"Ci sono libri che si posseggono da vent'anni senza leggerli, che si tengono sempre vicini, che uno si porta con sè di città in città, di paese in paese, imballati con cura, anche se abbiamo pochissimo posto, e forse li sfogliamo al momento di toglierli dal baule; tuttavia ci guardiamo bene dal leggerne per intero anche una sola frase. Poi, dopo vent'anni, viene il momento in cui d'improvviso, quasi per una fortissima coercizione, non si può fare a meno di leggere uno di questi libri di un fiato, da capo a fondo: è come una rivelazione."

Elias Canetti

«Un classico è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire»

(I. Calvino, Perché leggere i classici, def. 6)

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venerdì 15 marzo 2019

Il simpatizzante di Viet Thanh Nguyen

Ci siamo incontrati

 MERCOLEDI' 27 MARZO
alle ore 20.30 
  
nella sede della Biblioteca Comunale, 
in via Onzato 56 a Castel Mella

 per confrontarci sulla lettura del libro
Il simpatizzante di Viet Thanh Nguyen
edizioni Neri Pozza

http://neripozza.it/libri/il-simpatizzante

È il mese di aprile del 1975 a Saigon. Il mese nel quale la guerra che va avanti da tempo immemorabile ha cominciato ormai a perdere i pezzi. In una villa dalle mura ricoperte di cocci di vetro e di filo spinato arrugginito, il generale capo della Polizia Nazionale del Vietnam del Sud, colto da improvvisa insonnia, vaga tra le stanze con la faccia di un pallore verdognolo. Il fronte settentrionale ha ceduto dinanzi all’avanzata dei Vietcong, gli aerei americani decollano giorno e notte con a bordo donne, bambini e orfani, e l’ordine ufficiale di evacuazione tarda a venire soltanto per evitare la rivolta in città.
A bordo di un C-130, con un volo coperto, il Generale si appresta a raggiungere gli Stati Uniti con la famiglia e parte dei suoi uomini. Ufficiale magro dal portamento impeccabile, il Generale crede in Dio, nella moglie, nei figli, nei francesi, negli americani e… nell’assoluta fedeltà del suo uomo di fiducia, il solo tra i suoi sottoposti ad abitare a casa sua: il Capitano. Non sa che il Capitano è, in realtà, una spia, un dormiente, un uomo con due facce che fotografa in gran segreto ogni rapporto e dispaccio e li invia a Man, suo addestratore tra le fila Vietcong.
Figlio illegittimo di una vietnamita e di un prete cattolico francese, il Capitano ha studiato in un piccolo college della California meridionale, spedito da quelle parti da Man con una borsa di studio e il compito di apprendere la «mentalità degli Stati Uniti», un paese che, ai suoi occhi, si rivela subito cosí scioccamente narcisista da definire tutto «super» (i supermercati, le superstrade, Superman, il Super Bowl ecc.). Animato da un’autentica fede nel comunismo, rientrato in patria, ha sostenuto con tale rigore la sua parte di agente doppiogiochista da risultare insospettabile agli occhi di tutti, anche a quelli di Bon, l’amico di lunga data che è entrato a far parte del famigerato «Phoenix Program» della CIA.
In una Saigon in preda alla confusione, al caos e al terrore, il Capitano, il Generale e un nutrito gruppo di fuggiaschi scappano sotto la tempesta di fuoco dei Vietcong, tra una pioggia di razzi e granate che lasciano sulla pista dell’aeroporto della città i corpi inerti di moglie e figlio di Bon.
Una volta a Los Angeles, nella città del futile mondo del cinema, gli orrori della guerra sembrano lontani. Ma un dilemma atroce attende il Capitano: seguire «le cose che contano», come l’ideologia e il credo politico, oppure lasciare prevalere le «illusioni della giovinezza», salvando la vita a Bon, l’amico con cui ha sigillato un patto di sangue durante l’adolescenza?
Romanzo che offre il ritratto impareggiabile di un «uomo con due menti diverse», di un «rivoluzionario» che dinanzi al terribile esito dei suoi ideali non cessa per questo di «scrutare l’oscurità con pensieri scandalosi, speranze eccessive e sogni proibiti», Il simpatizzante ha riscosso, al suo apparire negli Stati Uniti, l’entusiasmo di critica e pubblico, vincendo il Premio Pulitzer 2016 per la narrativa e figurando come «libro dell’anno» sul New York Times e i maggiori organi di stampa internazionali.

mercoledì 31 gennaio 2018

Il ponte sulla Drina di Ivo Andric

Trama: Alla confluenza di due mondi quello cristiano e quello musulmano sorge Visegrad, in Bosnia, da sempre città di incontro fra diverse razze, religioni e culture. Ed è qui che nel Cinquecento il visir Mehmed-pascià fece erigere un ponte, diventato un simbolo dell'oppressione perché costruito grazie alla fatica e ai sacrifici di molti cristiani, ma anche una testimonianza della fusione di due diversi mondi. Il ponte è il centro del romanzo di Andric: un grande affresco che va dal Cinquecento alla Prima guerra mondiale e che ha per sfondo una Bosnia romantica, con le sue complesse vicende storiche ma anche con i drammi quotidiani degli uomini che vi abitano. Andric si conferma interprete e commosso cantore di questa terra tormentata.  
 

« Di tutto ciò che l’uomo, spinto dal suo istinto vitale, costruisce ed erige, nulla è più bello e prezioso per me dei ponti. I ponti sono più importanti delle case, più sacri perché più utili dei templi. Appartengono a tutti e sono uguali per tutti, sempre costruiti sensatamente nel punto in cui si incrocia la maggior parte delle necessità umane, più duraturi di tutte le costruzioni (…). Diventano tutti uno solo e tutti degni della nostra attenzione, perché indicano il posto dove l’uomo ha incontrato l’ostacolo e non si è arrestato, lo ha superato e scavalcato come meglio ha potuto, secondo le sue concezioni, il suo gusto e le condizioni circostanti (…)» ,  Ivo Andrić


Il confronto
Maddalena: non è certo un libro facile anche perchè ogni personaggio, pur avendo una storia individuale molto ben raccontata, è sviluppato in modo complesso. Mi sono rimasti impressi il visir Sokollu Mehmed Pasha e il suo consigliere Abidaga. Il visir, figura positiva, che ha avuto l'idea di costruire un ponte per unire le due sponde del fiume. Abidaga, invece personaggio negativo, brutale supervisore alla costruzione del ponte che, con profonda crudeltà,  ha esortato il boia a tenere in vita il più possibile, tra atroci sofferenze, un uomo impalato . E' un libro impegnativo, con molti contenuti, molto profondo.



L.: il ponte rappresenta l’unione tra Oriente e Occidente e  tra le varie etnie,  ed è testimone dei vari passaggi epocali. Le porte sono zone d'incontro, dove si fanno affari e si prendono decisioni. In alcuni periodi storici, per esempio quando scoppia la rivolta serba, il loro accesso viene interdetto. In Visegrad esiste la solidarietà: le tre religioni, islam, cattolica ortodossa ed ebrea, che convivono e si aiutano nelle difficoltà. Tra i primi episodi narrati vi è il rapimento dei ragazzi bosniaci, sottratti alle famiglie dagli ottomani per essere convertiti all'islam ed essere utilizzati come giannizzeri. Tra questi spicca la figura di un bambino di dieci anni che subisce la dura sorte del rapimento ma. nonostante ciò, diventerà il visir Sokollu Mehmed Pasha e verrà ricordato per aver fatto costruire il ponte.

Lotika è un personaggio importante, conduce una locanda ed  è capace di curare i suoi clienti. Brava negli affari, rimasta vedova, legge al marito, sulla sua tomba, le quotazioni in borsa. Instancabile lavoratrice, con il guadagno mantiene i suoi parenti ebrei in galizia Nessuno di loro farà la carriera da lei sperata. Un nipote si darà perfino alla politica facendola mormorare: “Non è abbastanza che siamo ebrei ora siamo anche socialisti!.”

Andric è bravo a raccontare la storia dei Balcani e descrive molto bene i personaggi e la loro evoluzione.

M.T.: mi ha colpito il periodo più recente in cui il Paese non si sottrae ai cambiamenti in corso e gli studenti si incontrano sul ponte per discutere di processi in atto. Nel passato più lontano ho trovato significativo, dal punto di vista della convivenza, l’incontro delle quattro autorità del paese (il sindaco, il pope, il rabbino e l'imam) che si riuniscono per discutere della venuta degli austriaci.

F.: lo scrittore ha avuto un'idea geniale: è riuscito a raccontare 400 anni di storia tenendo come riferimento il ponte.

M. F.  la solidarietà fra le religioni non viene mai meno soprattutto nei momenti di difficoltà.

Patrizia: un libro scritto in maniera meravigliosa. Con grande ricchezza di vocaboli racconta la Storia e poi le storie della gente. Mi ha ricordato il romanzo “I fuochi del Basento”, per l’ambientazione popolare ed alcune vicende, e “Siddartha”, per la presenza del fiume come metafora della vita che scorre.
Ho pensato all'impatto che l’istruzione può avere su una comunità ristretta: quando il popolo acquisisce la conoscenza inizia ad occuparsi di politica e nascono sentimenti nazionalisti.

C.: ho sentito in questi giorni alla televisione un’intervista alla docente di  filosofia Laura Boella che ha da poco pubblicato un libro sul concetto di empatia. Ho ricondotto il suo pensiero a questo romanzo, nel quale l’empatia, intesa come il sentire all’unisono, è molto presente. In una comunità multietnica come Visegrad persone di differente cultura e religione avvertivano le  medesime necessità e di fronte alle difficoltà comuni erano in grado di  prendere decisioni che diventavano risolutive. L’empatia è invece quello che manca talvolta alla politica, che non ha la capacità di sentire i bisogni della gente in quanto propri bisogni e quindi di farsene carico.
Nella tragedia di questo popolo ci sono dei momenti in cui è comunque il bene a prevalere. L'umorismo è la chiave per affrontare le difficoltà. Il modus vivendi della comunità di Visegrad, basato sull’immobilismo, la lentezza, la ripetitività è una garanzia per la soluzione dei problemi, piccoli e grandi. Il quotidiano è l’unico tempo esistente, il passato è lontano e non vi è  anticipazione del futuro. Infatti le avvisaglie sull'arrivo degli austriaci o degli ottomani non sono state prese in considerazione e  la vita ha continuato come sempre, fino a quando l’invasione non si è presentata.

G.: mi è piaciuto il clima che si respira. Visegrad è una cittadina abitata da persone semplici, pacifiche, chiuse nel loro microcosmo. Il male arriva, ma sempre da fuori, anche se c'erano dei rancori all’interno. Mi ha ricordato il libro “Cent'anni di solitudine”.

M.R.: tutto il libro è la storia del ponte di Visegrad: questa comunità cresce con il ponte, tutto viene da fuori, gli ottomani, i serbi e poi gli austriaci e non cambia niente fino alla modernità. Quando le autorità vanno a parlare con il generale austriaco questi si comporta da arrogante,  passando dalla porta con l’esercito senza considerare in alcun modo i rappresentanti del popolo, sopraggiunti ad accoglierlo.
Quando è arrivata la grande alluvione non hanno drammatizzato, erano angosciati ma cercavano di contenere le loro paure.

giovedì 4 gennaio 2018

I tempi di Anika di Ivo Andric

"I tempi di Anika", pubblicato nel 1931, è ambientato in un oscuro villaggio bosniaco la cui tranquilla e monotona esistenza viene sconvolta da due eventi inquietanti, tra loro lontani nel tempo. L'improvvisa e inspiegabile follia di un prete, infatti, sembra richiamare quanto successo molti anni prima, ai "tempi di Anika". Ma chi è Anika? Anika è una donna misteriosa, imprevedibile e coraggiosa, capace di esercitare su chi le si avvicina una sorta di magia erotica, ma soprattutto ben determinata a non lasciare che nessuno si impadronisca del suo destino. Nella sua casa appartata, Anika riceve gli uomini e col suo corpo li incanta, concentrando su di sé i sogni, gli odi e i desideri del paese. Ma la sua scelta di vita non la porterà alla felicità. 

«In ogni donna c’è un diavolo che bisogna ammazzare o con il lavoro o con i parti o con tutte e due le cose»


G: Mi è piaciuto molto: lettura veloce e interessante. Il romanzo è imperniato sul senso di colpa e l'autore compie una descrizione minuziosa di stati d'animo. Il finale non l'ho compreso bene: non capisco perchè Anika ha chiamato suo fratello con l'intento di farsi uccidere.



C.: la caratteristica degli scrittori dell'area balcanica, come pure la Anildha Ibrahimi ci ha confermato, è di andare a recuperare le storie del proprio paese, spesso frutto della narrazione orale. Si arriva a parlare di Anika parlando di un tempo più vicino ma che richiama un passato lontano che, tramandato,  è divenuto leggenda.
Ivo Andric ha analizzato la convivenza di popoli di etnie e religioni diverse.


Ma.: Nel libro si narra di  popoli e vicende dove il tempo sembra si sia  bloccato, di convivenze tra varie etnie e religioni. In questo contesto Anika è l'elemento che scombina tutto, si sente diversa, non accettata  e ciò fa scattare nella sua mente un atteggiamento di sfida. Se fosse stata corrisposta da Mihajlo forse sarebbe  stata accettata dalla comunità. Tutti sapevano di questa specie di fidanzamento e, poiché il medesimo non è andato a buon fine, ha dato adito dapprima a maldicenze e in seguito all' isolamento di Anika. Ella voleva vendicarsi di Mihajlo per fargli capire fino a che punto il suo rifiuto l'aveva condotta.
L. :  l'idea che in quel tempo si aveva sulle donne è sintetizzata in questa frase:”o le uccidi di parto o di fatica”. Anika  da brutto anatroccolo qual'era crescendo diventa bellissima. Proviene da una situazione familiare particolare. Nonostante ciò intende conformarsi alla morale della società in cui vive e si apre alla conoscenza di  Mihajlo. Ma il rifiuto di questi alla sua proposta di incontro alla festa del paese da inizio a una serie di relazioni erotiche e la porta a cambiare atteggiamento nella vita e a prostituirsi. Anika intuisce il potere della sua bellezza, dell'erotismo e del carisma che esercita sui poteri politici e religiosi dei maschi. Arriva a definirsi addirittura il capo di tutti e ne dà una dimostrazione ammaliando finanche il governatore che si era recato da lei per cercare di risolvere la questione.

C.: Mihajlo non ha capito la grandezza di Anika perchè era abitato dal senso di colpa. Egli filtrava tutto attraverso gli occhiali neri del suo passato e in particolare dell'episodio in cui, suo malgrado, diventa complice dell'omicidio del marito della sua amante.

L.: In ogni modo, alla fine, i poteri costituiti si riappacificano sempre.

M.: Mi ha colpito il Pope Vujadin: mentre stava diventando pazzo e, rendendendosene conto, cerca di capire se quello che vede è vero o se si tratta solo di sue fantasie.

R.:  Mihajlo alla fine va per uccidere Anika ma è stato preceduto dal fratello.

M.: Non sono d'accordo, per me Mihajlo non voleva uccidere Anika, ma portarla via da quella vita.

C.: Mihajlo va per ucciderla perchè è condizionato nel giudizio di lei dal suo vissuto personale. Egli crede che Anika abbia scelto di fare la prostituta perchè era nella sua natura. Invece è fuori strada. Anika non è crudele e opportunista come la sua ex amante e in fondo sembra dispiaciuta per le sofferenze dei suoi spasimanti. E non è neppure una prostituta perchè si concede solo agli uomini che lei vuole.

P.: si evince la profondità antropologica dal disagio di questa gente.
 

giovedì 3 ottobre 2013

L'Agnese va a morire di Renata Viganò


Ci siamo incontrati
Martedì 29 ottobre 2013
alle ore 20,30 


nella sede della biblioteca

 per confrontarci
sulla lettura di

"L'Agnese va a morire"

 di Renata Viganò

«L' Agnese va a morire è una delle opere letterarie piú limpide e convincenti che siano uscite dall'esperienza storica e umana della Resistenza. Un documento prezioso per far capire che cosa è stata la Resistenza [...].
Piú esamino la struttura letteraria di questo romanzo e piú la trovo straordinaria. Tutto è sorretto e animato da un'unica volontà, da un'unica presenza, da un unico personaggio [...]. Si ha la sensazione, leggendo, che le Valli di Comacchio, la Romagna, la guerra lontana degli eserciti a poco a poco si riempiano della presenza sempre piú grande, titanica di questa donna. Come se tedeschi e alleati fossero presenze sfocate di un dramma fuori del tempo e tutto si compisse invece all'interno di Agnese, come se lei sola potesse sobbarcarsi il peso, anzi la fatica della guerra [...]».

Sebastiano Vassalli


mercoledì 30 gennaio 2013

Il coraggio del pettirosso di Maurizio Maggiani



Trama (da Feltrinelli editore): . Maurizio Maggiani, che si è rivelato uno dei più autentici 'raccontatori' di storie della narrativa contemporanea, fa muovere il suo protagonista, Saverio, in uno scenario dove la Storia incrocia la memoria e apre verso l'utopia. Dall'immobilità della malattia ( e del malessere) che lo inchioda al letto, Saverio, riafferra il filo perduto della sua esistenza e dei suoi progenitori, e riaggomitola eventi che da Alessandria d'Egitto (città di esuli, di anarchici, di sognatori) lo portano indietro ai fantasmi che allacciano poesia e anarchia. Ma non basta: l'impresa di Saverio impone un ulteriore scarto temporale e lo sbalzare irresistibile sulla pagina di memorie che riaccendono i roghi contro gli eretici nella Lunigiana ribelle del Cinquecento e la violenza dell'imperialismo romano contro il popolo degli Apui. Romanzo di romanzi, saga, cantare, "Il coraggio del pettirosso" è l'omaggio solenne e dolcissimo alla parola dei padri quando tornano ad abbracciarsi, al silenzio dei popoli quando tornano a raccontarsi dentro di noi.

Citazione "Quello del pettirosso è un coraggio umile e testardo come il coraggio di chi dall'incendio della Storia si leva leggero col suo sogno di libertà intatto"

Il confronto
M: Saverio, il protagonista del libro, cerca di dare senso alla propria esistenza intraprendendo un viaggio alla riscoperta delle origini. Dopo aver perso entrambi i genitori, si avventura nel deserto tra paesaggi mozzafiato e luoghi meravigliosi, descritti con minuzia di particolari. La sua casa diviene la natura, trascorre le notti cullato dal cielo e riscaldato dalle stelle. La sua vita è attraversata da brividi di libertà che gli ricordano i racconti del padre, un anarchico libertario. Il desiderio di comprendere le proprie origini nasce dalla scoperta di un libro di poesie di Ungaretti custodito dal padre nel proprio comodino. Da qui si generano gli interrogativi e le domande cui non riesce a dare risposta: come poteva un anarchico amare un autore implicato con il fascismo? Tutto si nasconde nella forza evocativa di quei versi meravigliosi.
In Italia, Saverio incontrerà misteriosamente Giuseppe Ungaretti, che gli consegnerà un antico foglio manoscritto riguardante Pascal, un eretico messo al rogo a Carlomagno.
Il libro è composto da storie un sapiente incastro di storie, che si svolgono in epoche diverse ma che si riconducono tutte al misterioso Pascal.

M: dopo la stasi iniziale, il libro ha iniziato a coinvolgermi e ad appassionarmi. È come se venissero convogliate in un unico romanzo tante storie diverse, legate da un filo conduttore.
A: il libro contiene pagine di alta poesia, soprattutto nelle meravigliose descrizioni della natura e del deserto. Tra i tanti eventi e storie che si incastrano tra loro, rimangono in sospeso, senza una precisa risposta, alcuni elementi: mi chiedo, ad esempio, se il sentimento che lega Saverio a Fatiha sia vero amore o soltanto sesso.
Saverio è il personaggio principale del romanzo; dalle situazioni narrate emerge un individuo molto fragile che non ha la forza necessaria per sostenere il peso della vita. Mi piacerebbe rileggere nuovamente questo libro per comprendere appieno certi passaggi.

L: E’ importante rileggere questo libro: soltanto con una seconda lettura è possibile comprenderne i nessi più profondi, i passaggi più sottili e le problematiche che possono essere attualizzate nella vita di tutti i giorni. Il romanzo è madido di descrizioni meravigliose, in cui la natura assume una posizione di primo piano,
L: E’ fondamentale considerare l’origine dell’autore, che proviene da zone libertarie ed anarchiche. Credo che l’autore si dilunghi molto, ha un modo di scrivere complicato e prolisso. Ho trovato meravigliosi i capitoli in cui è descritto il paese Carlomagno.
C: Anche io ho dovuto rileggere questo libro per capire totalmente tutti i significati nascosti. È un testo estremamente complesso, che procede con ritmo lento a dispetto di quanto ci si potrebbe aspettare dal titolo accattivante. L’autore propone la tematica dell’emigrante, che ricerca le proprie origini: Saverio è, infatti, uno sradicato, non si sente italiano ma nemmeno egiziano. Prevale un senso di inappartenenza, di estraneità a qualsiasi cultura e luogo. Molto interessante la figura femminile, Fatiha, una palestinese che accetta di diventare terrorista per identificarsi in qualcosa, per non essere del tutto sradicata. Mi ricorda molto Shirin, protagonista di Semina il vento di Perisinotto, in quanto anche in questo caso l’integralismo islamico e un atto di violenza terroristica rappresentano l’alternativa in cui ritrovare se stessi.
G: Pascal, secondo me, rappresenta il pettirosso: è colui che affronta la vita con la consapevolezza di cosa potrebbe accadergli.
M: è un romanzo molto poetico, sono rimasta affascinata dalle descrizioni della natura e della forte simbiosi di Saverio con gli elementi naturali. L’apertura mi ha ricordato La coscienza di Zeno. Il protagonista dichiara, infatti, la funzione terapeutica della scrittura, che diviene un potente mezzo di comprensione della realtà.
Il continuo intrecciarsi tra finzione e realtà determina lo smarrimento del lettore, che fatica a comprendere la poliedricità dei significati nascosti nelle pagine di Maggiani. L’autore affida ai libri di Ungaretti un ruolo fondamentale: il poeta è, infatti, colui che innesca in Saverio il desiderio di scoprire le proprie origini, di conoscere i segreti del padre che custodiva gelosamente i libri di un uomo politicamente tanto distante. Ungaretti è amato da tutti indipendentemente dal proprio orientamento politico, riesce a penetrare in ogni anima, affidandogli il suo messaggio. Il porto sepolto rappresenta il tentativo di Saverio di riscoprire se stesso e le proprio origini.

P: Non è un libro che ho interiorizzato, non sono riuscita a sentirmi coinvolta, mi è rimasta una certa amarezza per non aver compreso totalmente certi passaggi. È un romanzo complesso, faticoso, in cui si mescola finzione e realtà, e si intrecciano stili di scrittura completamente diversi.
C: Mi è piaciuta molto la descrizione della natura e delle bellezze floreali del deserto.
E: ho faticato a leggere questo libro, in quanto alcuni punti mi annoiavano. Penso che Saverio sia una persona comune, che cerchi di darsi un’origine, di trovare qualcosa in cui identificarsi. Ha il coraggio di prendere decisioni e di fare cambiamenti. Mi ha ricordato Shirin del libro "Semina il vento" che è costantemente alla ricerca delle proprie radici.



mercoledì 6 giugno 2012

Furore di John Steinbeck


 Trama: Pubblicato nel 1939, Furore è subito divenuto il romanzo simbolo della Grande Depressione americana. Nell’odissea della famiglia Joad, in penosa marcia, come migliaia e migliaia di americani, è ripercorsa la storia delle grandi, disperate migrazioni interne, lungo la Highway 66, verso lo sfruttamento, la miseria, la fame: un quadro potente e amaro di una dura Terra promessa dove la manodopera era sfruttata e mal pagata, dove ciascuno portava con sé la propria miseria “come un marchio d’infamia".

La citazione: Dove c’è lavoro per uno, accorrono in cento. Se quell’uno guadagna trenta cents, io mi contento di venticinque.Se quello ne prende venticinque, io lo faccio per venti.No, prendete me, io ho fame, posso farlo per quindici.Io ho bambini, ho bambini che han fame! Io lavoro per niente; per il solo mantenimento. Li vedeste i miei bambini! Pustole in tutto il corpo, deboli che non stanno in piedi. Mi lasciate portar via un po’ di frutta, di quella a terra, abbattuta dal vento, e mi date un po’ di carne per fare il brodo ai miei bambini, io non chiedo altro.E questo, per taluno, è un bene, perché fa calare le paghe rimanendo invariati i prezzi. I grandi proprietari giubilano, e fanno stampare altre migliaia di prospettini di propaganda per attirare altre ondate di straccioni. E le paghe continuano a calare, e i prezzi restano invariati.Così tra poco riavremo finalmente la schiavitù.


Il confronto

M: Un libro straziante fin dalle pagine di apertura dove viene presentata la miseria dell’Oklahoma, terra significativamente solcata di cicatrici. Tutto ruota intorno al lungo viaggio della famiglia Joad verso la California in cerca di benessere e di serenità. Questo interminabile percorso si rivelerà, però, estremamente angosciante e pieno di difficoltà: la fame, la miseria, l’assenza di soldi e di rifornimenti di benzina, la continua necessità di pezzi di ricambio per il camioncino, sempre malmesso. Ad ogni pagina il lettore si chiede se i miserabili protagonisti riusciranno ad arrivare a destinazione.

La madre è un meraviglioso personaggio, pieno di forza, calma e decisione. Riuscirà a guidare e a sostenere gli uomini che, costretti ad abbandonare la terra, perderanno la propria identità,diventando deboli e insicuri. Come in Canale Mussolin ila figura femminile è di fondamentale importanza.

Non ho percepito il grande furore che preannuncia il titolo del romanzo. Si tratta, infatti, di una famiglia rassegnata e disperata, nessuno prova indignazione e risentimento nemmeno quando Connie abbandona la moglie incinta, Rosa Tea.

La Terra promessa non realizzerà i sogni di questa famiglia, che lentamente si sgretola sotto gli occhi increduli del lettore. Si conservano sempre, però, la bontà, la generosità e l’altruismo, come testimonia l’immagine finale di Rosa Tea che offre il proprio seno a un povero vecchio per sottrarlo da morte certa. Un ultimo gesto tragico, ma madido d’amore.

L: Una lettura piacevole ma angosciante.
La storia è simile a quella della famiglia Peruzzi in Canale Mussolini, costretta a migrare in cerca di condizioni di vita migliori.

La madre è una figura estremamente realistica, un cumolo di forza, di coraggio e di fede nel futuro. Anche Tom, nonostante i quattro anni trascorsi in carcere, conserva la propria bontà e saggezza, rappresentando un vero cardine per la famiglia Joad. Costituisce, infatti, uno degli unici protagonisti maschili positivi e propulsivi.

Fondamentale è anche il predicatore Casy, con il suo difficile rapporto con Dio, che sacrifica la vita per testimoniare le proprie idee e la necessità di una coalizione contro i potenti.

Grande umanità si percepisce nei brevi soggiorni nei campi profughi, soprattutto nella forte unione tra le donne.

Il libro contiene una profonda riflessione sul futuro: soltanto quando l’io diventerà noi si avrà un mondo migliore.

Molti anni ci distanziano dalla Grande Depressione del 1939, ma nonostante ciò molte delle situazioni narrate si conservano anche nei giorni nostri.

M: Pennacchi dichiara di prendere ispirazione per il proprio romanzo da Furore. Entrambi i libri iniziano, infatti, con un viaggio, ma mentre in Canale Mussolini la storia si svolge in un luogo stanziale, in Furore il vero protagonista è il lungo itinerario verso la salvezza.

Molto interessante è la struttura del libro, che alterna capitoli descrittivi, in cui il lettore è immesso nel vivo della realtà storica del tempo, a capitoli narrativi, che determinano il proseguo della vicenda.

Terribilmente angoscianti sono gli incontri dei californiani con i nuovi arrivati, chiamati dispregiativamente Okies, sui quali riversano tutto il loro odio, i loro timori, il loro desiderio di potere. La situazione narrata è affine ai sentimenti di chiusura e di diffidenza verso le nuove popolazioni immigrate in Italia.

G:Il romanzo rispecchia il nostro atteggiamento verso coloro che arrivano in Italia con i barconi. E’ una guerra fra poveri.

C:Gli Italiani hanno esagerato con il tenore di vita, non riescono a rinunciare a qualcosa, ma sono inglobati nella realtà in cui vivono. È necessaria inoltre una maggiore giustizia sociale. In Italia il costo del lavoro è alto e lavorare è scomodo.

P: Mi è piaciuto molto. Il libro è ricco di riferimenti alla letteratura sudamericana, con un vivo interesse per gli strati sociali più deboli e una denuncia contro gli atteggiamenti utilitaristici ed egoistici dell’uomo.Il tragico atto finale si riconducealle parole della madre: ciò che conta è sopravvivere.

MP: Molto importante è l’evoluzione della figura femminile all’interno del romanzo. Nelle pagine di apertura, infatti, la madre rimane appartata dietro la porta di casa, osservando passivamente le reazioni del marito che apprende la necessità di abbandonare la propria terra per l’imminente arrivo della trattrice. La donna, però, acquista maggiore spessore e forza nel progressivo degenerarsi della situazione. Mentre l’uomo si identifica con il possesso di una terra da coltivare, e senza essa perde la propria ragione d’essere, la donna, ma soprattutto la madre, sa vivere nelle situazioni più difficili e sa rincuorare gli afflitti.

La fame e l’estrema povertà annullano l’importanza degli affetti e degli antichi valori: Connie lascia la moglie incinta con estrema semplicità e disinteresse; i nonni vengono seppelliti con crudezza e senza grande spargimento di lacrime; la famiglia progressivamente si sgretola.

Molto toccante è l’immagine conclusiva di Rosa Tea che offre il proprio seno a un uomo morente, un ultimo tragico gesto, che vuole trasmettere speranza per una rinascita futura.

Tom è un personaggio poliedrico e complesso: è il cardine su cui si regge l’intera famiglia ma è anche colui che ha ucciso, e ha scontato la propria pena in carcere. I suoi gesti sono, però, sempre indotti dalla situazione: la prima volta uccide per autodifesa, per poter sopravvivere, mentre la seconda è una comprensiva reazione all’uccisione dell’amico Casy. I suoi atti sono, quindi, comprensibili all’interno di un complesso di cruda bestialità.

M: Il romanzo contiene storie familiari. La famiglia italiana di quel periodo storico (vedi i Peruzzi di Canale Mussolini) era più numerosa e più unita. In Furore, invece, si assiste alla storia di una famiglia americana che progressivamente perde i propri figli.

E: Dal romanzo emerge un forte senso di umanità, di generosità e di altruismo. Costante è, infatti, l’aiuto delle altre famiglie migranti e la condivisione del poco cibo. È presente, però, anche uno scarso rispetto per la vita, come si può notare nell’atteggiamento di Tom, che non disdegna di uccidere e non si pente dei propri atti.

Entrambi i romanzi (Furore e Canale Mussolini) sono riconducibili ai giorni nostri. In particolare Furore all’attuale situazione degli immigrati.

La madre è una figura centrale, coraggiosa e forte: è colei che dà la giusta spinta alla famiglia, creando nuovi stimoli e motivazioni, talvolta con poco tatto e umanità. Tom è il figlio più affine al questo personaggio, benché in molte situazioni reagisce con violenza (per questo paragonabile allo zio Pericle di Canale Mussolini).

A differenza dei Peruzzi che riescono a mantenersi uniti nelle difficoltà, i Joad non realizzeranno i propri sogni in California e assisteranno al lento sgretolarsi della famiglia, dovuto alla fame e alla perdita della speranza.

Ho intravisto la guerra fra poveri, la difesa del proprio territorio, l’attaccamento al possesso.