, naturalmente portando con sé quella grossa, misteriosa valigia. E non sa ancora che quel biondino scialbo è un feroce criminale pronto a tutto per riprendersi la sua valigia e fare fuori l'arzillo vecchietto. Un centenario capace di incarnare i sogni di ognuno, pronto a tutto per non lasciarsi scappare questo improvviso e pericoloso dono del destino.


Citazione: "Quando pensi di non avere tanto tempo puoi permetterti certe libertà"
Breve relazione di Marco                                     
 Arrivare a cento anni (anche se in segreto) è il desiderio di molti, ma la vita moderna, stressante e piena di affanni, concede questo dono soltanto a pochi eletti. Alan è uno di questi: personaggio singolare e stravagante, che ha vissuto una vita avvincente e unica, ricca di vicende incredibili (sono credibili solo nella realtà del romanzo). Fin da ragazzo è indifferente alle cose circostanti e agli eventi umani che un giorno lo coinvolgeranno nelle mirabolanti avventure della vita.
Noi lo conosciamo a partire dal suo centesimo compleanno, quando progetta una fuga dalla terribile infermiera Alice e dalla prigionia del ricovero, per ritrovare la forza e la vitalità del suo mondo fatto di imprevisti.
L’arzillo vecchietto ha avuto la possibilità di conoscere e di stringere legami con i grandi personaggi che governano il mondo, ritrovandosi immischiato nelle più pericolose avventure, trasformandosi talvolta in un divertente agente segreto. Come spesso accade nei romanzi, riesce sempre a superare mille traversie e a uscire incolume dalle più pericolose situazioni, continuando imperterrito il suo interminabile viaggio.
Per alcuni versi può sembrare un personaggio strano, ma, privandolo di tutte le sue movimentate peripezie,si ridurrebbe a essere un comune abitante di un piccolo paesino della Svezia.
Pur non interessandosi di politica e della guerra che dilaga in molti paesi, diventa inconsapevolmente partecipe degli eventi, dando a ogni cosa una svolta diversa e imprevista.
Non si affeziona alla persone, prova indifferenza per le donne, non ha una casa o parenti che lo costringano a fermarsi in un posto: la sua vita è un viaggio continuo, in cui l’unica assillante preoccupazione è di riuscire a rimediare un lauto pasto accompagnato da un buon vino.
Soltanto nel finale si intravede la nascita di quel sentimento meraviglioso che mai conobbe in cento anni: l’amore. Un lieto fine che si accorda con il romantico finale del film.
Anche se tutti i personaggi sono piacevoli, Alan spicca per il suo modo di fare distaccato, ironico e pieno di vita, accompagnandoci con fantasia nella storia del nostro passato,conferendo al romanzo un andamento piacevole e scorrevole.

 Il confronto
 M: È un libro molto divertente. Il personaggio principale, Allan, è spiritoso e simpatico. All’inizio  ha cento anni, ma nel corso della vicenda sembra non avere età.
I poliziotti sono incompetenti e inefficienti, si affannano, più che alla risoluzione del caso, a salvaguardare la propria immagine pubblica. La vicenda è avventurosa e intrigante.

M: È un libro immemorabile. Mi ha irritato il fatto che abbia avuto grande successo e sia considerato un Best Seller.
Qual è il messaggio che trasmette ai lettori? Bere in gruppo? Allan è simile a Forrest Gump (potrebbe essere anche paperino). Non apprezzo i personaggi che non hanno collegamento con la realtà.

P: Non sono riuscita a finire questo libro perché non ha saputo coinvolgermi.
Non avendolo letto integralmente non posso esprimere un giudizio completo. Il messaggio principale, secondo me, è che nella vita finché puoi saltare da una finestra (che in questo caso rappresenta la prigionia del ricovero, ma che può simboleggiare gli ostacoli che quotidianamente incontriamo), c’è sempre una speranza.
Nella vecchiaia il problema più grande è la salute, senza la qualel’uomo perde la propria autonomia, è costretto a dipendere dagli altri, divenendo un soggetto limitato e limitante. Mi ha fatto riflettere la notizia che un uomo di 101 anni si è suicidato a Milano perché non riusciva a praticare attività sportiva. A differenza di Allan non è riuscito a trovare la forza e la speranza per continuare a vivere.
Mi ha ricordato il libro Una  banda di idioti.

M: La lettura è stata molto faticosa e lenta, perché il libro non è riuscito a coinvolgermi e a emozionarmi.
Mi è piaciuta l’alternanza di capitoli che spaziano dall’immediato presente alla giovinezza di Allan. Più proseguiamo nella vicenda, più il protagonista acquista spessore e profondità, dandoci la possibilità di comprenderela grande carica che continua a possedere anche da vecchio.
Sin dalla giovinezza, infatti,è sprezzante del pericolo, riesce sempre a farla franca e a uscire indenne  da  situazioni  paradossali grazie al suo straordinario ottimismo e alla sua audacia.
Si può intravedere  una  riflessione sulla vita nelle case di riposo, dove spesso gli anziani sono costretti a vivere. Anche quando tutto sembra perduto, quando sembrano non esserci aspettative di un futuro migliore, si possono trovare inattese vie di uscita. Lancia, quindi, un messaggio di speranza a coloro che ne sono privi: anche a cento anni è possibile rifarsi una vita, trovando addirittura l’amore.
Il finale aperto sembra prospettare per questo simpatico vecchio una vita lunga, forse eterna.
Mi ha molto divertitola presentazione di una giustizia incompetente, preoccupata soltanto di salvaguardare la propria immagine. Emerge, quindi, una completa assenza di fiducia nel sistema.

G:Mi ha divertito, anche se non è il genere di lettura che prediligo: si adatta all’estate. Mi hanno fatto molto sorridere le incredibili avventure di Allan. Se ne facessero un film, credo che non lo andrei a vedere.

M: È un libro molto divertente. La parte che ho apprezzato di più è quella iniziale, che sembra essere la più realistica.

E: Secondo me questo libro è abbastanza piatto. Interessante, però, l’alternanza tra presente e passato che permette di comprendere pienamente il protagonista e il suo temperamento. Attraversare i cento anni di vita di Allan, contornati da una vasta rassegna di vicende storiche, miè servito come ripasso del nostro passato. È incredibile pensare che, nonostante l’età avanzata, Allan continui a immaginare un futuro senza limiti.
Non ho trovato questo libro umoristico, né ho provato simpatia per il protagonista.

C: Questo libro non andava preso sul serio. Allan non è un personaggio positivo, non ha interessi politici, non esprime mai il proprio interesse per le cose, resta in superficie senza approfondire nulla. L’unica cosa che gli importa realmente è bere acquavite.  Un valore però lo riconosce e lo rispetta sempre: l’amicizia.


( da  La recensione di IBS)
Le pagine dei romanzi e gli schermi cinematografici sono pieni di arzilli vecchietti birichini e imprevedibili. A volte addirittura veri delinquenti, ma quasi sempre raccontati con una vena d'umorismo che ce li rende inevitabilmente simpatici.

Capelli bianchi, schiena incurvata, artrosi, un inizio di demenza senile... tutti elementi che indurrebbero a pensare a un saggio e sedentario uomo (o donna) d'età, al più portato a ripetere sempre i medesimi racconti della gioventù e predisposto a perdere la via di casa. Già, ma non è tutto oro ciò che candidamente riluce.

E non sono tutti "domabili" i teneri vecchietti.

Ne sa qualcosa Alice Englund, la burbera direttrice della casa di riposo in cui soggiorna Allan Karlsson, centenario d'assalto che il giorno del suo compleanno, a pochi minuti dall'inizio dei festeggiamenti, prende la fuga scavalcando il davanzale della sua finestra e arrivando sino alla fermata degli autobus. E non solo. L'occasione fa l'uomo ladro e Allan, prima di salire sul primo autobus in partenza, riesce anche a portarsi via la valigia di un giovane che l'affida a lui per andare alla toilette, certo dell'onestà di un anziano così anziano... Il giovane non è un samaritano ma un membro dell'organizzazione criminale Never Again ("il Real Madrid del crimine") e il vecchio non è esattamente onesto.

Così, trascinandosi dietro la pesante valigia, Allan - che scopriremo aver avuto una vita avventurosa e piena di attività di successo e incontri importanti alla Forrest Gump - prende al volo il primo autobus, per scendere alla stazione per la quale i pochi soldi che si trova in tasca gli consentono di pagare il biglietto. Lì conosce Julius Jonsson, un settantenne solo e male in arnese, che gli offre un ricovero per la notte. Con lui scoprirà il contenuto della valigia e a casa sua arriverà anche il giovanotto che la rivuole assolutamente indietro.

Ma saranno più pericolosi il giovane delinquente o gli innocenti vecchietti?

Da coppia a scalcagnata combriccola il passo è breve e i nostri anziani si troveranno in compagnia di altri personaggi, altrettanto folli.

Un romanzo molto nordico (in alcuni passaggi ricorda la scrittura di autori come Arto Paasilinna - citato nella storia -, Mikael Niemi o Kari Hotakainen) ricco di umorismo e divertimento.

La vita è un'avventura incredibile, piena di incontri strani, importanti e di fatalità.

Così è e sarà per sempre.

Per tutto il tempo in cui la si vive, anche per cent'anni.

A cura di Wuz.it

mercoledì 6 giugno 2012

Furore di John Steinbeck


 Trama: Pubblicato nel 1939, Furore è subito divenuto il romanzo simbolo della Grande Depressione americana. Nell’odissea della famiglia Joad, in penosa marcia, come migliaia e migliaia di americani, è ripercorsa la storia delle grandi, disperate migrazioni interne, lungo la Highway 66, verso lo sfruttamento, la miseria, la fame: un quadro potente e amaro di una dura Terra promessa dove la manodopera era sfruttata e mal pagata, dove ciascuno portava con sé la propria miseria “come un marchio d’infamia".

La citazione: Dove c’è lavoro per uno, accorrono in cento. Se quell’uno guadagna trenta cents, io mi contento di venticinque.Se quello ne prende venticinque, io lo faccio per venti.No, prendete me, io ho fame, posso farlo per quindici.Io ho bambini, ho bambini che han fame! Io lavoro per niente; per il solo mantenimento. Li vedeste i miei bambini! Pustole in tutto il corpo, deboli che non stanno in piedi. Mi lasciate portar via un po’ di frutta, di quella a terra, abbattuta dal vento, e mi date un po’ di carne per fare il brodo ai miei bambini, io non chiedo altro.E questo, per taluno, è un bene, perché fa calare le paghe rimanendo invariati i prezzi. I grandi proprietari giubilano, e fanno stampare altre migliaia di prospettini di propaganda per attirare altre ondate di straccioni. E le paghe continuano a calare, e i prezzi restano invariati.Così tra poco riavremo finalmente la schiavitù.


Il confronto

M: Un libro straziante fin dalle pagine di apertura dove viene presentata la miseria dell’Oklahoma, terra significativamente solcata di cicatrici. Tutto ruota intorno al lungo viaggio della famiglia Joad verso la California in cerca di benessere e di serenità. Questo interminabile percorso si rivelerà, però, estremamente angosciante e pieno di difficoltà: la fame, la miseria, l’assenza di soldi e di rifornimenti di benzina, la continua necessità di pezzi di ricambio per il camioncino, sempre malmesso. Ad ogni pagina il lettore si chiede se i miserabili protagonisti riusciranno ad arrivare a destinazione.

La madre è un meraviglioso personaggio, pieno di forza, calma e decisione. Riuscirà a guidare e a sostenere gli uomini che, costretti ad abbandonare la terra, perderanno la propria identità,diventando deboli e insicuri. Come in Canale Mussolin ila figura femminile è di fondamentale importanza.

Non ho percepito il grande furore che preannuncia il titolo del romanzo. Si tratta, infatti, di una famiglia rassegnata e disperata, nessuno prova indignazione e risentimento nemmeno quando Connie abbandona la moglie incinta, Rosa Tea.

La Terra promessa non realizzerà i sogni di questa famiglia, che lentamente si sgretola sotto gli occhi increduli del lettore. Si conservano sempre, però, la bontà, la generosità e l’altruismo, come testimonia l’immagine finale di Rosa Tea che offre il proprio seno a un povero vecchio per sottrarlo da morte certa. Un ultimo gesto tragico, ma madido d’amore.

L: Una lettura piacevole ma angosciante.
La storia è simile a quella della famiglia Peruzzi in Canale Mussolini, costretta a migrare in cerca di condizioni di vita migliori.

La madre è una figura estremamente realistica, un cumolo di forza, di coraggio e di fede nel futuro. Anche Tom, nonostante i quattro anni trascorsi in carcere, conserva la propria bontà e saggezza, rappresentando un vero cardine per la famiglia Joad. Costituisce, infatti, uno degli unici protagonisti maschili positivi e propulsivi.

Fondamentale è anche il predicatore Casy, con il suo difficile rapporto con Dio, che sacrifica la vita per testimoniare le proprie idee e la necessità di una coalizione contro i potenti.

Grande umanità si percepisce nei brevi soggiorni nei campi profughi, soprattutto nella forte unione tra le donne.

Il libro contiene una profonda riflessione sul futuro: soltanto quando l’io diventerà noi si avrà un mondo migliore.

Molti anni ci distanziano dalla Grande Depressione del 1939, ma nonostante ciò molte delle situazioni narrate si conservano anche nei giorni nostri.

M: Pennacchi dichiara di prendere ispirazione per il proprio romanzo da Furore. Entrambi i libri iniziano, infatti, con un viaggio, ma mentre in Canale Mussolini la storia si svolge in un luogo stanziale, in Furore il vero protagonista è il lungo itinerario verso la salvezza.

Molto interessante è la struttura del libro, che alterna capitoli descrittivi, in cui il lettore è immesso nel vivo della realtà storica del tempo, a capitoli narrativi, che determinano il proseguo della vicenda.

Terribilmente angoscianti sono gli incontri dei californiani con i nuovi arrivati, chiamati dispregiativamente Okies, sui quali riversano tutto il loro odio, i loro timori, il loro desiderio di potere. La situazione narrata è affine ai sentimenti di chiusura e di diffidenza verso le nuove popolazioni immigrate in Italia.

G:Il romanzo rispecchia il nostro atteggiamento verso coloro che arrivano in Italia con i barconi. E’ una guerra fra poveri.

C:Gli Italiani hanno esagerato con il tenore di vita, non riescono a rinunciare a qualcosa, ma sono inglobati nella realtà in cui vivono. È necessaria inoltre una maggiore giustizia sociale. In Italia il costo del lavoro è alto e lavorare è scomodo.

P: Mi è piaciuto molto. Il libro è ricco di riferimenti alla letteratura sudamericana, con un vivo interesse per gli strati sociali più deboli e una denuncia contro gli atteggiamenti utilitaristici ed egoistici dell’uomo.Il tragico atto finale si riconducealle parole della madre: ciò che conta è sopravvivere.

MP: Molto importante è l’evoluzione della figura femminile all’interno del romanzo. Nelle pagine di apertura, infatti, la madre rimane appartata dietro la porta di casa, osservando passivamente le reazioni del marito che apprende la necessità di abbandonare la propria terra per l’imminente arrivo della trattrice. La donna, però, acquista maggiore spessore e forza nel progressivo degenerarsi della situazione. Mentre l’uomo si identifica con il possesso di una terra da coltivare, e senza essa perde la propria ragione d’essere, la donna, ma soprattutto la madre, sa vivere nelle situazioni più difficili e sa rincuorare gli afflitti.

La fame e l’estrema povertà annullano l’importanza degli affetti e degli antichi valori: Connie lascia la moglie incinta con estrema semplicità e disinteresse; i nonni vengono seppelliti con crudezza e senza grande spargimento di lacrime; la famiglia progressivamente si sgretola.

Molto toccante è l’immagine conclusiva di Rosa Tea che offre il proprio seno a un uomo morente, un ultimo tragico gesto, che vuole trasmettere speranza per una rinascita futura.

Tom è un personaggio poliedrico e complesso: è il cardine su cui si regge l’intera famiglia ma è anche colui che ha ucciso, e ha scontato la propria pena in carcere. I suoi gesti sono, però, sempre indotti dalla situazione: la prima volta uccide per autodifesa, per poter sopravvivere, mentre la seconda è una comprensiva reazione all’uccisione dell’amico Casy. I suoi atti sono, quindi, comprensibili all’interno di un complesso di cruda bestialità.

M: Il romanzo contiene storie familiari. La famiglia italiana di quel periodo storico (vedi i Peruzzi di Canale Mussolini) era più numerosa e più unita. In Furore, invece, si assiste alla storia di una famiglia americana che progressivamente perde i propri figli.

E: Dal romanzo emerge un forte senso di umanità, di generosità e di altruismo. Costante è, infatti, l’aiuto delle altre famiglie migranti e la condivisione del poco cibo. È presente, però, anche uno scarso rispetto per la vita, come si può notare nell’atteggiamento di Tom, che non disdegna di uccidere e non si pente dei propri atti.

Entrambi i romanzi (Furore e Canale Mussolini) sono riconducibili ai giorni nostri. In particolare Furore all’attuale situazione degli immigrati.

La madre è una figura centrale, coraggiosa e forte: è colei che dà la giusta spinta alla famiglia, creando nuovi stimoli e motivazioni, talvolta con poco tatto e umanità. Tom è il figlio più affine al questo personaggio, benché in molte situazioni reagisce con violenza (per questo paragonabile allo zio Pericle di Canale Mussolini).

A differenza dei Peruzzi che riescono a mantenersi uniti nelle difficoltà, i Joad non realizzeranno i propri sogni in California e assisteranno al lento sgretolarsi della famiglia, dovuto alla fame e alla perdita della speranza.

Ho intravisto la guerra fra poveri, la difesa del proprio territorio, l’attaccamento al possesso.





mercoledì 18 aprile 2012

Canale Mussolini di Antonio Pennacchi

Trama (da IBS):
Premio Strega 2010. Canale Mussolini è l'asse portante su cui si regge la bonifica delle Paludi Pontine. I suoi argini sono scanditi da eucalypti immensi che assorbono l'acqua e prosciugano i campi, alle sue cascatelle i ragazzini fanno il bagno e aironi bianchissimi trovano rifugio. Su questa terra nuova di zecca, bonificata dai progetti ambiziosi del Duce e punteggiata di città appena fondate, vengono fatte insediare migliaia di persone arrivate dal Nord. Tra queste migliaia di coloni ci sono i Peruzzi. A farli scendere dalle pianure padane sono il carisma e il coraggio di zio Pericle. Con lui scendono i vecchi genitori, tutti i fratelli, le nuore. E poi la nonna, dolce ma inflessibile nello stabilire le regole di casa cui i figli obbediscono senza fiatare. Il vanitoso Adelchi, più adatto a comandare che a lavorare, il cocco di mamma. Iseo e Temistocle, Treves e Turati, fratelli legati da un affetto profondo fatto di poche parole e gesti assoluti, promesse dette a voce strozzata sui campi di lavoro o nelle trincee sanguinanti della guerra. E una schiera di sorelle, a volte buone e compassionevoli, a volte perfide e velenose come serpenti. E poi c'è lei, l'Armida, la moglie di Pericle, la più bella, andata in sposa al più valoroso. La più generosa, capace di amare senza riserve e senza paura anche il più tragico degli amori. E Paride, il nipote prediletto, buono e giusto, ma destinato, come l'eroe di cui porta il nome, a essere causa della sfortuna che colpirà i Peruzzi e li travolgerà.

Le interviste all'autore:

Citazioni:
 ”Ognun elgà le so  rason” 
“Sei quasi perennemente condannato a vivere nel torto, pensando peraltro di avere pure ragione”

Il confronto

M: Mi è piaciuto molto questo libro, in cui emergono alcune iniziative positive di un politico (da ricordare, ad esempio, la bonifica dell’Agro Pontino).

La famiglia Peruzzi è piena di autostima, ha un’alta considerazione di sé. Non si schiera nécon il Duce né contro, non sa niente del regime ed è disinteressata alla politica.

Molto divertenti sono i nomi strampalati dei ragazzi, riconducibili ai nomi inusuali, che leggevo sulle tombe quando andavo con mia suocera al camposanto.

Armida, la moglie di Pericle che seduce il nipote per riacquistare l’amore,è un personaggio stravagante, soprattutto per il suo rapporto con le api.

P: Pennacchi mi ha condotta verso i romanzi sudamericani, non molto realistici e con personaggi un poco improbabili, dandomi la possibilità di comprendere meglio il periodo storico.

La narrazione dà l’idea di racconto orale.

MP: Questo romanzo mi ha dato l’opportunità di approfondire la realtà della bonifica Pontina al di là dell’aspetto politico e delle solite noiose descrizioni dei libri di storia. Mussolini non è caratterizzato in modo negativo, ma, successivamente si è lasciato prendere dal potere. Importante è la forte caratterizzazione dei personaggi, alcuni dei quali risuonano di classicità (uno dei personaggi principali è, infatti, il valoroso Pericle).

Il linguaggio è estremamente colorito, popolare e colloquiale con bellissimi inserti dialettali.

F. : una delle donne Peruzzi dice:” anche noi abbiamo fatto la resistenza” questa frase riassume un po’ quello che per quella gente semplice era la politica, era alla sussistenza che pensavano e non gli interessava quel che succedeva intorno a loro.

A.: mi è piaciuta molto l’imparzialità dell’autore. Ha appoggiato il fascismo. Il passato della nostra storia scritto benissimo con uno studio importante. La storia non la fanno i grandi ma le persone comuni. E’ uno spaccato di vita contadina. Pennacchi ha vissuto per scrivere questa storia. Si sente che lo scrittore è tutto in questo libro. E’ molto fedele alla realtà. Tresigallo, paese del padre di Rossoni, era fascista.

E’ molto denso di avvenimenti, troppo impegnativo.

Sarebbe bello che in parte al testamento le persone lasciassero un memoriale.

M.C..: mi ha ricordato “Cent’anni di solitudine” nel realismo magico (epico). Ci sono elementi del socialismo (la terra ai contadini), il fascio-comunista.

L.: mi ricorda la vita di mio padre e i suoi racconti. Ho rivissuto le mie origini e le mie radici (Castel Mella è un paese contadino). Mi è sembrato molto fresco, molto immediato.

M. R:: Il racconto è condotto da una persona appartenente alla famiglia. Ho riscoperto un’antica storia della mia famiglia che non conoscevo: anche i miei parenti in quel periodo sono migrati nell’Agro Pontino a lavorare per i conti Mazzocchi.

G.: condivido, mi son piaciute molto le scene di vita contadina. Mi ha colpito l’aspetto magico di Armida, una donna forte, selvaggia.