"Ci sono libri che si posseggono da vent'anni senza leggerli, che si tengono sempre vicini, che uno si porta con sè di città in città, di paese in paese, imballati con cura, anche se abbiamo pochissimo posto, e forse li sfogliamo al momento di toglierli dal baule; tuttavia ci guardiamo bene dal leggerne per intero anche una sola frase. Poi, dopo vent'anni, viene il momento in cui d'improvviso, quasi per una fortissima coercizione, non si può fare a meno di leggere uno di questi libri di un fiato, da capo a fondo: è come una rivelazione."

Elias Canetti

«Un classico è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire»

(I. Calvino, Perché leggere i classici, def. 6)

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mercoledì 19 novembre 2025

Il Budda delle periferie di Hanif Kureishi

 

                                             Mercoledì 19.11.2025  ore 20.30

Trama: Praticamente, si tratta di un compleanno di quelli importanti. Sono passati venticinque anni da quando la comparsa sulla scena letteraria del romanzo che avete tra le mani ha rovesciato un bel po' di preconcetti. Cinque lustri sono trascorsi da quando Hanif Kureishi, già candidato all'Oscar per la sceneggiatura di 'My Beautiful Laundrette', ci ha fatto conoscere e praticamente regalato il suo protagonista Karim, diciassettenne, ribelle, spiritoso, mezzo indiano e mezzo no, e 'vero inglese, più o meno' come lui stesso dice. 'Il Budda delle periferie', romanzo d'esordio, racconto di formazione quasi picaresco, documento sociale e politico, e praticamente essenziale abbecedario della cultura pop-rock, con la sua irriverenza e la sua sfrontatezza continua da allora a incantarci. Pochissimi romanzi - con la lettura dei quali siamo in qualche modo diventati diversi e probabilmente migliori - hanno questo potere, di conservare intatta la loro forza e la loro magia nel tempo. Se non lo avete ancora fatto, seguite le avventure e i pensieri di questo ragazzo, che vi trascineranno in un mondo che non conoscete né vi aspettate. Se lo avete già letto, incrociando di nuovo queste righe scoprirete che Karim ha ancora la scandalosa e spregiudicata libertà di allora, e che voi stessi siete cambiati, ma siete ancora quelli che eravate, 'più o meno'.

Il Confronto:

Il budda delle periferie è un libro che ha suscitato reazioni molto diverse all’interno del nostro gruppo di lettura, generando un confronto acceso e partecipato. Ambientato nella Londra degli anni Settanta, il romanzo segue il percorso di crescita di Karim, adolescente di origini indiane, alle prese con una realtà complessa fatta di mescolanze culturali, tensioni sociali, sperimentazioni personali e continue contraddizioni.

Karim è un io narrante costantemente presente, ma non sempre facile da accettare. Molti di noi hanno faticato a empatizzare con lui: è un personaggio che spesso si lascia trascinare dagli eventi, opportunista, poco coerente, incapace di assumere una posizione chiara. Proprio questa sua instabilità, però, sembra essere una scelta consapevole dell’autore, che non costruisce un eroe positivo ma un osservatore immerso nel caos della propria epoca. Più che raccontare una storia lineare, il romanzo restituisce un affresco frammentato degli anni Settanta.

Un aspetto interessante riguarda i personaggi secondari, che sembrano acquisire spessore proprio nel momento in cui escono di scena. Michel scompare e lo ritroviamo famoso, Eva la perdiamo di vista e la incontriamo nuovamente affermata come arredatrice. Al contrario, chi rimane costantemente sulla scena appare spesso meno incisivo, quasi a suggerire che il successo e la realizzazione passino attraverso l’allontanamento più che la permanenza. Questa scelta narrativa ha lasciato in alcuni lettori una sensazione di vuoto e incompiutezza, ma anche la percezione di una coerenza profonda con il clima del periodo raccontato.

Molto forte è stato il coinvolgimento emotivo nei confronti delle figure materne. In particolare, la madre di Karim, lasciata dal marito e poi anche dal figlio, rappresenta una lenta ma reale evoluzione femminile: da una posizione di dipendenza affettiva a una maggiore autonomia, anche lavorativa. Il divorzio dei genitori segna l’inizio della crisi di Karim ed è il vero punto di svolta del romanzo, aprendo una frattura che attraversa tutta la narrazione.

Il libro offre una critica ironica e spesso tagliente della borghesia radical chic e della sinistra dell’epoca. Le classi sociali si mescolano, ma senza un reale superamento delle distanze, e le lotte politiche sembrano spesso portate avanti più dalla borghesia che dal proletariato. Nulla viene completamente salvato, ma nemmeno completamente condannato. L’ironia attraversa anche i rapporti di coppia e le esperienze sessuali, che diventano simbolo degli eccessi, delle contraddizioni e delle sperimentazioni tipiche di quegli anni.

Un altro tema centrale è quello della religione vissuta come moda o strumento. Il buddhismo diventa un accessorio identitario, svuotato di profondità spirituale; l’Islam viene utilizzato dal padre di Jamila per imporre un matrimonio. Anche il richiamo all’India appare più come una tendenza culturale che come una vera ricerca interiore. In questo senso, la religione viene consumata più che vissuta, adattata alle convenienze del momento.

Diversi lettori hanno espresso disagio durante la lettura, definendo il romanzo crudo, a tratti cinico, con esperienze al limite e personaggi spesso sgradevoli. Eppure, proprio questa mancanza di conforto sembra essere uno degli elementi più autentici del libro. L’autore non offre soluzioni né percorsi di redenzione, ma restituisce la confusione, l’inquietudine e l’incompletezza di un’intera generazione.

Nel finale, Karim approda a una carriera da attore di soap opera, conclusione che alcuni hanno letto come una sconfitta, altri come una forma di adattamento. In ogni caso, il romanzo mostra una maturazione limitata ma reale, che va dai diciassette ai vent’anni, senza mai diventare pienamente risolutiva.

Nel complesso, Il budda delle periferie resta un classico del suo tempo: un libro che non cerca di piacere, ma di raccontare. Un romanzo che può lasciare insoddisfatti, infastiditi o distanti, ma che continua a parlare proprio grazie alla sua capacità di cogliere, con ironia e lucidità, le contraddizioni di un’epoca.

giovedì 20 febbraio 2020

La nuova vita di Orhan Pamuk


Ci siamo incontrati
Mercoledì 19 febbraio 2020
alle ore 20,30
nella sede della biblioteca
e confrontati sulla lettura del libro 
La nuova vita di Orhan Pamuk



Osman, un giovane studente universitario, è ossessionato da un magico libro che scava nella pericolosa natura dell'amore e della personalità: trascura la casa e la famiglia, abbandona gli studi. E si innamora della bella Janan, che diventa la sua compagna nella ricerca del significato dei più oscuri segreti di quel libro. Inizia così una straordinaria odissea che trascina la coppia in frenetici viaggi in autubus attraverso il cuore arido della Turchia, in sperdute città di provincia dove il pericolo si annida in ogni strada e dove l'amore non è un rifugio né una garanzia di salvezza

giovedì 24 gennaio 2019

Giobbe: romanzo di un uomo semplice di Joseph Roth

L’opera di Joseph Roth si dispone naturalmente su due versanti: da una parte l’epos del tramonto asburgico, dall’altra quello della dispersione dell’ebraismo orientale. Giobbe è il libro più celebre, più riccamente articolato e più potente che rappresenta questa ‘altra parte’ di Roth. Pubblicato nel 1930 e accolto subito da un successo internazionale, si può dire che questo romanzo equivalga, sul suo versante, alla Marcia di Radetzky, come felice tentativo di narrazione epica, dal respiro vasto e avvolgente, evocatrice dei più minuti particolari e insieme scandita sin dall’inizio come una favola.
Il Giobbe di Roth si chiama Mendel Singer, è un «uomo semplice» che fa il ‘maestro’, cioè insegna la bibbia ai bambini di una cittadina della Volinia russa e ai propri figli: «migliaia e migliaia di ebrei prima di lui avevano vissuto e insegnato nello stesso modo». La sua vita scorre quietamente, «fra magre sponde», ma chiusa in un ordine intatto, fino alla nascita del quarto figlio, Menuchim, che è minorato. Da allora in poi, se «tutto ciò che è improvviso è male», come dice Mendel Singer, molti mali cominciano a sfrecciare sulla sua vita. Dovrà abbandonare la sua terra per andare a New York, in un mondo che gli è totalmente estraneo, e la moglie – ancora una volta un memorabile personaggio femminile –, la figlia e i figli saranno uno dopo l’altro toccati dalla guerra, dalla morte, dalla pazzia. Via via che sprofonda nella solitudine e nella disperazione, il Giobbe di Roth, quest’uomo comune che aveva seguìto nella sua vita l’ordine dei padri senza quasi riflettere, si staglia sempre più grandioso: dopo aver «visto andare in rovina un paio di mondi», si trova sul punto di bruciare i suoi libri sacri perché vuole «bruciare Dio» – e in quel momento raggiunge un’intensità e una essenzialità che sembrano negate per sempre ai consolatori che gli si affannano intorno. Ora soltanto, Mendel diventa veramente un «uomo semplice»: più la vita lo spoglia e lo sradica da tutto, più egli appare fermo, con lo sguardo lucido e una forza segreta di resistenza che gli impediscono di crollare. Una sotterranea corrente vitale lo lega al figlio che era stato dato per perduto: il loro insperato e miracoloso incontro, alla fine, è il ricongiungersi di queste due correnti che hanno continuato a scorrere fra le rovine della morte e dell’esilio, riapparendo sempre, testardamente, come unica risposta agli enigmatici colpi della sventura. Tutto il sapore, l’immenso «pathos», l’antica saggezza e l’indistruttibile forza vitale di una grande civiltà, sempre minacciata e condannata alla dispersione, sembrano concentrarsi nel profondo sonno finale di Mendel Singer, carico del «peso della felicità e della grandezza dei miracoli».

Il confronto
 
M. F. : il problema del male è centrale in tutte le religioni poichè non riusciamo a concepire che il giusto soffra. Lo scrittore trasporta la vicenda di Giobbe, narrata nella Bibbia, in un racconto realistico, legato al momento storico in cui egli vive. La comunità degli ebrei in Russia, pur vivendo in povertà, è inserita in un mondo con regole precise, legate alla religione e alla cultura. Quando Mendel va in America si trova in un quartiere comunque misero ma anche estraneo alla sua tradizione, dalla quale traeva sicurezza. Ora è preso da un senso di estraneità e non capisce cosa gli succede. Egli è tentato di liberarsi dai principi che lo hanno sempre accompagnato ma se perde la fede non sa reagire alle avversità della vita. Né lui né la moglie, quando vivevano nel loro paese, non hanno ottenuto nulla con le loro preghiere ma potevano contare su un universo conosciuto, seppur misero, nel quale erano partecipi. Mendel era un uomo mistico, quando recitava i suoi salmi era sereno.

P.B.: per capire il personaggio di Mendel bisogna rapportarlo alla moglie, la quale ha una fede diversa, non aspetta che qualcosa venga dall'alto, ma reagisce alle avversità. Significativa è la frase di sua moglie Deborah:”Aiutati che Dio ti aiuta. Così sta scritto, Mendel! Tu sai sempre a memoria i versetti sbagliati. Molte migliaia di versetti sono stati scritti, quelli inutili li tieni tutti a mente! Sei diventato così stolto perché insegni ai bambini! Tu dai a loro il tuo po' d'intelligenza e loro ti lasciano tutta la loro stupidaggine. Un maestro sei, Mendel, un maestro!”

L. F. : nella scuola di Mendel lo studio della religione si fondava sulla memorizzazione e sulla ripetizione dei testi sacri. Roth invece è uno spirito eccezionale, è fuori da tutti gli schemi degli scrittori ebrei. Era apertissimo a tutte le culture. Risente del crollo dell'impero Austro-Ungarico poiché fu l'ambiente mitteleuropeo a produrre le eccellenze culturali che ancora riconosciamo.
La figura chiave del romanzo è quella femminile: Deborah è forte, non si arrende, si da da fare perchè vuole avere una speranza. Mendel è un po' apatico: alla fine della sua vicenda dice di aver patito le pene dell'inferno e rapporta Dio al demonio: “il diavolo poiché non è cosi potente come Dio, è meno crudele”. Emerge quindi l'eterno conflitto fra la scienza e la religione.
La vita anche qui è strana: i genitori riescono a far andare il figlio in America per evitargli di partire per la guerra in Russia. Il figlio riesce a trovare in terra straniera la sua strada e la sua identità, al punto di sentire il paese ospitante come sua patria, arruolarsi e per l'America morire.

G. M.: il messaggio che ho colto forte e chiaro è che la fede, per chi ce l'ha, alla resa dei conti porta del bene, ma non ci si può basare solo su quella. E' vero che a Mendel va tutto storto però quello che gli succede, in parte, se l'è voluto. Infatti il suo ultimogenito avrebbe potuto essere curato. Ritengo che la figlia si sia ammalata di sifilide in quanto era una ninfomane. Mendel non poteva accettare il comportamento disinibito di quest'ultima ma tuttavia non le ha detto nemmeno una parola. Non fa niente per evitare che i due figli partano per la guerra: la madre invece cerca di salvarne almeno uno. Alla fine senza più la fede gli rimane solo la rabbia.

M. T.: mi ha sconvolto il fatto che la madre Deborah abbia abbandonato il suo piccolo Menuchim
nonostante il rabbino le avesse garantito che sarebbe guarito.

M.S.: Deborah in America ha ricominciato a vivere, ma non avrebbe dovuto andare via dalla Russia e soprattutto abbandonare il proprio figlio malato. Il finale è in grazia di Dio. Mendel ne avrà anche passate tante ma ha avuto una grande ricompensa : è morto dopo aver ritrovato il figlio che aveva abbandonato, rinfrancato dalla speranza di una guarigione della figlia ricoverata e dal possibile ritorno dalla guerra. dell' altro figlio. Mendel mi ha dato l'impressione di essere una di quelle persone sempre pronte a piangersi addosso. Vede la fortuna degli altri e si lamenta per la sua sfortuna. Intanto aspetta che il frutto gli cada dall'alto. Non puoi incolpare dio se non ti da e glorificarlo quando ti da!

R.R. : Mendel si lasciava vivere, accettava quello che gli veniva dal Signore.

C.D: : il rapporto fra marito e moglie è molto superficiale. E' un amore ben flebile quello tra Mendel e Deborah. Mendel, quando la moglie invecchia, non la desidera più e, poiché è diventata brutta, la detesta: un uomo di fede non dovrebbe arrivare a tanto. Esaurita la passione fisica dovrebbe essere capace dell' amore spirtuale. E' la storia di un uomo semplice che vive in un mondo complicato dall'ignoranza e da un credo religioso ottuso. E' una persona che non sa o non vuole prendere decisioni e pertanto si affida alla provvidenza.

S. : mi sono rimaste impresse due immagini: la prima in Russia quando Mendel camminava svelto per la via nel suo caffettano dalle falde che svolazzando battevano sui gambali; la seconda immagine è in America con lo stesso caffettano gli cadeva rigido sul corpo. Sono l'emblema della sua condizione. In ogni modo il misticismo di Mendel mi lascia un pò perplessa.

E. N.: la componente religiosa non mi appartiene e per questo ho fatto fatica a leggerlo. I personaggi della vicenda, soprattutto Mendel, si aspettavano che tutto piovesse dal cielo. E' stata una fortuna per il piccolo Menuchim essere lasciato alla giovane coppia, che lo ha accudito meglio della propria famiglia,  permettendogli di diventare un grande musicista.