"Ci sono libri che si posseggono da vent'anni senza leggerli, che si tengono sempre vicini, che uno si porta con sè di città in città, di paese in paese, imballati con cura, anche se abbiamo pochissimo posto, e forse li sfogliamo al momento di toglierli dal baule; tuttavia ci guardiamo bene dal leggerne per intero anche una sola frase. Poi, dopo vent'anni, viene il momento in cui d'improvviso, quasi per una fortissima coercizione, non si può fare a meno di leggere uno di questi libri di un fiato, da capo a fondo: è come una rivelazione."

Elias Canetti

«Un classico è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire»

(I. Calvino, Perché leggere i classici, def. 6)

mercoledì 9 settembre 2026

Biancaneve nel Novecento di Marilu' Oliva Mercoledì 16 settembre 2026 ore 20.30

Ci incontreremo:

Mercoledì 16 settembre 2026 ore 20,30 presso la Biblioteca di Castel Mella per confrontarci sulla lettura del libro "Biancaneve nel Novecento" di Marilu' Oliva




Trama:

Libro candidato da Maria Rosa Cutrufelli al Premio Strega 2021
Con una penna vibrante, intinta nella storia del Novecento e affilata da una profonda sensibilità per le umane lacerazioni e debolezze, Marilù Oliva disegna una vicenda incalzante che è anche una riflessione su quello che le famiglie non dicono, sulle ferite non rimarginate che si riaprono, implacabili, attraverso le generazioni. Un romanzo che dà voce al rimosso di un secolo.
«Queste pagine, drammatiche e angoscianti, rivelano atrocità documentate» - Patrizia Violi, la Lettura
Giovanni è un uomo affascinante, generoso e fallito. Candi è una donna bellissima che esagera con il turpiloquio, con l'alcol e con l'amore. E Bianca? È la loro unica figlia, che cresce nel disordinato appartamento della periferia bolognese, respirando un'aria densa di conflitti e di un'inspiegabile ostilità materna. Fin da piccola si rifugia nelle fiabe, dove le madri sono matrigne ma le bambine, alla fine, nel bosco riescono a salvarsi. Poi, negli anni, la strana linea di frattura che la divide da Candi diventa il filo teso su un abisso sempre pronto a inghiottirla. Bianca attraversa così i suoi primi vent'anni: la scuola e gli amori, la tragedia che pone fine alla sua infanzia e le passioni, tra cui quella per i libri, che la salveranno nell'adolescenza. Negli anni Novanta, infatti, l'eroina arriva in città come un flagello e Bianca sfiora l'autodistruzione: mentre sua madre si avvelena con l'alcol, lei presta orecchio al richiamo della droga. Perché, diverse sotto ogni aspetto, si somigliano solo nel disagio sottile con cui affrontano il mondo? È un desiderio di annullarsi che in realtà viene da lontano, da una tragedia vecchia di decenni e che pure sembra non volersi estinguere mai: è cominciata nel Sonderbau, il bordello del campo di concentramento di Buchenwald.
Proposto da Maria Rosa Cutrufelli al Premio Strega 2021 con la seguente motivazione:
«Il romanzo di Marilù Oliva – Biancaneve nel Novecento, Solferino libri – mescola il presente al passato per raccontarci come il dolore e la sofferenza non si lascino dimenticare. Come affiorino nei modi più inaspettati e nei luoghi più diversi per plasmare la nostra vita. Una bambina e un’anziana signora sono le due voci narranti che si contrappongono e s’intersecano per tutto il libro, come in un confronto a distanza. La bambina, Bianca, parla della sua piccola vita e degli incomprensibili conflitti che scuotono la sua famiglia e le procurano ferite difficili da sanare. La bambina cresce ma le ferite non guariscono e anzi fuori, nel mondo, diventano ogni giorno più fonde. Non c’è felicità nella sua famiglia, come non c’è giustizia nel mondo. Bianca vive a Bologna, una città descritta nelle sue pieghe più nascoste, in tutta la sua moderna complessità. L’altra, Lili, l’anziana signora, vive a Roma, ma il suo dramma si è consumato altrove. Adesso abita lì, in una grande casa, e tuttavia, mentre guarda la città dalla terrazza, la sua mente va ad altri luoghi e altri tempi. I suoi ricordi sono precisi, dettagliati: indelebili. Sono il racconto della più grande tragedia del “secolo breve”: i campi di sterminio nazisti. La sua voce dolente ci porta nel campo di Buchenwald, nel bordello dove vengono rinchiuse le giovani deportate. Lili racconta ciò che accadeva là dentro e lo fa dalla sua prospettiva di sopravvissuta. Di vittima che non riesce più a uscire dalla prigione del suo dolore. La sua sofferenza è simile a una malattia contagiosa, che colpisce chi le sta più vicino. I due racconti si alternano fin quasi alla fine, fino al momento in cui i ricordi di Lili e la vita di Bianca trovano il punto di sutura. E allora le voci si placano e, in un certo senso, si fondono in un nuovo equilibrio. Un romanzo tenero e feroce, che entra nella Storia per farci capire come il male generi altro male, inevitabilmente. Come il nostro “passato” non passi mai, se non lo mettiamo a fuoco, con tutti i suoi errori e orrori. E, soprattutto, se non esercitiamo la nostra capacità di empatia e di compassione, cercando di sanare le ferite degli altri, che sono anche le nostre. È per questo sguardo attento e compassionevole, assecondato da una scrittura vivida, ben calibrata, che desidero presentare il romanzo di Marilù Oliva (con il suo consenso) all’edizione 2021 del Premio Strega.»

mercoledì 24 giugno 2026

Niente caffè per Spinoza di Alice Cappagli - Mercoledì 24 giugno 2026 ore 20,30

Trama: 

Quando all'ufficio di collocamento le propongono di fare da cameriera e lettrice a un vecchio professore di filosofia che ha perso la vista, Maria Vittoria accetta senza pensarci due volte. Il suo matrimonio sta in piedi «come una capannuccia fatta con gli stuzzicadenti» e tutto, intorno a lei, sembra suggerirle di essere arrivata al capolinea. Il Professore la accoglie nella sua casa piena di vento e di luce e basta poco perché tra i due nasca un rapporto vero, a tratti comico e mordace, a tratti tenero e affettuoso, complice. Con lo stesso piglio livornese gioioso e burbero, Maria Vittoria cucina zucchine e legge per lui stralci di Pascal, Epitteto, Spinoza, Sant'Agostino, Epicuro. Il Professore sa sempre come ritrovare le verità dei grandi pensatori nelle piccole faccende di economia domestica e Maria Vittoria scopre che la filosofia può essere utile nella vita di tutti i giorni. Ogni lettura, per lei, diventa uno strumento per mettere a fuoco delle cose che fino ad allora le erano parse confuse e raccogliere i cocci di un'esistenza trascorsa ad assecondare gli altri. Intorno c'è Livorno, col suo mercato generale, la terrazza Mascagni e Villa Fabbricotti, le chiese affacciate sul mare. E una girandola di personaggi: gli amici coltissimi del Professore, la figlia Elisa, la temibile Vally, cognata maniaca del controllo, la signora Favilla alla costante ricerca di un gatto che le ricorda il suo ex marito, i vecchi studenti che vengono a far visita per imbastire interminabili discussioni. E poi Angelo, ma quello è un discorso a parte. A poco a poco Maria Vittoria e il Professore s'insegneranno molto a vicenda, aiutandosi nel loro opposto viaggio: uno verso la vita e l'altro – come vuole l'ordine delle cose – verso la morte. Senza troppi clamori, con naturalezza, una volta chiuso il libro ci rendiamo conto che la lezione del Professore sedimenta dentro a tutti noi: dai libri che amiamo è possibile ripartire sempre, anche quando ogni cosa intorno ci dice il contrario.

Il confronto:

Niente caffè per Spinoza di Alice Cappagli è stato il libro al centro del nostro incontro del 24 giugno. Una lettura che ha suscitato opinioni diverse, ma che ha trovato nel gruppo molti apprezzamenti, soprattutto per la delicatezza della storia, la piacevolezza della scrittura e la figura del professore, un personaggio che ha conquistato quasi tutti.

Il romanzo racconta l’incontro tra due persone molto diverse, entrambe però in una situazione di fragilità. Da una parte c’è un professore anziano e non vedente, uomo colto, curioso, ironico e profondamente generoso; dall’altra Maria Vittoria, una donna che sta vivendo un periodo difficile, alle prese con un matrimonio disastrato, una suocera difficile e una vita nella quale sembra aver perso fiducia in se stessa.

È proprio l’incontro tra queste due fragilità ad aver colpito maggiormente. Lui, anziano e cieco, continua a vivere con curiosità e partecipazione; lei, entrando progressivamente nel suo mondo fatto di libri, filosofia, conversazioni e incontri, ritrova fiducia in se stessa e la possibilità di guardare avanti. In qualche modo, i due personaggi finiscono per completarsi: Maria Vittoria ritrova gradualmente il gusto della vita, mentre il professore sembra ritrovare attraverso di lei una nuova vitalità e una nuova gioia.

Il professore è sicuramente uno dei personaggi più riusciti del romanzo. È una persona colta, ma la sua cultura non diventa mai ostentazione. È soprattutto una persona di cuore, affettuosa, generosa e capace di donare agli altri ciò che ha imparato nel corso della propria vita. È amato dai suoi ex allievi, che continuano ad andarlo a trovare e a conversare con lui di tutto. Anche nella vecchiaia e nella cecità mantiene i propri interessi, i propri libri e le proprie amicizie, dimostrando che una fragilità non deve necessariamente diventare un limite alla possibilità di vivere pienamente.

Molto importante è il ruolo della filosofia. Il professore accompagna Maria Vittoria alla scoperta di pensieri e domande che lei non aveva mai incontrato prima. La filosofia non viene presentata come qualcosa di astratto o lontano dalla vita quotidiana, ma diventa uno strumento per riflettere sulle proprie scelte e sul senso dell'esistenza. Tra gli spunti ricordati durante la discussione c’è anche la scommessa di Pascal: credere o non credere viene proposta come una possibilità sulla quale interrogarsi, senza che il professore imponga una risposta.

Particolarmente significativo è il momento in cui Maria Vittoria ritrova il desiderio di studiare. Non è soltanto un modo per dare una soddisfazione al professore, ma rappresenta soprattutto il segnale di una rinascita. Dopo essere stata a lungo schiacciata dalle difficoltà familiari e personali, Maria Vittoria torna a pensare a se stessa e alle proprie capacità. Riprendere gli studi diventa così un piccolo ma importante atto di libertà, il segno che è ancora possibile ricominciare.

Anche l’incontro con Angelo è stato letto come una possibilità di una seconda occasione, un'apertura verso un futuro diverso. Il percorso viene affrontato con prudenza, senza forzature, accompagnando gradualmente la protagonista verso una maggiore fiducia in se stessa.

Non sono mancate, naturalmente, alcune perplessità. Per qualcuno il romanzo è apparso troppo leggero e in alcuni momenti scontato, soprattutto considerando la profondità dei temi affrontati. Vecchiaia, morte, cecità, solitudine e conoscenza sono questioni importanti che, secondo alcuni, avrebbero potuto essere sviluppate con maggiore intensità.

Proprio la leggerezza è stata quindi uno degli aspetti più discussi. Da una parte può essere considerata un limite, perché rischia di attenuare la forza di alcuni temi; dall’altra permette di affrontare argomenti difficili senza rendere la lettura pesante. La storia d’amore, l’ironia e alcuni momenti più briosi contribuiscono infatti a creare un equilibrio tra temi impegnativi e una narrazione piacevole.

La morte è sicuramente uno degli argomenti che maggiormente fanno riflettere. Il professore la affronta con una sorta di serenità stoica, coerentemente con il suo modo di guardare alla vita. La sua morte, vissuta senza drammi e senza voler coinvolgere gli altri nella propria sofferenza, appare come la conclusione coerente del suo percorso umano e filosofico. Allo stesso tempo, però, il suo continuo pensiero della morte può lasciare nel lettore una certa tristezza.

Un altro elemento particolarmente apprezzato è la presenza della città di Livorno, che non rimane semplicemente sullo sfondo, ma accompagna la vicenda con i suoi luoghi e le sue atmosfere. La Terrazza Mascagni e la villa dove il professore incontra i suoi amici sono alcuni degli spazi che caratterizzano il romanzo. La città diventa quasi una presenza discreta che accompagna il cambiamento dei personaggi.

Alla fine della discussione, ciò che rimane è soprattutto una storia di incontri, fragilità e possibilità. Due persone che si trovano in momenti diversi della vita riescono, proprio attraverso il loro incontro, a darsi qualcosa reciprocamente. Il professore offre a Maria Vittoria cultura, fiducia e la possibilità di guardare oltre la propria situazione; Maria Vittoria, con la sua presenza, restituisce al professore un senso di vitalità e di partecipazione.

Niente caffè per Spinoza ci ha così portato a riflettere sul valore delle relazioni e sulla possibilità di cambiare anche quando sembra che la propria vita sia ormai segnata. Non sempre sono necessari grandi gesti per aiutare qualcuno a rinascere: a volte è sufficiente incontrare una persona capace di ascoltarci, di riconoscere le nostre capacità e di ricordarci che possiamo ancora scegliere, imparare e ricominciare.

Ed è forse proprio questa la riflessione che più ci rimane al termine della lettura: nella vita possiamo essere fragili, possiamo sentirci smarriti o pensare di non avere più possibilità, ma un incontro può diventare l’occasione per ritrovare noi stessi e guardare nuovamente al futuro.


sabato 9 maggio 2026

Le cose che ci salvano di Lorenza Gentile - Mercoledì 27 maggio 2026 ore 20,30

 

Trama:

Una tuttofare che sa aggiustare tutto tranne le sue paure. Una vecchia bottega di rigattiere che rischia lo sgombero. Un invito a trovare il coraggio di ritagliarsi il proprio spazio nel mondo.

Gea abita in un condominio sui Navigli di Milano e non oltrepassa mai i confini del suo quartiere. Ha ventisette anni e si arrangia come tuttofare. Crede nel riciclo e nel dare nuova vita alle cose che aggiusta e che distribuisce, insieme a pillole per lo spirito – poesie, origami –, nell’ambito della sua “economia circolare di quartiere”. Vive sola, ma ha dei buoni amici, come l’ottantenne pseudo-portinaia o il tredicenne che sogna di diventare autista di corriera. Nessuno però, della sua età. Perché Gea nella sua età non ci si ritrova. Così come non si ritrova nel mondo. Forse perché è cresciuta in un posto sperduto, con un padre ossessionato dalle catastrofi che la obbligava a prepararsi sempre al peggio? Cominceremo a scoprire il suo segreto grazie al Nuovo mondo, una vecchia bottega di rigattiere che viene rilevata e messa in vendita. Gea si imbarcherà in una nuova missione: salvare il negozio a ogni costo. Perché tutto ciò che salviamo finisce a sua volta per salvare noi, magari dandoci il coraggio di ritagliarci il nostro spazio nel mondo.

Il confronto:

Il 27 maggio ci siamo incontrati per parlare di Le cose che si salvano, un romanzo che ha suscitato nel gruppo reazioni molto diverse e che proprio per questo ci ha offerto molti spunti di riflessione. Una storia singolare, con una protagonista decisamente fuori dagli schemi, che ha fatto discutere soprattutto sul rapporto tra isolamento e relazioni, sul valore dell’educazione e sull’importanza della comunità.

La protagonista è una ragazza particolare, in qualche modo atipica rispetto al mondo di oggi, ma allo stesso tempo capace di avere molte cose in comune con la sua generazione. È cresciuta in una famiglia isolata e il padre l'ha educata preparandola ad affrontare ogni possibile catastrofe. Le ha insegnato molte cose pratiche, la manualità, il valore degli oggetti e la capacità di arrangiarsi, ma il prezzo di questa educazione è stato l'isolamento dal mondo e dagli altri. La ragazza possiede quindi molte competenze, ma è carente proprio nell'ambito delle relazioni.

Questo aspetto educativo ci ha particolarmente colpito. Dietro gli insegnamenti del padre c’è infatti un messaggio che, almeno in parte, contiene valori importanti: imparare a fare, non sprecare, conoscere il valore delle cose, essere autonomi. Ma il rovescio della medaglia è molto pesante: proteggere i figli dal mondo fino a isolarli significa anche impedire loro di imparare a vivere con gli altri. La protagonista porta infatti con sé alcune difficoltà proprio perché non ha avuto la possibilità di costruire normalmente relazioni e rapporti sociali.

La sua storia, però, cambia quando entra in contatto con il quartiere e con le persone che lo abitano. Le donne che si uniscono per cercare di salvare il negozio diventano fondamentali nel suo percorso. È piaciuta molto l’idea di queste donne che si mettono insieme per salvare un'attività del quartiere e, nello stesso tempo, finiscono per salvare anche una persona. Il negozio di oggetti vintage diventa così un luogo di incontro, di scambio e di rinascita.

Proprio mentre cerca di salvare il negozio, la protagonista riesce a superare gradualmente i propri limiti. Gli altri la aiutano a crescere, a confrontarsi con persone diverse e soprattutto a scoprire una dimensione della vita che fino a quel momento le era stata negata. Il quartiere diventa per lei una sorta di famiglia allargata, un luogo nel quale imparare finalmente a stare insieme agli altri.

Anche la lettera al padre rappresenta un momento importante. Per la prima volta la ragazza riesce a prendere le distanze da ciò che le è stato insegnato e a mettere in discussione quella visione del mondo basata sulla paura e sull'attesa della catastrofe. Il padre le aveva trasmesso l’idea che il mondo sarebbe finito e l’aveva preparata a sopravvivere, ma non ad aprirsi alla vita. La scelta di uscire da quell'isolamento diventa quindi anche una scelta di autonomia e di libertà.

Il rapporto con il padre ha suscitato nel gruppo riflessioni importanti e anche qualche perplessità. Da una parte sono stati riconosciuti il valore di alcuni insegnamenti e la grande quantità di conoscenze pratiche che ha trasmesso ai figli; dall'altra sono emersi con forza gli aspetti più problematici e dolorosi di quella educazione, compresi l'isolamento, le violenze e alcune esperienze estreme alle quali i ragazzi sono stati sottoposti. La madre, a un certo punto, suggerisce di andarsene, mentre il fratello sembra desiderare di fuggire già dal primo contatto con la città.

È proprio qui che il romanzo apre una riflessione più ampia sull'educazione. Educare non significa soltanto preparare a sopravvivere, ma anche insegnare a vivere con gli altri. La protagonista sa fare molte cose, sa cavarsela, conosce il valore degli oggetti e possiede capacità che oggi sono diventate rare, ma deve imparare da zero qualcosa di altrettanto importante: fidarsi delle persone, costruire relazioni, lasciarsi aiutare.

Il tema della relazione con gli altri si lega strettamente a quello della sorellanza. Il gruppo ha apprezzato particolarmente la solidarietà tra le donne, che alla fine diventa uno dei messaggi più positivi del romanzo. Non sono eroine straordinarie, ma persone comuni che decidono di collaborare e di mettere insieme le proprie capacità. È proprio dalla loro unione che nasce la possibilità di cambiare le cose.

Anche l’idea dell’economia di quartiere ha suscitato interesse. Nel romanzo gli scambi non avvengono necessariamente attraverso il denaro: una brioche può essere scambiata con una poesia, la poesia con un giornale e così via. Un sistema basato sullo scambio, sulla reciprocità e sulla valorizzazione di ciò che ciascuno può offrire. Un'idea che è stata letta anche come una piccola critica al modello economico dominante e al capitalismo.

In questo senso è significativo anche il valore attribuito agli oggetti del passato. Gli oggetti antichi non vengono semplicemente conservati, ma tornano ad avere una funzione e un significato. Il negozio e il quartiere diventano così luoghi nei quali salvare le cose significa anche salvare una memoria, una storia e un modo di vivere. Anche l'idea di valorizzare il condominio e i suoi spazi, nonostante le difficoltà economiche degli abitanti, va nella stessa direzione.

È piaciuta anche l'atmosfera del quartiere milanese raccontato nel romanzo. Non è la Milano della movida e dei luoghi più conosciuti, ma una zona più interna e quotidiana, fatta di persone, negozi, case e relazioni. I Navigli fanno da sfondo, anche se è stato osservato che quelli descritti nel romanzo non corrispondono più del tutto alla realtà di oggi.

Tra gli aspetti che hanno fatto sorridere ci sono anche alcuni personaggi particolari e sopra le righe, come la giovane agente immobiliare, spavalda e un po' “vamp”. Sono figure che contribuiscono a dare al romanzo quell'atmosfera da favola che alcuni di noi hanno percepito fin dall'inizio.

Ed è proprio la dimensione fiabesca uno degli elementi sui quali le opinioni sono state più discordanti. Per alcuni il libro è piacevole, leggero, carino e capace di regalare un'atmosfera positiva. È una storia che forse non pretende di essere realistica e che proprio per questo può essere letta come una favola contemporanea, nella quale sarebbe bello immaginare un mondo popolato da persone capaci di aiutarsi e di prendersi cura del luogo in cui vivono.

Per altri, invece, questa stessa caratteristica rappresenta il limite principale del romanzo. La storia è sembrata poco realistica, il finale troppo consolatorio e alcuni passaggi quasi una “favoletta”, tanto da lasciare la sensazione che temi interessanti avrebbero potuto essere sviluppati con maggiore profondità. Anche l'idea che la protagonista riesca a superare così bene esperienze familiari tanto difficili è sembrata, per alcuni, poco convincente.

Sono quindi emerse due letture molto diverse dello stesso libro: da una parte la possibilità di apprezzarlo proprio come una favola sulla solidarietà, sulla comunità e sulla possibilità di ricominciare; dall'altra la difficoltà ad accettare una storia nella quale la realtà sembra essere troppo facilmente ricomposta e i problemi trovano una soluzione forse eccessivamente rassicurante.

Al di là dei diversi giudizi, però, alcuni temi ci sono sembrati particolarmente interessanti. Primo fra tutti, l'impossibilità di vivere completamente isolati dagli altri. La protagonista parte da una condizione di chiusura e progressivamente scopre che sono proprio le relazioni a permetterle di crescere.

Il negozio, il quartiere, le donne, gli scambi, gli oggetti recuperati e valorizzati diventano così tanti tasselli della stessa idea: non possiamo salvarci da soli. A volte per salvare qualcosa – un negozio, un oggetto, un quartiere – bisogna mettere insieme le persone. E, nel tentativo di salvare ciò che ci circonda, può accadere di salvare anche noi stessi.

Forse è questo il messaggio che, nonostante le diverse opinioni sul romanzo, ci ha accompagnato alla fine della serata: le cose che meritano di essere salvate non sono soltanto gli oggetti del passato, ma anche i luoghi, le relazioni, la memoria e soprattutto la capacità delle persone di prendersi cura le une delle altre.

E se il libro ha davvero qualcosa di fiabesco, forse è proprio il suo invito a immaginare, almeno per un momento, un quartiere in cui le persone tornino ad aiutarsi, a scambiarsi qualcosa e a sentirsi parte di una comunità.

mercoledì 25 marzo 2026

Due sulla strada di Roddy Doyle



Trama: 
Jimmy Rabbitte senior, disoccupato e squattrinato, trascina la sua esistenza fra il pub e il campo di calcio dei ragazzi. Quando anche il suo migliore amico, Bimbo, viene licenziato, i due decidono di fare qualcosa per riscattarsi ai propri occhi e a quelli delle famiglie: acquistare un furgoncino e mettersi davanti ai locali, sulle spiagge, a vendere hamburger e patatine.

È un'impresa che porterà un po' di soldi, una quantità di avventure impreviste, parecchi momenti esilaranti, e qualche subbuglio in famiglia...

Il confronto:

Nel nostro incontro del 25 marzo 2026 abbiamo discusso Due sulla strada, un romanzo che ha diviso il gruppo ma che ha comunque acceso un confronto vivace, tra risate, fastidi e riflessioni su temi ancora attuali come il lavoro, la dignità e l’amicizia.

“Non avevano molto, ma avevano ancora l’un l’altro.”

Molti hanno riconosciuto nello stile di Roddy Doyle una capacità particolare: raccontare situazioni difficili con un tono leggero e ironico. La storia è ambientata nell’Irlanda degli anni ’90, in un contesto segnato dalla disoccupazione e dalle difficoltà economiche. I protagonisti, Jimmy e Bimbo, sono due uomini semplici, “terra a terra”, che perdono il lavoro ma non rinunciano a una certa forma di ottimismo, fatta di pub, birra, calcio e battute.

Proprio da questa condizione nasce l’idea di reinventarsi: avviare insieme una piccola attività ambulante. All’inizio tutto sembra funzionare, anche grazie al coinvolgimento della famiglia e a una solidarietà che appare sincera. Tuttavia, come è stato sottolineato più volte nel gruppo, l’equilibrio regge finché il rapporto resta paritario. Quando subentrano questioni di gerarchia, proprietà e responsabilità, l’amicizia comincia a incrinarsi.

È emerso con chiarezza come il romanzo sia, prima di tutto, una riflessione su un’amicizia maschile forte ma fragile. Il “furgone della discordia”, simbolo dell’attività condivisa, diventa anche il punto di rottura tra i due protagonisti.

Il tema della disoccupazione ha colpito molti. La perdita del lavoro non è solo economica, ma anche identitaria: Jimmy prova umiliazione nel non riuscire a mantenere la famiglia, anche quando il figlio cerca di aiutarlo con discrezione. Nonostante tutto, i personaggi rifiutano lavori che percepiscono come non dignitosi, mantenendo un senso di orgoglio e dignità personale.

Accanto a questi aspetti, non sono mancate critiche. Diversi lettori hanno trovato il linguaggio scurrile e a tratti fastidioso, soprattutto nella rappresentazione delle donne. Alcuni hanno interpretato questa scelta come il tentativo di descrivere una precisa subcultura senza filtri. È stato però anche osservato come, alla fine, le figure femminili risultino più solide e responsabili.

Lo stile, costruito quasi interamente su dialoghi serrati, ha diviso: per alcuni è risultato dinamico e realistico, per altri faticoso e ripetitivo, quasi una sceneggiatura più che un romanzo. Nonostante questo, molte scene sono state ricordate per la loro forza comica e surreale.

Nel complesso, Due sulla strada è stato letto come un romanzo imperfetto ma autentico, capace di raccontare vite marginali senza idealizzarle. Non tutti lo hanno considerato un grande libro, ma molti ne hanno riconosciuto il valore nel restituire uno spaccato sociale credibile.

Forse il suo punto più interessante sta proprio qui: mostrare come, anche nelle difficoltà e negli errori, siano le relazioni – più del successo – a tenere insieme le persone.

mercoledì 25 febbraio 2026

Bambino di Marco Balzano



Libro vincitore del Premio Letterario Internazionale Alessandro Manzoni - Città di Lecco al Romanzo Storico 2025

Libro vincitore del Premio Acqui Storia 2025 - categoria Romanzo Storico

Trama: 

Un romanzo palpitante in cui il giudizio – anche di fronte alle azioni più estreme – è sempre fuori scena. Con una scrittura trascinante e tagliente, Marco Balzano torna a indagare il rapporto tra individuo e collettività, tra le scelte personali e i grandi rivolgimenti della Storia. «La vita è aggredire o difendere, distruggere o prendersi cura».

Siamo a Trieste, la guerra è appena finita. Un uomo beve un caffè al bancone del bar. Qualcuno lo chiama, lui si gira ma sente già la canna di una pistola puntata contro la schiena. Tutti lo conoscono come «Bambino»: è stato la camicia nera più spietata della città. «Ho ucciso e fatto uccidere. Ho sempre cercato di stare dalla parte del più forte e mi sono sempre ritrovato dalla parte sbagliata». Una storia veloce quanto un proiettile che attraversa guerre, confini, tradimenti. Come in “Resto qui”, Marco Balzano torna al grande romanzo storico e civile. E lo fa con il suo personaggio più duro, impossibile da dimenticare. Mattia nasce a Trieste nel 1900. La sua infanzia irrequieta, forse, è già un presagio: un fratello che parte per l’America, un amico che presto lo abbandona. Quando scopre che la donna che lo ha cresciuto non è la sua vera madre, dentro di lui qualcosa si spezza e nel petto divampa un fuoco freddo che non saprà mai domare. L’ingresso tra le file degli squadristi è una conseguenza quasi naturale. Nonostante il soprannome che gli hanno affibbiato per il suo viso da fanciullo, «Bambino», Mattia ostenta una ferocia da boia. Ma prima ancora dell’ideologia, prima della violenza e della brutalità antislava, il motivo per cui indossa la camicia nera e batte palmo a palmo le terre contese è la speranza di ritrovare quella madre senza nome né volto. La ricerca di una donna che non ha mai conosciuto diventa il senso di tutto. Suo padre, un vecchio orologiaio sicuro che le persone si possano riparare come gli ingranaggi, è l’unico a conoscere la verità ma la tiene sigillata in un silenzio blindato quanto una cassaforte. Nella frontiera d’Italia più dilaniata, la vita di Bambino scivola su un piano inclinato: ogni giorno una nuova spedizione, un nuovo assalto, una nuova rapina. E poi, tutto d’un fiato, lo scoppio della guerra, i nazisti in città, l’occupazione jugoslava di Trieste, le foibe. Un’esistenza vissuta da cane sciolto, scandita da un implacabile conto alla rovescia.

Il confronto 

L’incontro del Gruppo di Lettura di Castel Mella del 25.02.2026 dedicato al romanzo Bambino ha suscitato una discussione intensa e a tratti difficile, segnata dal forte impatto emotivo della storia e dalla complessità del protagonista. Il libro ha portato i partecipanti a riflettere non solo sul contesto storico del fascismo nelle zone di confine, ma anche sulla natura della violenza e sulle contraddizioni dell’essere umano.

Un primo aspetto molto apprezzato è stato il contesto storico, ritenuto da diversi lettori ben documentato e narrato con attenzione. È stato ricordato come nelle terre di confine tra Italia e Jugoslavia le tensioni fossero già presenti prima ancora che il fascismo si affermasse pienamente in Italia. Trieste, città cosmopolita e culturalmente vivace, diventa nel romanzo uno scenario emblematico di conflitti identitari e nazionali. In particolare è stata richiamata la distruzione della Casa della cultura slovena, evento simbolico che segna l’inizio di un clima di violenza e sopraffazione. Nel confronto è emersa anche la consapevolezza che in quelle terre la violenza non apparteneva a una sola parte: sia italiani sia slavi hanno compiuto brutalità, mostrando come nelle guerre raramente esista una sola verità.

Il protagonista del romanzo ha suscitato reazioni molto forti. Alcuni lo hanno definito il personaggio peggiore incontrato finora nelle letture del gruppo: un individuo violento, sociopatico, incapace di empatia. La sua aggressività sembra nascere da una rabbia interiore profonda, che trova sfogo nel contesto politico e nella possibilità di esercitare potere sugli altri. Più che un’adesione ideologica al fascismo, il suo comportamento appare come un modo per sfogare la propria violenza o per stare dalla parte dei più forti. Il fatto di diventare delatore, sfruttando la conoscenza della lingua slovena per denunciare altre persone, è stato visto da molti come uno degli aspetti più inquietanti del personaggio.

Altri interventi hanno cercato però di cogliere anche la dimensione umana di questa figura. In alcuni momenti emergono infatti brevi tentativi di autoanalisi o piccoli segni di coscienza, come quando entra in chiesa e accende una candela chiedendo di non sapere quale destino toccherà alle persone che ha denunciato. Per alcuni questo episodio suggerisce che, nonostante tutto, alla radice rimanga una traccia di umanità.

Il romanzo è raccontato in prima persona, scelta narrativa che ha creato un effetto ambivalente. Alcuni lettori hanno osservato che, nei momenti in cui il protagonista mostra esitazioni o fragilità, il lettore rischia quasi di essere portato dalla sua parte. Questo rende la lettura ancora più complessa e disturbante, perché si entra nella mente di un personaggio moralmente molto problematico.

Un altro elemento centrale della discussione è stato il tema della violenza, presente in molte forme nel romanzo. Per alcuni lettori la lettura è stata difficile proprio per questo motivo: la violenza descritta è cruda e costante. Allo stesso tempo è emersa una riflessione più ampia: la violenza non appartiene solo a un’ideologia o a una parte politica, ma può essere una componente dell’essere umano che emerge con particolare forza nei contesti di guerra e di conflitto.

Molto apprezzata è stata la figura del padre, vista da molti come uno dei personaggi più profondi del romanzo. Nonostante il comportamento del figlio, il padre continua ad amarlo e a prendersi cura di lui. Alcuni hanno interpretato il suo silenzio sull’identità della vera madre come un gesto di rispetto verso la donna che ha cresciuto il protagonista. In questa scelta si intravede una forma di dignità e di protezione dei legami familiari.

Proprio il mistero della madre è stato uno degli aspetti che ha lasciato più interrogativi. Alcuni lettori avrebbero voluto che l’autore approfondisse maggiormente questa parte della storia, mentre altri hanno apprezzato il fatto che il segreto resti tale fino alla fine.

Il romanzo ha inoltre suscitato collegamenti con memorie familiari e racconti tramandati, che hanno reso la discussione ancora più intensa. Alcuni partecipanti hanno ricordato episodi legati alla guerra e al periodo fascista ascoltati dai propri genitori o nonni, trovando nel libro elementi che rispecchiano la brutalità e la complessità di quegli anni.

Nel complesso, Bambino è stato percepito come un romanzo duro ma significativo. Più che raccontare solo la storia di un individuo, il protagonista sembra rappresentare un fenomeno più ampio: quello di persone che, in un contesto di violenza e ideologia, trovano nel potere e nella sopraffazione un modo per dare sfogo alle proprie frustrazioni.

La discussione del gruppo ha mostrato quanto questo libro riesca a mettere il lettore di fronte a domande scomode: sulla responsabilità individuale, sulla natura della violenza e sul modo in cui la storia può trasformare le fragilità personali in tragedie collettive.

mercoledì 21 gennaio 2026

Norwegian Wood (Tokyo Blues) di Murakami Haruki

 

Un grande romanzo sull'adolescenza, sul conflitto tra il desiderio di essere integrati nel mondo degli «altri» per entrare vittoriosi nella vita adulta e il bisogno irrinunciabile di essere se stessi, costi quel costi.

«La costruzione della scrittura di Murakami è così impalpabile e squisita che ogni cosa egli scelga di descrivere vibra di potenzialità simbolica: una camicia stesa ad asciugare, dei ritagli di carta, un fermafoglio a forma di farfalla» – The Guardian

Uno dei più clamorosi successi letterari giapponesi di tutti i tempi è anche il libro più intimo, introspettivo di Murakami, che qui si stacca dalle atmosfere oniriche e surreali che lo hanno reso famoso, per esplorare il mondo in ombra dei sentimenti e della solitudine. Norwegian Wood è anche un grande romanzo sull'adolescenza, sul conflitto tra il desiderio di essere integrati nel mondo degli «altri» per entrare vittoriosi nella vita adulta e il bisogno irrinunciabile di essere se stessi, costi quel costi. Come il giovane Holden, Toru è continuamente assalito dal dubbio di aver sbagliato o poter sbagliare nelle sue scelte di vita e di amore, ma è anche guidato da un ostinato e personale senso della morale e da un'istintiva avversione per tutto ciò che sa di finto e costruito. Diviso tra due ragazze, Naoko e Midori, che lo attirano entrambe con forza irresistibile, Toru non può fare altro che decidere. O aspettare che la vita (e la morte) decidano per lui. Murakami Haruki in uniform edition Super ET, con le copertine di Noma Bar e nota dell'autore.

Il confronto:

L’incontro del gruppo di lettura di Castel Mella dedicato a Norwegian Wood ha messo in luce, forse più che in altre occasioni, quanto uno stesso libro possa essere vissuto in modo diverso a seconda dell’età, dell’esperienza personale e del momento della vita in cui lo si legge o rilegge.

Per molti partecipanti il sentimento dominante del romanzo è stata la tristezza, una tristezza continua che accompagna il lettore dall’inizio alla fine. È emerso con forza il tema del passaggio doloroso dall’adolescenza all’età adulta: una fase fragile, segnata da smarrimento, silenzi, incapacità di comunicare davvero con gli altri. Alcuni hanno sottolineato come Toru Watanabe sia un protagonista distaccato, che parla poco, osserva molto e sembra vivere gli eventi quasi in terza persona, senza una vera partecipazione emotiva.

Il personaggio di Toru ha diviso il gruppo. C’è chi lo ha definito scialbo, ignavo, senza spessore, un semplice sfondo su cui Murakami fa emergere gli altri personaggi; e chi invece ha visto in lui una figura coerente, fedele a se stessa, capace di accogliere gli altri senza mai perdere la propria identità. Per alcuni Toru è uno “specchio”, un tramite che incarna e riflette le persone che incontra, senza mai sovrastarle.

Molto intenso è stato il confronto sui personaggi femminili. Naoko è stata letta come una figura profondamente fragile, segnata da una forte repressione sessuale e da un disagio mentale che la porta progressivamente fuori dalla realtà. Alcuni interventi hanno sottolineato come la sua incapacità di vivere una sessualità serena finisca per far soffrire non solo lei, ma anche gli uomini che le stanno accanto. Midori, al contrario, è apparsa a molti come l’emblema della vitalità: eccessiva, provocatoria, diretta, con una grande forza di attaccamento alla vita. La contrapposizione tra Naoko e Midori è stata letta come una scelta simbolica tra morte e vita, tra chi si ritrae e chi invece si espone fino in fondo.

Il tema della sessualità ha suscitato sorpresa e discussione. Diversi lettori non si aspettavano una tale libertà di costumi nel Giappone degli anni Sessanta. Alcuni hanno trovato il sesso descritto in modo troppo realistico o disturbante, altri lo hanno considerato naturale, privo di tabù e coerente con un contesto culturale in cui la repressione quotidiana convive con una letteratura e un cinema molto spinti. È emersa anche una riflessione sulla differenza tra uomini e donne nel vivere il tradimento, il possesso e il desiderio, oltre al peso del ceto sociale nelle relazioni.

Un tema centrale del confronto è stato quello della morte e del suicidio, molto presenti nel romanzo. I suicidi – spesso privi di spiegazioni chiare – hanno lasciato in molti un senso di sospensione e disagio. Per alcuni questa mancanza di risposte è una scelta precisa dell’autore, che lascia volutamente dei vuoti; per altri è una debolezza narrativa. È stato però condiviso che, nel mondo di Murakami, la morte non è un evento eccezionale ma una componente costante della vita, verso cui i personaggi sono stranamente attratti.

Interessante anche la riflessione sul disagio mentale. La clinica, la routine quotidiana, i gesti ripetuti sono stati visti da alcuni come un modo per restare ancorati alla realtà, da altri come una forma di immobilità che non cura davvero. È emersa l’idea che non si tratti di “aggiustare” le persone, ma di convivere con le proprie alterazioni, riconoscendo che la normalità è un concetto fragile.

Dal punto di vista stilistico, diversi partecipanti hanno definito Norwegian Wood un romanzo molto occidentale, vicino al modello del romanzo americano, ricco di riferimenti musicali e con una scrittura scorrevole. Le descrizioni – della natura, dei cibi, dei paesaggi – sono state apprezzate per la loro forza sensoriale e per la capacità di creare immagini quasi pittoriche. Altri, invece, lo hanno trovato lento o pesante, pur riconoscendone la qualità stilistica.

Infine, è emersa una riflessione condivisa: Norwegian Wood è un libro che cambia a seconda dell’età in cui lo si legge. Alcuni lo avevano amato profondamente da giovani e lo hanno ritrovato diverso, meno travolgente, ma comunque significativo. Altri non sono riusciti ad amarlo, pur riconoscendone il valore. In ogni caso, il romanzo ha stimolato un confronto ricco e autentico, confermando la sua capacità di mettere il lettore di fronte a temi universali come la perdita, la fragilità e la scelta – mai semplice – di restare attaccati alla vita.


venerdì 19 dicembre 2025

Tutto per i bambini di Delphine De Vigan

 

 
Trama: Parigi, 2019. Moglie e madre modello, Mélanie gestisce un canale YouTube che ha milioni di iscritti, Happy Récré, interamente dedicato ai suoi figli, Sam e Kim, di otto e sei anni. I bambini si esibiscono in una recita ininterrotta davanti alla telecamera: Mélanie ha trasformato le loro identità in un bene di consumo. Ma un giorno i riflettori di Happy Récré fanno cortocircuito. Kim è scomparsa. In questo nuovo, acclamatissimo romanzo Delphine de Vigan si avventura con coraggio nell'universo tanto complesso quanto affascinante dei social network, restituendo il ritratto di una società – la nostra – in cui non c'è niente che non possa essere messo in scena e in vendita. Persino, e soprattutto, la felicità.

Primi anni Dieci del Duemila. Mélanie, che è cresciuta davanti allo schermo della televisione, ipnotizzata dai reality e dalle loro promesse di notorietà, ha un solo obiettivo nella vita: diventare famosa. Quando supera le selezioni per un nuovo show – seppur non tra i piú noti – Mélanie è al settimo cielo. Ma quell'unica esperienza si rivela disastrosa. Il segno del fallimento è una ferita che non si rimargina. 2019. Moglie e madre modello, Mélanie vive in un lussuoso complesso residenziale nei sobborghi di Parigi e ha creato un canale YouTube di grande successo, Happy Récré, interamente dedicato alla vita quotidiana dei suoi figli, Sam, di otto anni, e Kim, di sei. La formula di Mélanie ha conquistato la rete: il prodotto di quest'anonima madre intraprendente è seguito, ammirato, amato da milioni di iscritti. Sponsor, promozioni, campagne: i bambini si prestano alle richieste delle aziende che passano per il filtro materno; Sam e Kim vivono una recita ininterrotta e le loro identità sono ormai un brand. Ma un giorno i riflettori del mondo di Mélanie fanno cortocircuito: Kim è scomparsa. Della squadra di polizia che conduce le indagini fa parte la giovane Clara, che si appassiona subito al caso. La piccola Kim ha lasciato poche tracce: incontro sbagliato, fuga, rapimento? Non si può scartare nessuna ipotesi, e Clara sospetta che la chiave di tutto sia nascosta dietro le quinte di Happy Récré. Scavando nell'universo dei baby influencer, Clara si rende conto allora che la felicità esibita dagli schermi è un'ingannevole illusione. Perché la realtà in cui si muovono i piccoli Sam e Kim, piú che al regno fatato descritto da Mélanie, assomiglia a un vero e proprio inferno autorizzato.

Il confronto: 

Quando l’amore diventa esposizione

Nel nostro ultimo incontro del gruppo di lettura abbiamo discusso Tutto per i bambini di Delphine de Vigan, un romanzo che ha suscitato reazioni forti, a tratti contrastanti, ma quasi sempre attraversate da un senso di inquietudine profonda. È un libro che parla di futuro, ma soprattutto di presente: di social network, visibilità, solitudine e del modo in cui gli adulti proiettano sui figli i propri vuoti.

Molti di noi hanno avuto la sensazione di leggere un reportage, più che un romanzo tradizionale. Lo stile asciutto e cronachistico rimanda a fatti reali, a episodi che potrebbero appartenere alla cronaca di oggi. L’ambientazione nel 2031 non appare come un salto fantascientifico, ma come una naturale estensione del mondo che già conosciamo.

Al centro della storia c’è una madre che, non riuscendo a realizzare il proprio desiderio di fama, finisce per trasferirlo interamente sui figli. La sua è una carenza affettiva profonda, che affonda le radici nell’infanzia: una vita vissuta senza sentirsi amata, senza essere vista. I social diventano per lei uno spazio di compensazione, un luogo in cui cercare quell’amore che non ha mai ricevuto. Ma il bisogno di approvazione si trasforma presto in dipendenza, e la linea tra cura e sfruttamento si spezza.

È emersa con forza l’idea che questa madre non si renda conto del male che provoca, nemmeno quando marito e figli la abbandonano. Continua a mostrarsi, truccata e sorridente, perché crede di essere amata dai follower. Una frase del romanzo ha colpito particolarmente: per lei è più importante essere amata da chi la segue online che dalla propria figlia. Un’affermazione giudicata da molti tristissima, ma anche terribilmente vera.

I figli, infatti, pagano il prezzo più alto. Uno riesce a sganciarsi e a cercare il proprio destino, l’altro rimane intrappolato nel meccanismo, fino ad ammalarsi. È stato sottolineato come i bambini dovrebbero fare i bambini, e non diventare contenuti. La domanda che aleggia è inquietante: che adulti diventeranno?

Accanto alla figura della madre si staglia quella della poliziotta, l’altra protagonista del romanzo. Le due donne si contrappongono, ma anche si riflettono. Da una parte l’assenza totale di responsabilità e di visione a lungo termine, dall’altra uno sguardo più distaccato, che cerca di comprendere e arginare. L’educazione ricevuta, l’ambiente familiare, il modo in cui si impara a stare al mondo: tutto sembra determinante.

Nel dibattito si è parlato molto anche del rapporto generazionale con i social. Per molti adulti esiste ancora una separazione tra realtà e mondo digitale; per i più giovani, invece, i social fanno parte integrante della realtà stessa. Non sono più uno strumento esterno, ma qualcosa che si porta sempre con sé, da cui è difficile staccarsi. Anche quando si tenta di disattivarli, il gesto di controllo resta un automatismo.

C’è chi ha sottolineato come i social, in sé, non siano il male: possono essere utili, persino positivi. Il problema, come spesso accade, è l’uso che se ne fa. Dietro c’è un algoritmo che osserva, monitora, indirizza; un sistema che non perdona gli errori e che trasforma tutto in merce, perfino l’intimità familiare. E intorno, una folla di spettatori: persone che guardano, seguono, commentano. Un pubblico che rende possibile tutto questo.

Il giudizio sulla madre è stato, per molti, durissimo. Immatura, irresponsabile, incapace di proteggere i figli. Anche il marito non ne esce indenne: viene visto come debole, poco lucido, incapace di opporsi davvero. Il romanzo è stato definito senza mezzi termini “un affresco della stupidità del genere umano”, ma dietro questa durezza resta una domanda più complessa: quanto siamo tutti coinvolti in questo meccanismo?

Tutto per i bambini è un libro che non consola e non assolve. Mette a disagio, costringe a guardare. Un mondo che non perdona, come è stato detto, e che forse – proprio per questo – somiglia molto più al nostro presente che a un futuro lontano.

lunedì 24 novembre 2025

Incontro con Giorgia Protti

 




Incontro con l'autore: Giorgia Protti

Autrice de La giusta distanza dal male

Giorgia Protti è medico internista e scrittrice. La giusta distanza dal male è il suo libro d’esordio, nato quasi per caso ma maturato attraverso anni di lavoro in pronto soccorso e una lunga riflessione sul dolore, sull’empatia e sul limite umano.

Giorgia, sei medico ma dici che la scrittura viene prima della medicina. In che senso?

La scrittura è sempre stata una necessità primaria. Sono diventata medico anche grazie a genitori di grande buon senso che mi hanno convinta a iscrivermi a medicina, ma la scrittura c’era prima ed è sempre rimasta. La medicina è diventata poi una parte fondamentale della mia vita, ma non ha mai sostituito il bisogno di raccontare e di interrogarmi attraverso le parole.

Quanto c’è di te nella protagonista del libro?

C’è una trasfigurazione narrativa. Il sistema sanitario italiano, il pronto soccorso, gli episodi raccontati sono ispirati a casi reali, ma nulla è sovrapponibile alla realtà dei fatti. Non volevo scrivere una biografia. La narrativa mi ha permesso di colorire, deformare, arricchire l’esperienza, mantenendo però una verità emotiva.

Il pronto soccorso è al centro del romanzo. Che cosa ti ha colpita di più di quell’esperienza?

Il carico emotivo e il contatto umano. I pazienti spesso chiedono “perché?”, ma la medicina non è una scienza esatta. In pronto soccorso regna il caos: molte volte non sappiamo davvero cosa abbia una persona, ci limitiamo a escludere il peggio. Altre volte i pazienti non hanno bisogno di una diagnosi, ma di ascolto, perché soffrono di disagio psichiatrico o semplicemente perché non hanno un posto dove dormire.

Nel libro compare Lucifero, una figura molto particolare.

Non è il Lucifero biblico. È una sorta di compagno, un confidente: qualcuno con cui bere una birra o fumare una sigaretta a fine turno. Rimane una figura tentatrice, ma anche profondamente umana. Ho scelto il surreale perché inserire elementi irreali in un contesto di iperrealismo, come il pronto soccorso, mi permetteva di dire cose che altrimenti non sarei riuscita a dire.

Come è nato il libro?

È nato alla fine di un turno in pronto soccorso. Una sera, uscendo, ho sentito uno sfrigolio, qualcosa che mi ha fatto scattare una domanda. Da lì è iniziato tutto, quasi senza che me ne rendessi conto.

Il romanzo affronta anche il tuo lato più oscuro.

Sì. Attraverso la protagonista ho personificato tutte le domande che non volevo pormi. È stata una catarsi. Dare una forma al male, al dubbio, al senso di colpa mi ha permesso di guardarli senza esserne travolta.

“La giusta distanza dal male” sembra ruotare intorno all’empatia.

L’empatia è mettere a disposizione le proprie emozioni nella relazione di cura, sapendo che quello che offri torna indietro come un boomerang. Il problema è la gestione di queste emozioni. L’empatia rischia sempre di cadere nell’immedesimazione totale, e lì ci si perde.

Hai trovato una soluzione?

No, una risposta definitiva non l’ho trovata. Alcuni colleghi mantengono una distanza fisica ed emotiva; io non me la sento, perché spesso quella distanza diventa mancanza di comunicazione. Non esistono corsi per insegnare questo equilibrio: c’è la pratica clinica e c’è la condivisione umana. L’empatia non si impara davvero, si attraversa.

Quanto pesa il dolore, soprattutto la morte?

Pesa moltissimo. Si accumulano lutti, dosi di malessere e di dolore che non sempre sono capace di gestire. Anche tra colleghi c’è condivisione, ma non esiste una soluzione comune.

Nel libro emerge anche una forte critica al sistema sanitario.

Ci sono pochi investimenti perché la sanità non è remunerativa. La situazione è ormai in crisi. L’ultimo baluardo è il pronto soccorso, che non rifiuta nessuno. L’aggressività che si respira nasce dalla mancanza di risposte del sistema: sono due rancori che si incontrano, quello dei pazienti e quello degli operatori, entrambi figli dello stesso malfunzionamento.

C’è anche una riflessione spirituale.

Sono agnostica, ma faccio fatica a pensare che tutto sia puramente deterministico. Incontro il male spesso, senza giustificazione e senza preavviso. Questo mi ha portata a una spiritualità più laica, che passa anche dalle relazioni umane.

Come hanno reagito i tuoi colleghi al libro?

Ho ricevuto molti riscontri positivi, anche da chi fa altre professioni sanitarie. Spesso mi dicono: “Le stesse cose che provi tu le proviamo anche noi”. Credo che un rapporto di cura basato sulla condivisione porti a risultati migliori, anche se per molti è stato interessante trovarsi, per una volta, dall’altra parte della scrivania.

Il percorso di scrittura è stato intenso.

Molto. Il libro è stato “partorito” in nove mesi di solo lavoro e scrittura. A un certo punto ho rassegnato le dimissioni. Poi è arrivata la proposta di Einaudi. Non sapevo se avrei continuato in pronto soccorso, ma mi mancava. Ho ricominciato in una struttura più piccola e anche la gestione del dolore e dell’empatia è migliorata. La giusta distanza, però, non l’ho ancora trovata.

Quali sono le tue letture di riferimento?

Bulgakov, soprattutto Memorie di un giovane medico e Il Maestro e Margherita, per la figura ironica e potente di Voland. Poi Stefano Benni, Tiziano Scarpa per il linguaggio, Pennac, Carver per l’essenzialità dei racconti. Mi affascinano le figure letterarie del diavolo, da Faust in poi: dolore e disperazione sono territori che anche i diavoli abitano.


mercoledì 19 novembre 2025

Il Budda delle periferie di Hanif Kureishi

 

                                             Mercoledì 19.11.2025  ore 20.30

Trama: Praticamente, si tratta di un compleanno di quelli importanti. Sono passati venticinque anni da quando la comparsa sulla scena letteraria del romanzo che avete tra le mani ha rovesciato un bel po' di preconcetti. Cinque lustri sono trascorsi da quando Hanif Kureishi, già candidato all'Oscar per la sceneggiatura di 'My Beautiful Laundrette', ci ha fatto conoscere e praticamente regalato il suo protagonista Karim, diciassettenne, ribelle, spiritoso, mezzo indiano e mezzo no, e 'vero inglese, più o meno' come lui stesso dice. 'Il Budda delle periferie', romanzo d'esordio, racconto di formazione quasi picaresco, documento sociale e politico, e praticamente essenziale abbecedario della cultura pop-rock, con la sua irriverenza e la sua sfrontatezza continua da allora a incantarci. Pochissimi romanzi - con la lettura dei quali siamo in qualche modo diventati diversi e probabilmente migliori - hanno questo potere, di conservare intatta la loro forza e la loro magia nel tempo. Se non lo avete ancora fatto, seguite le avventure e i pensieri di questo ragazzo, che vi trascineranno in un mondo che non conoscete né vi aspettate. Se lo avete già letto, incrociando di nuovo queste righe scoprirete che Karim ha ancora la scandalosa e spregiudicata libertà di allora, e che voi stessi siete cambiati, ma siete ancora quelli che eravate, 'più o meno'.

Il Confronto:

Il budda delle periferie è un libro che ha suscitato reazioni molto diverse all’interno del nostro gruppo di lettura, generando un confronto acceso e partecipato. Ambientato nella Londra degli anni Settanta, il romanzo segue il percorso di crescita di Karim, adolescente di origini indiane, alle prese con una realtà complessa fatta di mescolanze culturali, tensioni sociali, sperimentazioni personali e continue contraddizioni.

Karim è un io narrante costantemente presente, ma non sempre facile da accettare. Molti di noi hanno faticato a empatizzare con lui: è un personaggio che spesso si lascia trascinare dagli eventi, opportunista, poco coerente, incapace di assumere una posizione chiara. Proprio questa sua instabilità, però, sembra essere una scelta consapevole dell’autore, che non costruisce un eroe positivo ma un osservatore immerso nel caos della propria epoca. Più che raccontare una storia lineare, il romanzo restituisce un affresco frammentato degli anni Settanta.

Un aspetto interessante riguarda i personaggi secondari, che sembrano acquisire spessore proprio nel momento in cui escono di scena. Michel scompare e lo ritroviamo famoso, Eva la perdiamo di vista e la incontriamo nuovamente affermata come arredatrice. Al contrario, chi rimane costantemente sulla scena appare spesso meno incisivo, quasi a suggerire che il successo e la realizzazione passino attraverso l’allontanamento più che la permanenza. Questa scelta narrativa ha lasciato in alcuni lettori una sensazione di vuoto e incompiutezza, ma anche la percezione di una coerenza profonda con il clima del periodo raccontato.

Molto forte è stato il coinvolgimento emotivo nei confronti delle figure materne. In particolare, la madre di Karim, lasciata dal marito e poi anche dal figlio, rappresenta una lenta ma reale evoluzione femminile: da una posizione di dipendenza affettiva a una maggiore autonomia, anche lavorativa. Il divorzio dei genitori segna l’inizio della crisi di Karim ed è il vero punto di svolta del romanzo, aprendo una frattura che attraversa tutta la narrazione.

Il libro offre una critica ironica e spesso tagliente della borghesia radical chic e della sinistra dell’epoca. Le classi sociali si mescolano, ma senza un reale superamento delle distanze, e le lotte politiche sembrano spesso portate avanti più dalla borghesia che dal proletariato. Nulla viene completamente salvato, ma nemmeno completamente condannato. L’ironia attraversa anche i rapporti di coppia e le esperienze sessuali, che diventano simbolo degli eccessi, delle contraddizioni e delle sperimentazioni tipiche di quegli anni.

Un altro tema centrale è quello della religione vissuta come moda o strumento. Il buddhismo diventa un accessorio identitario, svuotato di profondità spirituale; l’Islam viene utilizzato dal padre di Jamila per imporre un matrimonio. Anche il richiamo all’India appare più come una tendenza culturale che come una vera ricerca interiore. In questo senso, la religione viene consumata più che vissuta, adattata alle convenienze del momento.

Diversi lettori hanno espresso disagio durante la lettura, definendo il romanzo crudo, a tratti cinico, con esperienze al limite e personaggi spesso sgradevoli. Eppure, proprio questa mancanza di conforto sembra essere uno degli elementi più autentici del libro. L’autore non offre soluzioni né percorsi di redenzione, ma restituisce la confusione, l’inquietudine e l’incompletezza di un’intera generazione.

Nel finale, Karim approda a una carriera da attore di soap opera, conclusione che alcuni hanno letto come una sconfitta, altri come una forma di adattamento. In ogni caso, il romanzo mostra una maturazione limitata ma reale, che va dai diciassette ai vent’anni, senza mai diventare pienamente risolutiva.

Nel complesso, Il budda delle periferie resta un classico del suo tempo: un libro che non cerca di piacere, ma di raccontare. Un romanzo che può lasciare insoddisfatti, infastiditi o distanti, ma che continua a parlare proprio grazie alla sua capacità di cogliere, con ironia e lucidità, le contraddizioni di un’epoca.