Quando l’amore diventa esposizione
Nel nostro ultimo incontro del gruppo di lettura abbiamo discusso Tutto per i bambini di Delphine de Vigan, un romanzo che ha suscitato reazioni forti, a tratti contrastanti, ma quasi sempre attraversate da un senso di inquietudine profonda. È un libro che parla di futuro, ma soprattutto di presente: di social network, visibilità, solitudine e del modo in cui gli adulti proiettano sui figli i propri vuoti.
Molti di noi hanno avuto la sensazione di leggere un reportage, più che un romanzo tradizionale. Lo stile asciutto e cronachistico rimanda a fatti reali, a episodi che potrebbero appartenere alla cronaca di oggi. L’ambientazione nel 2031 non appare come un salto fantascientifico, ma come una naturale estensione del mondo che già conosciamo.
Al centro della storia c’è una madre che, non riuscendo a realizzare il proprio desiderio di fama, finisce per trasferirlo interamente sui figli. La sua è una carenza affettiva profonda, che affonda le radici nell’infanzia: una vita vissuta senza sentirsi amata, senza essere vista. I social diventano per lei uno spazio di compensazione, un luogo in cui cercare quell’amore che non ha mai ricevuto. Ma il bisogno di approvazione si trasforma presto in dipendenza, e la linea tra cura e sfruttamento si spezza.
È emersa con forza l’idea che questa madre non si renda conto del male che provoca, nemmeno quando marito e figli la abbandonano. Continua a mostrarsi, truccata e sorridente, perché crede di essere amata dai follower. Una frase del romanzo ha colpito particolarmente: per lei è più importante essere amata da chi la segue online che dalla propria figlia. Un’affermazione giudicata da molti tristissima, ma anche terribilmente vera.
I figli, infatti, pagano il prezzo più alto. Uno riesce a sganciarsi e a cercare il proprio destino, l’altro rimane intrappolato nel meccanismo, fino ad ammalarsi. È stato sottolineato come i bambini dovrebbero fare i bambini, e non diventare contenuti. La domanda che aleggia è inquietante: che adulti diventeranno?
Accanto alla figura della madre si staglia quella della poliziotta, l’altra protagonista del romanzo. Le due donne si contrappongono, ma anche si riflettono. Da una parte l’assenza totale di responsabilità e di visione a lungo termine, dall’altra uno sguardo più distaccato, che cerca di comprendere e arginare. L’educazione ricevuta, l’ambiente familiare, il modo in cui si impara a stare al mondo: tutto sembra determinante.
Nel dibattito si è parlato molto anche del rapporto generazionale con i social. Per molti adulti esiste ancora una separazione tra realtà e mondo digitale; per i più giovani, invece, i social fanno parte integrante della realtà stessa. Non sono più uno strumento esterno, ma qualcosa che si porta sempre con sé, da cui è difficile staccarsi. Anche quando si tenta di disattivarli, il gesto di controllo resta un automatismo.
C’è chi ha sottolineato come i social, in sé, non siano il male: possono essere utili, persino positivi. Il problema, come spesso accade, è l’uso che se ne fa. Dietro c’è un algoritmo che osserva, monitora, indirizza; un sistema che non perdona gli errori e che trasforma tutto in merce, perfino l’intimità familiare. E intorno, una folla di spettatori: persone che guardano, seguono, commentano. Un pubblico che rende possibile tutto questo.
Il giudizio sulla madre è stato, per molti, durissimo. Immatura, irresponsabile, incapace di proteggere i figli. Anche il marito non ne esce indenne: viene visto come debole, poco lucido, incapace di opporsi davvero. Il romanzo è stato definito senza mezzi termini “un affresco della stupidità del genere umano”, ma dietro questa durezza resta una domanda più complessa: quanto siamo tutti coinvolti in questo meccanismo?
Tutto per i bambini è un libro che non consola e non assolve. Mette a disagio, costringe a guardare. Un mondo che non perdona, come è stato detto, e che forse – proprio per questo – somiglia molto più al nostro presente che a un futuro lontano.