"Ci sono libri che si posseggono da vent'anni senza leggerli, che si tengono sempre vicini, che uno si porta con sè di città in città, di paese in paese, imballati con cura, anche se abbiamo pochissimo posto, e forse li sfogliamo al momento di toglierli dal baule; tuttavia ci guardiamo bene dal leggerne per intero anche una sola frase. Poi, dopo vent'anni, viene il momento in cui d'improvviso, quasi per una fortissima coercizione, non si può fare a meno di leggere uno di questi libri di un fiato, da capo a fondo: è come una rivelazione."

Elias Canetti

«Un classico è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire»

(I. Calvino, Perché leggere i classici, def. 6)


Il critico Lytton Strachey (a destra) prende il tè con Rosamond Lehmann e suo fratello, John Lehman del circolo Bloomsbury : i componenti del celebre circolo letterario inglese che ha contribuito a definire la cultura britannica nel periodo tra le due guerre

martedì 3 febbraio 2026

Bambino di Marco Balzano




Ci incontriamo

mercoledì 25 febbraio 2026 ore 20,30

nella sede della Biblioteca di Castel Mella

per confrontarci sul libro:

"Bambino" di Marco Balzano 




Libro vincitore del Premio Letterario Internazionale Alessandro Manzoni - Città di Lecco al Romanzo Storico 2025
Libro vincitore del Premio Acqui Storia 2025 - categoria Romanzo Storico

Un romanzo palpitante in cui il giudizio – anche di fronte alle azioni più estreme – è sempre fuori scena. Con una scrittura trascinante e tagliente, Marco Balzano torna a indagare il rapporto tra individuo e collettività, tra le scelte personali e i grandi rivolgimenti della Storia. «La vita è aggredire o difendere, distruggere o prendersi cura».

Siamo a Trieste, la guerra è appena finita. Un uomo beve un caffè al bancone del bar. Qualcuno lo chiama, lui si gira ma sente già la canna di una pistola puntata contro la schiena. Tutti lo conoscono come «Bambino»: è stato la camicia nera più spietata della città. «Ho ucciso e fatto uccidere. Ho sempre cercato di stare dalla parte del più forte e mi sono sempre ritrovato dalla parte sbagliata». Una storia veloce quanto un proiettile che attraversa guerre, confini, tradimenti. Come in “Resto qui”, Marco Balzano torna al grande romanzo storico e civile. E lo fa con il suo personaggio più duro, impossibile da dimenticare. Mattia nasce a Trieste nel 1900. La sua infanzia irrequieta, forse, è già un presagio: un fratello che parte per l’America, un amico che presto lo abbandona. Quando scopre che la donna che lo ha cresciuto non è la sua vera madre, dentro di lui qualcosa si spezza e nel petto divampa un fuoco freddo che non saprà mai domare. L’ingresso tra le file degli squadristi è una conseguenza quasi naturale. Nonostante il soprannome che gli hanno affibbiato per il suo viso da fanciullo, «Bambino», Mattia ostenta una ferocia da boia. Ma prima ancora dell’ideologia, prima della violenza e della brutalità antislava, il motivo per cui indossa la camicia nera e batte palmo a palmo le terre contese è la speranza di ritrovare quella madre senza nome né volto. La ricerca di una donna che non ha mai conosciuto diventa il senso di tutto. Suo padre, un vecchio orologiaio sicuro che le persone si possano riparare come gli ingranaggi, è l’unico a conoscere la verità ma la tiene sigillata in un silenzio blindato quanto una cassaforte. Nella frontiera d’Italia più dilaniata, la vita di Bambino scivola su un piano inclinato: ogni giorno una nuova spedizione, un nuovo assalto, una nuova rapina. E poi, tutto d’un fiato, lo scoppio della guerra, i nazisti in città, l’occupazione jugoslava di Trieste, le foibe. Un’esistenza vissuta da cane sciolto, scandita da un implacabile conto alla rovescia.


mercoledì 21 gennaio 2026

Norwegian Wood (Tokyo Blues) di Murakami Haruki

 

Ci siamo incontrati

mercoledì 21 gennaio 2026 ore 20.30 

nella sede della biblioteca di Castel Mella

per confrontarci sulla lettura del libro:

"Norwegian Wood" di Murakami Haruki




Un grande romanzo sull'adolescenza, sul conflitto tra il desiderio di essere integrati nel mondo degli «altri» per entrare vittoriosi nella vita adulta e il bisogno irrinunciabile di essere se stessi, costi quel costi.

«La costruzione della scrittura di Murakami è così impalpabile e squisita che ogni cosa egli scelga di descrivere vibra di potenzialità simbolica: una camicia stesa ad asciugare, dei ritagli di carta, un fermafoglio a forma di farfalla» – The Guardian

Uno dei più clamorosi successi letterari giapponesi di tutti i tempi è anche il libro più intimo, introspettivo di Murakami, che qui si stacca dalle atmosfere oniriche e surreali che lo hanno reso famoso, per esplorare il mondo in ombra dei sentimenti e della solitudine. Norwegian Wood è anche un grande romanzo sull'adolescenza, sul conflitto tra il desiderio di essere integrati nel mondo degli «altri» per entrare vittoriosi nella vita adulta e il bisogno irrinunciabile di essere se stessi, costi quel costi. Come il giovane Holden, Toru è continuamente assalito dal dubbio di aver sbagliato o poter sbagliare nelle sue scelte di vita e di amore, ma è anche guidato da un ostinato e personale senso della morale e da un'istintiva avversione per tutto ciò che sa di finto e costruito. Diviso tra due ragazze, Naoko e Midori, che lo attirano entrambe con forza irresistibile, Toru non può fare altro che decidere. O aspettare che la vita (e la morte) decidano per lui. Murakami Haruki in uniform edition Super ET, con le copertine di Noma Bar e nota dell'autore.

Il confronto del gruppo di lettura di Castel Mella

L’incontro del gruppo di lettura di Castel Mella dedicato a Norwegian Wood ha messo in luce, forse più che in altre occasioni, quanto uno stesso libro possa essere vissuto in modo diverso a seconda dell’età, dell’esperienza personale e del momento della vita in cui lo si legge o rilegge.

Per molti partecipanti il sentimento dominante del romanzo è stata la tristezza, una tristezza continua che accompagna il lettore dall’inizio alla fine. È emerso con forza il tema del passaggio doloroso dall’adolescenza all’età adulta: una fase fragile, segnata da smarrimento, silenzi, incapacità di comunicare davvero con gli altri. Alcuni hanno sottolineato come Toru Watanabe sia un protagonista distaccato, che parla poco, osserva molto e sembra vivere gli eventi quasi in terza persona, senza una vera partecipazione emotiva.

Il personaggio di Toru ha diviso il gruppo. C’è chi lo ha definito scialbo, ignavo, senza spessore, un semplice sfondo su cui Murakami fa emergere gli altri personaggi; e chi invece ha visto in lui una figura coerente, fedele a se stessa, capace di accogliere gli altri senza mai perdere la propria identità. Per alcuni Toru è uno “specchio”, un tramite che incarna e riflette le persone che incontra, senza mai sovrastarle.

Molto intenso è stato il confronto sui personaggi femminili. Naoko è stata letta come una figura profondamente fragile, segnata da una forte repressione sessuale e da un disagio mentale che la porta progressivamente fuori dalla realtà. Alcuni interventi hanno sottolineato come la sua incapacità di vivere una sessualità serena finisca per far soffrire non solo lei, ma anche gli uomini che le stanno accanto. Midori, al contrario, è apparsa a molti come l’emblema della vitalità: eccessiva, provocatoria, diretta, con una grande forza di attaccamento alla vita. La contrapposizione tra Naoko e Midori è stata letta come una scelta simbolica tra morte e vita, tra chi si ritrae e chi invece si espone fino in fondo.

Il tema della sessualità ha suscitato sorpresa e discussione. Diversi lettori non si aspettavano una tale libertà di costumi nel Giappone degli anni Sessanta. Alcuni hanno trovato il sesso descritto in modo troppo realistico o disturbante, altri lo hanno considerato naturale, privo di tabù e coerente con un contesto culturale in cui la repressione quotidiana convive con una letteratura e un cinema molto spinti. È emersa anche una riflessione sulla differenza tra uomini e donne nel vivere il tradimento, il possesso e il desiderio, oltre al peso del ceto sociale nelle relazioni.

Un tema centrale del confronto è stato quello della morte e del suicidio, molto presenti nel romanzo. I suicidi – spesso privi di spiegazioni chiare – hanno lasciato in molti un senso di sospensione e disagio. Per alcuni questa mancanza di risposte è una scelta precisa dell’autore, che lascia volutamente dei vuoti; per altri è una debolezza narrativa. È stato però condiviso che, nel mondo di Murakami, la morte non è un evento eccezionale ma una componente costante della vita, verso cui i personaggi sono stranamente attratti.

Interessante anche la riflessione sul disagio mentale. La clinica, la routine quotidiana, i gesti ripetuti sono stati visti da alcuni come un modo per restare ancorati alla realtà, da altri come una forma di immobilità che non cura davvero. È emersa l’idea che non si tratti di “aggiustare” le persone, ma di convivere con le proprie alterazioni, riconoscendo che la normalità è un concetto fragile.

Dal punto di vista stilistico, diversi partecipanti hanno definito Norwegian Wood un romanzo molto occidentale, vicino al modello del romanzo americano, ricco di riferimenti musicali e con una scrittura scorrevole. Le descrizioni – della natura, dei cibi, dei paesaggi – sono state apprezzate per la loro forza sensoriale e per la capacità di creare immagini quasi pittoriche. Altri, invece, lo hanno trovato lento o pesante, pur riconoscendone la qualità stilistica.

Infine, è emersa una riflessione condivisa: Norwegian Wood è un libro che cambia a seconda dell’età in cui lo si legge. Alcuni lo avevano amato profondamente da giovani e lo hanno ritrovato diverso, meno travolgente, ma comunque significativo. Altri non sono riusciti ad amarlo, pur riconoscendone il valore. In ogni caso, il romanzo ha stimolato un confronto ricco e autentico, confermando la sua capacità di mettere il lettore di fronte a temi universali come la perdita, la fragilità e la scelta – mai semplice – di restare attaccati alla vita.


venerdì 19 dicembre 2025

Tutto per i bambini di Delphine De Vigan

 

 
Trama: Parigi, 2019. Moglie e madre modello, Mélanie gestisce un canale YouTube che ha milioni di iscritti, Happy Récré, interamente dedicato ai suoi figli, Sam e Kim, di otto e sei anni. I bambini si esibiscono in una recita ininterrotta davanti alla telecamera: Mélanie ha trasformato le loro identità in un bene di consumo. Ma un giorno i riflettori di Happy Récré fanno cortocircuito. Kim è scomparsa. In questo nuovo, acclamatissimo romanzo Delphine de Vigan si avventura con coraggio nell'universo tanto complesso quanto affascinante dei social network, restituendo il ritratto di una società – la nostra – in cui non c'è niente che non possa essere messo in scena e in vendita. Persino, e soprattutto, la felicità.

Primi anni Dieci del Duemila. Mélanie, che è cresciuta davanti allo schermo della televisione, ipnotizzata dai reality e dalle loro promesse di notorietà, ha un solo obiettivo nella vita: diventare famosa. Quando supera le selezioni per un nuovo show – seppur non tra i piú noti – Mélanie è al settimo cielo. Ma quell'unica esperienza si rivela disastrosa. Il segno del fallimento è una ferita che non si rimargina. 2019. Moglie e madre modello, Mélanie vive in un lussuoso complesso residenziale nei sobborghi di Parigi e ha creato un canale YouTube di grande successo, Happy Récré, interamente dedicato alla vita quotidiana dei suoi figli, Sam, di otto anni, e Kim, di sei. La formula di Mélanie ha conquistato la rete: il prodotto di quest'anonima madre intraprendente è seguito, ammirato, amato da milioni di iscritti. Sponsor, promozioni, campagne: i bambini si prestano alle richieste delle aziende che passano per il filtro materno; Sam e Kim vivono una recita ininterrotta e le loro identità sono ormai un brand. Ma un giorno i riflettori del mondo di Mélanie fanno cortocircuito: Kim è scomparsa. Della squadra di polizia che conduce le indagini fa parte la giovane Clara, che si appassiona subito al caso. La piccola Kim ha lasciato poche tracce: incontro sbagliato, fuga, rapimento? Non si può scartare nessuna ipotesi, e Clara sospetta che la chiave di tutto sia nascosta dietro le quinte di Happy Récré. Scavando nell'universo dei baby influencer, Clara si rende conto allora che la felicità esibita dagli schermi è un'ingannevole illusione. Perché la realtà in cui si muovono i piccoli Sam e Kim, piú che al regno fatato descritto da Mélanie, assomiglia a un vero e proprio inferno autorizzato.

Il confronto: 

Quando l’amore diventa esposizione

Nel nostro ultimo incontro del gruppo di lettura abbiamo discusso Tutto per i bambini di Delphine de Vigan, un romanzo che ha suscitato reazioni forti, a tratti contrastanti, ma quasi sempre attraversate da un senso di inquietudine profonda. È un libro che parla di futuro, ma soprattutto di presente: di social network, visibilità, solitudine e del modo in cui gli adulti proiettano sui figli i propri vuoti.

Molti di noi hanno avuto la sensazione di leggere un reportage, più che un romanzo tradizionale. Lo stile asciutto e cronachistico rimanda a fatti reali, a episodi che potrebbero appartenere alla cronaca di oggi. L’ambientazione nel 2031 non appare come un salto fantascientifico, ma come una naturale estensione del mondo che già conosciamo.

Al centro della storia c’è una madre che, non riuscendo a realizzare il proprio desiderio di fama, finisce per trasferirlo interamente sui figli. La sua è una carenza affettiva profonda, che affonda le radici nell’infanzia: una vita vissuta senza sentirsi amata, senza essere vista. I social diventano per lei uno spazio di compensazione, un luogo in cui cercare quell’amore che non ha mai ricevuto. Ma il bisogno di approvazione si trasforma presto in dipendenza, e la linea tra cura e sfruttamento si spezza.

È emersa con forza l’idea che questa madre non si renda conto del male che provoca, nemmeno quando marito e figli la abbandonano. Continua a mostrarsi, truccata e sorridente, perché crede di essere amata dai follower. Una frase del romanzo ha colpito particolarmente: per lei è più importante essere amata da chi la segue online che dalla propria figlia. Un’affermazione giudicata da molti tristissima, ma anche terribilmente vera.

I figli, infatti, pagano il prezzo più alto. Uno riesce a sganciarsi e a cercare il proprio destino, l’altro rimane intrappolato nel meccanismo, fino ad ammalarsi. È stato sottolineato come i bambini dovrebbero fare i bambini, e non diventare contenuti. La domanda che aleggia è inquietante: che adulti diventeranno?

Accanto alla figura della madre si staglia quella della poliziotta, l’altra protagonista del romanzo. Le due donne si contrappongono, ma anche si riflettono. Da una parte l’assenza totale di responsabilità e di visione a lungo termine, dall’altra uno sguardo più distaccato, che cerca di comprendere e arginare. L’educazione ricevuta, l’ambiente familiare, il modo in cui si impara a stare al mondo: tutto sembra determinante.

Nel dibattito si è parlato molto anche del rapporto generazionale con i social. Per molti adulti esiste ancora una separazione tra realtà e mondo digitale; per i più giovani, invece, i social fanno parte integrante della realtà stessa. Non sono più uno strumento esterno, ma qualcosa che si porta sempre con sé, da cui è difficile staccarsi. Anche quando si tenta di disattivarli, il gesto di controllo resta un automatismo.

C’è chi ha sottolineato come i social, in sé, non siano il male: possono essere utili, persino positivi. Il problema, come spesso accade, è l’uso che se ne fa. Dietro c’è un algoritmo che osserva, monitora, indirizza; un sistema che non perdona gli errori e che trasforma tutto in merce, perfino l’intimità familiare. E intorno, una folla di spettatori: persone che guardano, seguono, commentano. Un pubblico che rende possibile tutto questo.

Il giudizio sulla madre è stato, per molti, durissimo. Immatura, irresponsabile, incapace di proteggere i figli. Anche il marito non ne esce indenne: viene visto come debole, poco lucido, incapace di opporsi davvero. Il romanzo è stato definito senza mezzi termini “un affresco della stupidità del genere umano”, ma dietro questa durezza resta una domanda più complessa: quanto siamo tutti coinvolti in questo meccanismo?

Tutto per i bambini è un libro che non consola e non assolve. Mette a disagio, costringe a guardare. Un mondo che non perdona, come è stato detto, e che forse – proprio per questo – somiglia molto più al nostro presente che a un futuro lontano.

lunedì 24 novembre 2025

Incontro con Giorgia Protti

 




Incontro con l'autore: Giorgia Protti

Autrice de La giusta distanza dal male

Giorgia Protti è medico internista e scrittrice. La giusta distanza dal male è il suo libro d’esordio, nato quasi per caso ma maturato attraverso anni di lavoro in pronto soccorso e una lunga riflessione sul dolore, sull’empatia e sul limite umano.

Giorgia, sei medico ma dici che la scrittura viene prima della medicina. In che senso?

La scrittura è sempre stata una necessità primaria. Sono diventata medico anche grazie a genitori di grande buon senso che mi hanno convinta a iscrivermi a medicina, ma la scrittura c’era prima ed è sempre rimasta. La medicina è diventata poi una parte fondamentale della mia vita, ma non ha mai sostituito il bisogno di raccontare e di interrogarmi attraverso le parole.

Quanto c’è di te nella protagonista del libro?

C’è una trasfigurazione narrativa. Il sistema sanitario italiano, il pronto soccorso, gli episodi raccontati sono ispirati a casi reali, ma nulla è sovrapponibile alla realtà dei fatti. Non volevo scrivere una biografia. La narrativa mi ha permesso di colorire, deformare, arricchire l’esperienza, mantenendo però una verità emotiva.

Il pronto soccorso è al centro del romanzo. Che cosa ti ha colpita di più di quell’esperienza?

Il carico emotivo e il contatto umano. I pazienti spesso chiedono “perché?”, ma la medicina non è una scienza esatta. In pronto soccorso regna il caos: molte volte non sappiamo davvero cosa abbia una persona, ci limitiamo a escludere il peggio. Altre volte i pazienti non hanno bisogno di una diagnosi, ma di ascolto, perché soffrono di disagio psichiatrico o semplicemente perché non hanno un posto dove dormire.

Nel libro compare Lucifero, una figura molto particolare.

Non è il Lucifero biblico. È una sorta di compagno, un confidente: qualcuno con cui bere una birra o fumare una sigaretta a fine turno. Rimane una figura tentatrice, ma anche profondamente umana. Ho scelto il surreale perché inserire elementi irreali in un contesto di iperrealismo, come il pronto soccorso, mi permetteva di dire cose che altrimenti non sarei riuscita a dire.

Come è nato il libro?

È nato alla fine di un turno in pronto soccorso. Una sera, uscendo, ho sentito uno sfrigolio, qualcosa che mi ha fatto scattare una domanda. Da lì è iniziato tutto, quasi senza che me ne rendessi conto.

Il romanzo affronta anche il tuo lato più oscuro.

Sì. Attraverso la protagonista ho personificato tutte le domande che non volevo pormi. È stata una catarsi. Dare una forma al male, al dubbio, al senso di colpa mi ha permesso di guardarli senza esserne travolta.

“La giusta distanza dal male” sembra ruotare intorno all’empatia.

L’empatia è mettere a disposizione le proprie emozioni nella relazione di cura, sapendo che quello che offri torna indietro come un boomerang. Il problema è la gestione di queste emozioni. L’empatia rischia sempre di cadere nell’immedesimazione totale, e lì ci si perde.

Hai trovato una soluzione?

No, una risposta definitiva non l’ho trovata. Alcuni colleghi mantengono una distanza fisica ed emotiva; io non me la sento, perché spesso quella distanza diventa mancanza di comunicazione. Non esistono corsi per insegnare questo equilibrio: c’è la pratica clinica e c’è la condivisione umana. L’empatia non si impara davvero, si attraversa.

Quanto pesa il dolore, soprattutto la morte?

Pesa moltissimo. Si accumulano lutti, dosi di malessere e di dolore che non sempre sono capace di gestire. Anche tra colleghi c’è condivisione, ma non esiste una soluzione comune.

Nel libro emerge anche una forte critica al sistema sanitario.

Ci sono pochi investimenti perché la sanità non è remunerativa. La situazione è ormai in crisi. L’ultimo baluardo è il pronto soccorso, che non rifiuta nessuno. L’aggressività che si respira nasce dalla mancanza di risposte del sistema: sono due rancori che si incontrano, quello dei pazienti e quello degli operatori, entrambi figli dello stesso malfunzionamento.

C’è anche una riflessione spirituale.

Sono agnostica, ma faccio fatica a pensare che tutto sia puramente deterministico. Incontro il male spesso, senza giustificazione e senza preavviso. Questo mi ha portata a una spiritualità più laica, che passa anche dalle relazioni umane.

Come hanno reagito i tuoi colleghi al libro?

Ho ricevuto molti riscontri positivi, anche da chi fa altre professioni sanitarie. Spesso mi dicono: “Le stesse cose che provi tu le proviamo anche noi”. Credo che un rapporto di cura basato sulla condivisione porti a risultati migliori, anche se per molti è stato interessante trovarsi, per una volta, dall’altra parte della scrivania.

Il percorso di scrittura è stato intenso.

Molto. Il libro è stato “partorito” in nove mesi di solo lavoro e scrittura. A un certo punto ho rassegnato le dimissioni. Poi è arrivata la proposta di Einaudi. Non sapevo se avrei continuato in pronto soccorso, ma mi mancava. Ho ricominciato in una struttura più piccola e anche la gestione del dolore e dell’empatia è migliorata. La giusta distanza, però, non l’ho ancora trovata.

Quali sono le tue letture di riferimento?

Bulgakov, soprattutto Memorie di un giovane medico e Il Maestro e Margherita, per la figura ironica e potente di Voland. Poi Stefano Benni, Tiziano Scarpa per il linguaggio, Pennac, Carver per l’essenzialità dei racconti. Mi affascinano le figure letterarie del diavolo, da Faust in poi: dolore e disperazione sono territori che anche i diavoli abitano.


mercoledì 12 novembre 2025

Il Budda delle periferie di Hanif Kureishi

 


Ci siamo incontrati

mercoledì 19.11.2025  alle 20.30

 nella sede della biblioteca

per confrontarci sulla lettura del libro

"Il Budda delle Periferie " di Hanif Kureishi




Praticamente, si tratta di un compleanno di quelli importanti. Sono passati venticinque anni da quando la comparsa sulla scena letteraria del romanzo che avete tra le mani ha rovesciato un bel po' di preconcetti. Cinque lustri sono trascorsi da quando Hanif Kureishi, già candidato all'Oscar per la sceneggiatura di 'My Beautiful Laundrette', ci ha fatto conoscere e praticamente regalato il suo protagonista Karim, diciassettenne, ribelle, spiritoso, mezzo indiano e mezzo no, e 'vero inglese, più o meno' come lui stesso dice. 'Il Budda delle periferie', romanzo d'esordio, racconto di formazione quasi picaresco, documento sociale e politico, e praticamente essenziale abbecedario della cultura pop-rock, con la sua irriverenza e la sua sfrontatezza continua da allora a incantarci. Pochissimi romanzi - con la lettura dei quali siamo in qualche modo diventati diversi e probabilmente migliori - hanno questo potere, di conservare intatta la loro forza e la loro magia nel tempo. Se non lo avete ancora fatto, seguite le avventure e i pensieri di questo ragazzo, che vi trascineranno in un mondo che non conoscete né vi aspettate. Se lo avete già letto, incrociando di nuovo queste righe scoprirete che Karim ha ancora la scandalosa e spregiudicata libertà di allora, e che voi stessi siete cambiati, ma siete ancora quelli che eravate, 'più o meno'."

Il Confronto:

Il budda delle periferie è un libro che ha suscitato reazioni molto diverse all’interno del nostro gruppo di lettura, generando un confronto acceso e partecipato. Ambientato nella Londra degli anni Settanta, il romanzo segue il percorso di crescita di Karim, adolescente di origini indiane, alle prese con una realtà complessa fatta di mescolanze culturali, tensioni sociali, sperimentazioni personali e continue contraddizioni.

Karim è un io narrante costantemente presente, ma non sempre facile da accettare. Molti di noi hanno faticato a empatizzare con lui: è un personaggio che spesso si lascia trascinare dagli eventi, opportunista, poco coerente, incapace di assumere una posizione chiara. Proprio questa sua instabilità, però, sembra essere una scelta consapevole dell’autore, che non costruisce un eroe positivo ma un osservatore immerso nel caos della propria epoca. Più che raccontare una storia lineare, il romanzo restituisce un affresco frammentato degli anni Settanta.

Un aspetto interessante riguarda i personaggi secondari, che sembrano acquisire spessore proprio nel momento in cui escono di scena. Michel scompare e lo ritroviamo famoso, Eva la perdiamo di vista e la incontriamo nuovamente affermata come arredatrice. Al contrario, chi rimane costantemente sulla scena appare spesso meno incisivo, quasi a suggerire che il successo e la realizzazione passino attraverso l’allontanamento più che la permanenza. Questa scelta narrativa ha lasciato in alcuni lettori una sensazione di vuoto e incompiutezza, ma anche la percezione di una coerenza profonda con il clima del periodo raccontato.

Molto forte è stato il coinvolgimento emotivo nei confronti delle figure materne. In particolare, la madre di Karim, lasciata dal marito e poi anche dal figlio, rappresenta una lenta ma reale evoluzione femminile: da una posizione di dipendenza affettiva a una maggiore autonomia, anche lavorativa. Il divorzio dei genitori segna l’inizio della crisi di Karim ed è il vero punto di svolta del romanzo, aprendo una frattura che attraversa tutta la narrazione.

Il libro offre una critica ironica e spesso tagliente della borghesia radical chic e della sinistra dell’epoca. Le classi sociali si mescolano, ma senza un reale superamento delle distanze, e le lotte politiche sembrano spesso portate avanti più dalla borghesia che dal proletariato. Nulla viene completamente salvato, ma nemmeno completamente condannato. L’ironia attraversa anche i rapporti di coppia e le esperienze sessuali, che diventano simbolo degli eccessi, delle contraddizioni e delle sperimentazioni tipiche di quegli anni.

Un altro tema centrale è quello della religione vissuta come moda o strumento. Il buddhismo diventa un accessorio identitario, svuotato di profondità spirituale; l’Islam viene utilizzato dal padre di Jamila per imporre un matrimonio. Anche il richiamo all’India appare più come una tendenza culturale che come una vera ricerca interiore. In questo senso, la religione viene consumata più che vissuta, adattata alle convenienze del momento.

Diversi lettori hanno espresso disagio durante la lettura, definendo il romanzo crudo, a tratti cinico, con esperienze al limite e personaggi spesso sgradevoli. Eppure, proprio questa mancanza di conforto sembra essere uno degli elementi più autentici del libro. L’autore non offre soluzioni né percorsi di redenzione, ma restituisce la confusione, l’inquietudine e l’incompletezza di un’intera generazione.

Nel finale, Karim approda a una carriera da attore di soap opera, conclusione che alcuni hanno letto come una sconfitta, altri come una forma di adattamento. In ogni caso, il romanzo mostra una maturazione limitata ma reale, che va dai diciassette ai vent’anni, senza mai diventare pienamente risolutiva.

Nel complesso, Il budda delle periferie resta un classico del suo tempo: un libro che non cerca di piacere, ma di raccontare. Un romanzo che può lasciare insoddisfatti, infastiditi o distanti, ma che continua a parlare proprio grazie alla sua capacità di cogliere, con ironia e lucidità, le contraddizioni di un’epoca.

mercoledì 29 ottobre 2025

Incontro con Luciano Taffurelli

 



Nati per perdere di  Luciano Taffurelli

Calibano editore

Genere romanzi
Numero Pagine 208
Dimensioni 13x18
ISBN 979-12-56190-21-8

Brescia, una città popolata da baby gang e senzatetto.

 Aldo, collaboratore investigativo con un passato nell’ambiente della musica, assume l’incarico di aiutare Johnny, un rapper prossimo al successo, a veder chiaro nella morte di due suoi amici. 

La verità sembra trovarsi all'interno di una fantomatica valigetta sulle cui tracce si sguinzagliano anche un'ispettrice di polizia, gli emissari di una potente cosca mafiosa e una donna misteriosa 

che si sta costruendo una personalissima carriera criminale.

Un noir urbano senza scampo, nel quale tutti, nessuno escluso, sembrano nati per perdere.

Il tentativo di un giovane rapper di scoprire la verità sull'assassinio dei suoi amici d'infanzia.

recensione Bresciasilegge




mercoledì 8 ottobre 2025

L'imprevedibile viaggio di Harold Fry di Rachel Joyce - 22.10.2025

Ci siamo incontrati 

mercoledì 22.10.2025  alle 20.30

 nella sede della biblioteca

per confrontarci sulla lettura del libro

"L'imprevedibile viaggio di Harold Fry " di Rachel Joyce

È un normalissimo mattino di metà aprile, quando il neo-pensionato Harold Fry riceve la lettera che sta per sconvolgere la sua vita. Queenie Hennessy, una ex collega e amica, gli ha scritto per dirgli addio: si trova, infatti, in una casa di cura nel Nord dell'Inghilterra e sta per morire di cancro. Sopraffatto dai ricordi e dalle emozioni, Harold riesce a fatica a buttare giù qualche parola per rispondere a un tale messaggio, ma una volta arrivato alla cassetta della posta qualcosa lo blocca. Sono passati vent'anni dall'ultima volta che ha visto Queenie e non ha mai potuto ringraziarla per quello che ha fatto per lui, così, spinto da un impulso improvviso e del tutto irrazionale, decide di andarla a trovare e semplicemente… comincia a camminare. Si convince che finché lui camminerà, lei continuerà a vivere. Inizia così un lungo viaggio a piedi, mille chilometri che lo porteranno da Kingsbridge a Berwick-upon-Tweed, senza scarpe da trekking né bussola, per non parlare di una cartina o di un cambio di abiti. Ma nonostante le vesciche ai piedi e i dolori alla schiena, ogni passo è un'occasione per rivivere il suo passato e sbloccare i tragici ricordi che lo hanno sempre più allontanato da sua moglie Maureen; ogni incontro una speranza di rinnovamento. La sensazione di libertà che gli provoca questa avventura nell'ignoto è inebriante, perché finalmente la sua vita ha uno scopo e lui non può fallire. Impossibile non farsi trascinare dall'ottimismo di Harold Fry, l'anziano impacciato e gentile, la cui eccezionale storia ci ricorda che tutto è possibile e che senza amore non si può fare niente che abbia davvero importanza.

Il confronto:

Nell’ultimo incontro del nostro gruppo di lettura, ci siamo messi in cammino insieme ad Harold Fry, il protagonista del romanzo di Rachel Joyce. La discussione è stata intensa e partecipata, muovendosi tra la malinconia di una vita vissuta in isolamento e la speranza di una rinascita tardiva.
Il tema centrale emerso dal dibattito è quello del cammino come strumento di espiazione. Harold non parte per una sfida sportiva, ma per un impulso improvviso che lo spinge ad attraversare l'Inghilterra nel tentativo di "salvare" una vecchia amica malata. Molti di noi hanno colto in questo gesto un atto di autopunizione e il bisogno di riflettere sulle mancanze del passato, in particolare sul dolore taciuto per la perdita del figlio. Il viaggio diventa così la metafora di un'esperienza interiore: perdersi per potersi finalmente ritrovare.
Un punto su cui il gruppo si è soffermato a lungo è la profonda solitudine che caratterizza i personaggi. Harold e la moglie Maureen vivono per anni in una "gabbia" di silenzio e incomunicabilità. Tuttavia, paradossalmente, è proprio la distanza fisica creata dal cammino a permettere alla coppia di riscoprirsi. Mentre il protagonista consuma le scarpe sulla strada, la moglie attraversa un proprio percorso emotivo che li porterà a un finale di ritrovato amore e pace.
Interessante è stata anche la riflessione critica sull'intervento dei mass media. Quando il pellegrinaggio di Harold diventa un fenomeno pubblico, il senso intimo della sua missione viene minacciato da chi cerca solo visibilità e disturba la sua solitudine. Al contrario, sono gli incontri umili e marginali — come quello con la ragazza del fast-food che dà la scintilla iniziale o l'immigrata che si prende cura di lui — a offrire la solidarietà più autentica e disinteressata.
Sebbene per alcuni la narrazione sia risultata a tratti lenta o carica di tristezza, la forza della scrittrice risiede nella capacità di trasformare un'esperienza angosciante in un messaggio di speranza. Il richiamo a classici come L'anno della lepre di Paasilinna ha sottolineato l'universalità del tema dell'uomo che, camminando nella natura, cerca di ricucire lo strappo con la propria esistenza.
In conclusione, la storia di Harold Fry ci ha ricordato che non è mai troppo tardi per aprirsi agli altri e che, a volte, è necessario un lungo viaggio per riuscire finalmente a guardare con occhi nuovi chi ci vive accanto da una vita.