Gruppo di lettura della Biblioteca di Castel Mella
Il GDL della biblioteca è stato fondato il 19 febbraio 2008, nella sede della biblioteca comunale. Si riunisce con cadenza mensile, per condividere percorsi di lettura comuni e confrontarsi sulle esperienze di lettura individuali. Chiunque può partecipare agli incontri, oppure offrire il proprio contributo alla discussione, iscrivendosi al presente blog, sul quale viene "postato" il lavoro del gruppo e le idee emerse durante il confronto.
Elias Canetti
«Un classico è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire»
(I. Calvino, Perché leggere i classici, def. 6)
giovedì 23 aprile 2026
giovedì 26 marzo 2026
Le cose che ci salvano di Lorenza Gentile
Ci incontreremo
Mercoledì 29 aprile 2026 ore 20,30
presso la Biblioteca di Castel Mella per
confrontarci sulla lettura del libro
"Le cose che ci salvano" di Lorenza Gentile
Una tuttofare che sa aggiustare tutto tranne le sue paure. Una vecchia bottega di rigattiere che rischia lo sgombero. Un invito a trovare il coraggio di ritagliarsi il proprio spazio nel mondo.
Gea abita in
un condominio sui Navigli di Milano e non oltrepassa mai i confini del suo
quartiere. Ha ventisette anni e si arrangia come tuttofare. Crede nel riciclo e
nel dare nuova vita alle cose che aggiusta e che distribuisce, insieme a
pillole per lo spirito – poesie, origami –, nell’ambito della sua “economia
circolare di quartiere”. Vive sola, ma ha dei buoni amici, come l’ottantenne
pseudo-portinaia o il tredicenne che sogna di diventare autista di corriera.
Nessuno però, della sua età. Perché Gea nella sua età non ci si ritrova. Così
come non si ritrova nel mondo. Forse perché è cresciuta in un posto sperduto,
con un padre ossessionato dalle catastrofi che la obbligava a prepararsi sempre
al peggio? Cominceremo a scoprire il suo segreto grazie al Nuovo mondo, una
vecchia bottega di rigattiere che viene rilevata e messa in vendita. Gea si
imbarcherà in una nuova missione: salvare il negozio a ogni costo. Perché tutto
ciò che salviamo finisce a sua volta per salvare noi, magari dandoci il
coraggio di ritagliarci il nostro spazio nel mondo.
mercoledì 25 marzo 2026
Due sulla strada di Roddy Doyle
Trama: Jimmy Rabbitte senior, disoccupato e squattrinato, trascina la sua esistenza fra il pub e il campo di calcio dei ragazzi. Quando anche il suo migliore amico, Bimbo, viene licenziato, i due decidono di fare qualcosa per riscattarsi ai propri occhi e a quelli delle famiglie: acquistare un furgoncino e mettersi davanti ai locali, sulle spiagge, a vendere hamburger e patatine.
È un'impresa
che porterà un po' di soldi, una quantità di avventure impreviste, parecchi
momenti esilaranti, e qualche subbuglio in famiglia...
Il confronto:
Nel nostro incontro del 25 marzo 2026 abbiamo
discusso Due sulla strada, un romanzo che ha diviso il gruppo ma
che ha comunque acceso un confronto vivace, tra risate, fastidi e riflessioni
su temi ancora attuali come il lavoro, la dignità e l’amicizia.
“Non avevano molto, ma avevano ancora l’un l’altro.”
Molti hanno riconosciuto nello stile di Roddy Doyle
una capacità particolare: raccontare situazioni difficili con un tono
leggero e ironico. La storia è ambientata nell’Irlanda degli anni ’90, in
un contesto segnato dalla disoccupazione e dalle difficoltà economiche. I
protagonisti, Jimmy e Bimbo, sono due uomini semplici, “terra a terra”, che
perdono il lavoro ma non rinunciano a una certa forma di ottimismo, fatta di
pub, birra, calcio e battute.
Proprio da questa condizione nasce l’idea di
reinventarsi: avviare insieme una piccola attività ambulante. All’inizio
tutto sembra funzionare, anche grazie al coinvolgimento della famiglia e a una
solidarietà che appare sincera. Tuttavia, come è stato sottolineato più volte
nel gruppo, l’equilibrio regge finché il rapporto resta paritario. Quando
subentrano questioni di gerarchia, proprietà e responsabilità,
l’amicizia comincia a incrinarsi.
È emerso con chiarezza come il romanzo sia, prima di
tutto, una riflessione su un’amicizia maschile forte ma fragile. Il
“furgone della discordia”, simbolo dell’attività condivisa, diventa anche il
punto di rottura tra i due protagonisti.
Il tema della disoccupazione ha colpito molti. La
perdita del lavoro non è solo economica, ma anche identitaria: Jimmy prova
umiliazione nel non riuscire a mantenere la famiglia, anche quando il figlio
cerca di aiutarlo con discrezione. Nonostante tutto, i personaggi rifiutano
lavori che percepiscono come non dignitosi, mantenendo un senso di
orgoglio e dignità personale.
Accanto a questi aspetti, non sono mancate critiche.
Diversi lettori hanno trovato il linguaggio scurrile e a tratti
fastidioso, soprattutto nella rappresentazione delle donne. Alcuni hanno
interpretato questa scelta come il tentativo di descrivere una precisa
subcultura senza filtri. È stato però anche osservato come, alla fine, le
figure femminili risultino più solide e responsabili.
Lo stile, costruito quasi interamente su dialoghi
serrati, ha diviso: per alcuni è risultato dinamico e realistico, per altri faticoso
e ripetitivo, quasi una sceneggiatura più che un romanzo. Nonostante
questo, molte scene sono state ricordate per la loro forza comica e surreale.
Nel complesso, Due sulla strada è
stato letto come un romanzo imperfetto ma autentico, capace di raccontare
vite marginali senza idealizzarle. Non tutti lo hanno considerato un grande
libro, ma molti ne hanno riconosciuto il valore nel restituire uno spaccato
sociale credibile.
Forse il suo punto più interessante sta proprio qui: mostrare come, anche nelle difficoltà e negli errori, siano le relazioni – più del successo – a tenere insieme le persone.
mercoledì 25 febbraio 2026
Bambino di Marco Balzano
Trama:
Un romanzo palpitante in cui il giudizio – anche di fronte
alle azioni più estreme – è sempre fuori scena. Con una scrittura trascinante e
tagliente, Marco Balzano torna a indagare il rapporto tra individuo e
collettività, tra le scelte personali e i grandi rivolgimenti della Storia. «La
vita è aggredire o difendere, distruggere o prendersi cura».
L’incontro del Gruppo di Lettura di Castel Mella del 25.02.2026 dedicato al romanzo Bambino ha suscitato una discussione intensa e a tratti difficile, segnata dal forte impatto emotivo della storia e dalla complessità del protagonista. Il libro ha portato i partecipanti a riflettere non solo sul contesto storico del fascismo nelle zone di confine, ma anche sulla natura della violenza e sulle contraddizioni dell’essere umano.
Un primo aspetto molto apprezzato è stato il contesto storico, ritenuto da diversi lettori ben documentato e narrato con attenzione. È stato ricordato come nelle terre di confine tra Italia e Jugoslavia le tensioni fossero già presenti prima ancora che il fascismo si affermasse pienamente in Italia. Trieste, città cosmopolita e culturalmente vivace, diventa nel romanzo uno scenario emblematico di conflitti identitari e nazionali. In particolare è stata richiamata la distruzione della Casa della cultura slovena, evento simbolico che segna l’inizio di un clima di violenza e sopraffazione. Nel confronto è emersa anche la consapevolezza che in quelle terre la violenza non apparteneva a una sola parte: sia italiani sia slavi hanno compiuto brutalità, mostrando come nelle guerre raramente esista una sola verità.
Il protagonista del romanzo ha suscitato reazioni molto forti. Alcuni lo hanno definito il personaggio peggiore incontrato finora nelle letture del gruppo: un individuo violento, sociopatico, incapace di empatia. La sua aggressività sembra nascere da una rabbia interiore profonda, che trova sfogo nel contesto politico e nella possibilità di esercitare potere sugli altri. Più che un’adesione ideologica al fascismo, il suo comportamento appare come un modo per sfogare la propria violenza o per stare dalla parte dei più forti. Il fatto di diventare delatore, sfruttando la conoscenza della lingua slovena per denunciare altre persone, è stato visto da molti come uno degli aspetti più inquietanti del personaggio.
Altri interventi hanno cercato però di cogliere anche la dimensione umana di questa figura. In alcuni momenti emergono infatti brevi tentativi di autoanalisi o piccoli segni di coscienza, come quando entra in chiesa e accende una candela chiedendo di non sapere quale destino toccherà alle persone che ha denunciato. Per alcuni questo episodio suggerisce che, nonostante tutto, alla radice rimanga una traccia di umanità.
Il romanzo è raccontato in prima persona, scelta narrativa che ha creato un effetto ambivalente. Alcuni lettori hanno osservato che, nei momenti in cui il protagonista mostra esitazioni o fragilità, il lettore rischia quasi di essere portato dalla sua parte. Questo rende la lettura ancora più complessa e disturbante, perché si entra nella mente di un personaggio moralmente molto problematico.
Un altro elemento centrale della discussione è stato il tema della violenza, presente in molte forme nel romanzo. Per alcuni lettori la lettura è stata difficile proprio per questo motivo: la violenza descritta è cruda e costante. Allo stesso tempo è emersa una riflessione più ampia: la violenza non appartiene solo a un’ideologia o a una parte politica, ma può essere una componente dell’essere umano che emerge con particolare forza nei contesti di guerra e di conflitto.
Molto apprezzata è stata la figura del padre, vista da molti come uno dei personaggi più profondi del romanzo. Nonostante il comportamento del figlio, il padre continua ad amarlo e a prendersi cura di lui. Alcuni hanno interpretato il suo silenzio sull’identità della vera madre come un gesto di rispetto verso la donna che ha cresciuto il protagonista. In questa scelta si intravede una forma di dignità e di protezione dei legami familiari.
Proprio il mistero della madre è stato uno degli aspetti che ha lasciato più interrogativi. Alcuni lettori avrebbero voluto che l’autore approfondisse maggiormente questa parte della storia, mentre altri hanno apprezzato il fatto che il segreto resti tale fino alla fine.
Il romanzo ha inoltre suscitato collegamenti con memorie familiari e racconti tramandati, che hanno reso la discussione ancora più intensa. Alcuni partecipanti hanno ricordato episodi legati alla guerra e al periodo fascista ascoltati dai propri genitori o nonni, trovando nel libro elementi che rispecchiano la brutalità e la complessità di quegli anni.
Nel complesso, Bambino è stato percepito come un romanzo duro ma significativo. Più che raccontare solo la storia di un individuo, il protagonista sembra rappresentare un fenomeno più ampio: quello di persone che, in un contesto di violenza e ideologia, trovano nel potere e nella sopraffazione un modo per dare sfogo alle proprie frustrazioni.
La discussione del gruppo ha mostrato quanto questo libro riesca a mettere il lettore di fronte a domande scomode: sulla responsabilità individuale, sulla natura della violenza e sul modo in cui la storia può trasformare le fragilità personali in tragedie collettive.
mercoledì 21 gennaio 2026
Norwegian Wood (Tokyo Blues) di Murakami Haruki
Un grande romanzo sull'adolescenza, sul conflitto tra il desiderio di essere integrati nel mondo degli «altri» per entrare vittoriosi nella vita adulta e il bisogno irrinunciabile di essere se stessi, costi quel costi.
«La costruzione della scrittura di Murakami è così impalpabile e squisita che ogni cosa egli scelga di descrivere vibra di potenzialità simbolica: una camicia stesa ad asciugare, dei ritagli di carta, un fermafoglio a forma di farfalla» – The Guardian
Uno dei più clamorosi successi letterari giapponesi di tutti i tempi è anche il libro più intimo, introspettivo di Murakami, che qui si stacca dalle atmosfere oniriche e surreali che lo hanno reso famoso, per esplorare il mondo in ombra dei sentimenti e della solitudine. Norwegian Wood è anche un grande romanzo sull'adolescenza, sul conflitto tra il desiderio di essere integrati nel mondo degli «altri» per entrare vittoriosi nella vita adulta e il bisogno irrinunciabile di essere se stessi, costi quel costi. Come il giovane Holden, Toru è continuamente assalito dal dubbio di aver sbagliato o poter sbagliare nelle sue scelte di vita e di amore, ma è anche guidato da un ostinato e personale senso della morale e da un'istintiva avversione per tutto ciò che sa di finto e costruito. Diviso tra due ragazze, Naoko e Midori, che lo attirano entrambe con forza irresistibile, Toru non può fare altro che decidere. O aspettare che la vita (e la morte) decidano per lui. Murakami Haruki in uniform edition Super ET, con le copertine di Noma Bar e nota dell'autore.
L’incontro del gruppo di lettura di Castel Mella dedicato a Norwegian Wood ha messo in luce, forse più che in altre occasioni, quanto uno stesso libro possa essere vissuto in modo diverso a seconda dell’età, dell’esperienza personale e del momento della vita in cui lo si legge o rilegge.
Per molti partecipanti il sentimento dominante del romanzo è stata la tristezza, una tristezza continua che accompagna il lettore dall’inizio alla fine. È emerso con forza il tema del passaggio doloroso dall’adolescenza all’età adulta: una fase fragile, segnata da smarrimento, silenzi, incapacità di comunicare davvero con gli altri. Alcuni hanno sottolineato come Toru Watanabe sia un protagonista distaccato, che parla poco, osserva molto e sembra vivere gli eventi quasi in terza persona, senza una vera partecipazione emotiva.
Il personaggio di Toru ha diviso il gruppo. C’è chi lo ha definito scialbo, ignavo, senza spessore, un semplice sfondo su cui Murakami fa emergere gli altri personaggi; e chi invece ha visto in lui una figura coerente, fedele a se stessa, capace di accogliere gli altri senza mai perdere la propria identità. Per alcuni Toru è uno “specchio”, un tramite che incarna e riflette le persone che incontra, senza mai sovrastarle.
Molto intenso è stato il confronto sui personaggi femminili. Naoko è stata letta come una figura profondamente fragile, segnata da una forte repressione sessuale e da un disagio mentale che la porta progressivamente fuori dalla realtà. Alcuni interventi hanno sottolineato come la sua incapacità di vivere una sessualità serena finisca per far soffrire non solo lei, ma anche gli uomini che le stanno accanto. Midori, al contrario, è apparsa a molti come l’emblema della vitalità: eccessiva, provocatoria, diretta, con una grande forza di attaccamento alla vita. La contrapposizione tra Naoko e Midori è stata letta come una scelta simbolica tra morte e vita, tra chi si ritrae e chi invece si espone fino in fondo.
Il tema della sessualità ha suscitato sorpresa e discussione. Diversi lettori non si aspettavano una tale libertà di costumi nel Giappone degli anni Sessanta. Alcuni hanno trovato il sesso descritto in modo troppo realistico o disturbante, altri lo hanno considerato naturale, privo di tabù e coerente con un contesto culturale in cui la repressione quotidiana convive con una letteratura e un cinema molto spinti. È emersa anche una riflessione sulla differenza tra uomini e donne nel vivere il tradimento, il possesso e il desiderio, oltre al peso del ceto sociale nelle relazioni.
Un tema centrale del confronto è stato quello della morte e del suicidio, molto presenti nel romanzo. I suicidi – spesso privi di spiegazioni chiare – hanno lasciato in molti un senso di sospensione e disagio. Per alcuni questa mancanza di risposte è una scelta precisa dell’autore, che lascia volutamente dei vuoti; per altri è una debolezza narrativa. È stato però condiviso che, nel mondo di Murakami, la morte non è un evento eccezionale ma una componente costante della vita, verso cui i personaggi sono stranamente attratti.
Interessante anche la riflessione sul disagio mentale. La clinica, la routine quotidiana, i gesti ripetuti sono stati visti da alcuni come un modo per restare ancorati alla realtà, da altri come una forma di immobilità che non cura davvero. È emersa l’idea che non si tratti di “aggiustare” le persone, ma di convivere con le proprie alterazioni, riconoscendo che la normalità è un concetto fragile.
Dal punto di vista stilistico, diversi partecipanti hanno definito Norwegian Wood un romanzo molto occidentale, vicino al modello del romanzo americano, ricco di riferimenti musicali e con una scrittura scorrevole. Le descrizioni – della natura, dei cibi, dei paesaggi – sono state apprezzate per la loro forza sensoriale e per la capacità di creare immagini quasi pittoriche. Altri, invece, lo hanno trovato lento o pesante, pur riconoscendone la qualità stilistica.
Infine, è emersa una riflessione condivisa: Norwegian Wood è un libro che cambia a seconda dell’età in cui lo si legge. Alcuni lo avevano amato profondamente da giovani e lo hanno ritrovato diverso, meno travolgente, ma comunque significativo. Altri non sono riusciti ad amarlo, pur riconoscendone il valore. In ogni caso, il romanzo ha stimolato un confronto ricco e autentico, confermando la sua capacità di mettere il lettore di fronte a temi universali come la perdita, la fragilità e la scelta – mai semplice – di restare attaccati alla vita.
venerdì 19 dicembre 2025
Tutto per i bambini di Delphine De Vigan
Primi anni Dieci del Duemila. Mélanie, che è cresciuta davanti allo schermo della televisione, ipnotizzata dai reality e dalle loro promesse di notorietà, ha un solo obiettivo nella vita: diventare famosa. Quando supera le selezioni per un nuovo show – seppur non tra i piú noti – Mélanie è al settimo cielo. Ma quell'unica esperienza si rivela disastrosa. Il segno del fallimento è una ferita che non si rimargina. 2019. Moglie e madre modello, Mélanie vive in un lussuoso complesso residenziale nei sobborghi di Parigi e ha creato un canale YouTube di grande successo, Happy Récré, interamente dedicato alla vita quotidiana dei suoi figli, Sam, di otto anni, e Kim, di sei. La formula di Mélanie ha conquistato la rete: il prodotto di quest'anonima madre intraprendente è seguito, ammirato, amato da milioni di iscritti. Sponsor, promozioni, campagne: i bambini si prestano alle richieste delle aziende che passano per il filtro materno; Sam e Kim vivono una recita ininterrotta e le loro identità sono ormai un brand. Ma un giorno i riflettori del mondo di Mélanie fanno cortocircuito: Kim è scomparsa. Della squadra di polizia che conduce le indagini fa parte la giovane Clara, che si appassiona subito al caso. La piccola Kim ha lasciato poche tracce: incontro sbagliato, fuga, rapimento? Non si può scartare nessuna ipotesi, e Clara sospetta che la chiave di tutto sia nascosta dietro le quinte di Happy Récré. Scavando nell'universo dei baby influencer, Clara si rende conto allora che la felicità esibita dagli schermi è un'ingannevole illusione. Perché la realtà in cui si muovono i piccoli Sam e Kim, piú che al regno fatato descritto da Mélanie, assomiglia a un vero e proprio inferno autorizzato.
Quando l’amore diventa esposizione
Nel nostro ultimo incontro del gruppo di lettura abbiamo discusso Tutto per i bambini di Delphine de Vigan, un romanzo che ha suscitato reazioni forti, a tratti contrastanti, ma quasi sempre attraversate da un senso di inquietudine profonda. È un libro che parla di futuro, ma soprattutto di presente: di social network, visibilità, solitudine e del modo in cui gli adulti proiettano sui figli i propri vuoti.
Molti di noi hanno avuto la sensazione di leggere un reportage, più che un romanzo tradizionale. Lo stile asciutto e cronachistico rimanda a fatti reali, a episodi che potrebbero appartenere alla cronaca di oggi. L’ambientazione nel 2031 non appare come un salto fantascientifico, ma come una naturale estensione del mondo che già conosciamo.
Al centro della storia c’è una madre che, non riuscendo a realizzare il proprio desiderio di fama, finisce per trasferirlo interamente sui figli. La sua è una carenza affettiva profonda, che affonda le radici nell’infanzia: una vita vissuta senza sentirsi amata, senza essere vista. I social diventano per lei uno spazio di compensazione, un luogo in cui cercare quell’amore che non ha mai ricevuto. Ma il bisogno di approvazione si trasforma presto in dipendenza, e la linea tra cura e sfruttamento si spezza.
È emersa con forza l’idea che questa madre non si renda conto del male che provoca, nemmeno quando marito e figli la abbandonano. Continua a mostrarsi, truccata e sorridente, perché crede di essere amata dai follower. Una frase del romanzo ha colpito particolarmente: per lei è più importante essere amata da chi la segue online che dalla propria figlia. Un’affermazione giudicata da molti tristissima, ma anche terribilmente vera.
I figli, infatti, pagano il prezzo più alto. Uno riesce a sganciarsi e a cercare il proprio destino, l’altro rimane intrappolato nel meccanismo, fino ad ammalarsi. È stato sottolineato come i bambini dovrebbero fare i bambini, e non diventare contenuti. La domanda che aleggia è inquietante: che adulti diventeranno?
Accanto alla figura della madre si staglia quella della poliziotta, l’altra protagonista del romanzo. Le due donne si contrappongono, ma anche si riflettono. Da una parte l’assenza totale di responsabilità e di visione a lungo termine, dall’altra uno sguardo più distaccato, che cerca di comprendere e arginare. L’educazione ricevuta, l’ambiente familiare, il modo in cui si impara a stare al mondo: tutto sembra determinante.
Nel dibattito si è parlato molto anche del rapporto generazionale con i social. Per molti adulti esiste ancora una separazione tra realtà e mondo digitale; per i più giovani, invece, i social fanno parte integrante della realtà stessa. Non sono più uno strumento esterno, ma qualcosa che si porta sempre con sé, da cui è difficile staccarsi. Anche quando si tenta di disattivarli, il gesto di controllo resta un automatismo.
C’è chi ha sottolineato come i social, in sé, non siano il male: possono essere utili, persino positivi. Il problema, come spesso accade, è l’uso che se ne fa. Dietro c’è un algoritmo che osserva, monitora, indirizza; un sistema che non perdona gli errori e che trasforma tutto in merce, perfino l’intimità familiare. E intorno, una folla di spettatori: persone che guardano, seguono, commentano. Un pubblico che rende possibile tutto questo.
Il giudizio sulla madre è stato, per molti, durissimo. Immatura, irresponsabile, incapace di proteggere i figli. Anche il marito non ne esce indenne: viene visto come debole, poco lucido, incapace di opporsi davvero. Il romanzo è stato definito senza mezzi termini “un affresco della stupidità del genere umano”, ma dietro questa durezza resta una domanda più complessa: quanto siamo tutti coinvolti in questo meccanismo?
Tutto per i bambini è un libro che non consola e non assolve. Mette a disagio, costringe a guardare. Un mondo che non perdona, come è stato detto, e che forse – proprio per questo – somiglia molto più al nostro presente che a un futuro lontano.
lunedì 24 novembre 2025
Incontro con Giorgia Protti
Incontro con l'autore: Giorgia Protti
Autrice de La
giusta distanza dal male
Giorgia
Protti è medico internista e scrittrice. La giusta distanza dal male è
il suo libro d’esordio, nato quasi per caso ma maturato attraverso anni di
lavoro in pronto soccorso e una lunga riflessione sul dolore, sull’empatia e
sul limite umano.
Giorgia, sei medico ma dici che la scrittura viene
prima della medicina. In che senso?
La scrittura
è sempre stata una necessità primaria. Sono diventata medico anche grazie a
genitori di grande buon senso che mi hanno convinta a iscrivermi a medicina, ma
la scrittura c’era prima ed è sempre rimasta. La medicina è diventata poi una
parte fondamentale della mia vita, ma non ha mai sostituito il bisogno di
raccontare e di interrogarmi attraverso le parole.
Quanto c’è di te nella protagonista del libro?
C’è una
trasfigurazione narrativa. Il sistema sanitario italiano, il pronto soccorso,
gli episodi raccontati sono ispirati a casi reali, ma nulla è sovrapponibile
alla realtà dei fatti. Non volevo scrivere una biografia. La narrativa mi ha
permesso di colorire, deformare, arricchire l’esperienza, mantenendo però una
verità emotiva.
Il pronto soccorso è al centro del romanzo. Che cosa
ti ha colpita di più di quell’esperienza?
Il carico
emotivo e il contatto umano. I pazienti spesso chiedono “perché?”, ma la
medicina non è una scienza esatta. In pronto soccorso regna il caos: molte
volte non sappiamo davvero cosa abbia una persona, ci limitiamo a escludere il
peggio. Altre volte i pazienti non hanno bisogno di una diagnosi, ma di
ascolto, perché soffrono di disagio psichiatrico o semplicemente perché non
hanno un posto dove dormire.
Nel libro compare Lucifero, una figura molto
particolare.
Non è il
Lucifero biblico. È una sorta di compagno, un confidente: qualcuno con cui bere
una birra o fumare una sigaretta a fine turno. Rimane una figura tentatrice, ma
anche profondamente umana. Ho scelto il surreale perché inserire elementi
irreali in un contesto di iperrealismo, come il pronto soccorso, mi permetteva
di dire cose che altrimenti non sarei riuscita a dire.
Come è nato il libro?
È nato alla
fine di un turno in pronto soccorso. Una sera, uscendo, ho sentito uno
sfrigolio, qualcosa che mi ha fatto scattare una domanda. Da lì è iniziato
tutto, quasi senza che me ne rendessi conto.
Il romanzo affronta anche il tuo lato più oscuro.
Sì.
Attraverso la protagonista ho personificato tutte le domande che non volevo
pormi. È stata una catarsi. Dare una forma al male, al dubbio, al senso di
colpa mi ha permesso di guardarli senza esserne travolta.
“La giusta distanza dal male” sembra ruotare intorno
all’empatia.
L’empatia è
mettere a disposizione le proprie emozioni nella relazione di cura, sapendo che
quello che offri torna indietro come un boomerang. Il problema è la gestione di
queste emozioni. L’empatia rischia sempre di cadere nell’immedesimazione
totale, e lì ci si perde.
Hai trovato una soluzione?
No, una
risposta definitiva non l’ho trovata. Alcuni colleghi mantengono una distanza
fisica ed emotiva; io non me la sento, perché spesso quella distanza diventa
mancanza di comunicazione. Non esistono corsi per insegnare questo equilibrio:
c’è la pratica clinica e c’è la condivisione umana. L’empatia non si impara
davvero, si attraversa.
Quanto pesa il dolore, soprattutto la morte?
Pesa
moltissimo. Si accumulano lutti, dosi di malessere e di dolore che non sempre
sono capace di gestire. Anche tra colleghi c’è condivisione, ma non esiste una
soluzione comune.
Nel libro emerge anche una forte critica al sistema
sanitario.
Ci sono
pochi investimenti perché la sanità non è remunerativa. La situazione è ormai
in crisi. L’ultimo baluardo è il pronto soccorso, che non rifiuta nessuno.
L’aggressività che si respira nasce dalla mancanza di risposte del sistema:
sono due rancori che si incontrano, quello dei pazienti e quello degli
operatori, entrambi figli dello stesso malfunzionamento.
C’è anche una riflessione spirituale.
Sono
agnostica, ma faccio fatica a pensare che tutto sia puramente deterministico.
Incontro il male spesso, senza giustificazione e senza preavviso. Questo mi ha
portata a una spiritualità più laica, che passa anche dalle relazioni umane.
Come hanno reagito i tuoi colleghi al libro?
Ho ricevuto
molti riscontri positivi, anche da chi fa altre professioni sanitarie. Spesso
mi dicono: “Le stesse cose che provi tu le proviamo anche noi”. Credo che un
rapporto di cura basato sulla condivisione porti a risultati migliori, anche se
per molti è stato interessante trovarsi, per una volta, dall’altra parte della
scrivania.
Il percorso di scrittura è stato intenso.
Molto. Il
libro è stato “partorito” in nove mesi di solo lavoro e scrittura. A un certo
punto ho rassegnato le dimissioni. Poi è arrivata la proposta di Einaudi. Non
sapevo se avrei continuato in pronto soccorso, ma mi mancava. Ho ricominciato
in una struttura più piccola e anche la gestione del dolore e dell’empatia è
migliorata. La giusta distanza, però, non l’ho ancora trovata.
Quali sono le tue letture di riferimento?
Bulgakov,
soprattutto Memorie di un giovane medico e Il Maestro e Margherita,
per la figura ironica e potente di Voland. Poi Stefano Benni, Tiziano Scarpa
per il linguaggio, Pennac, Carver per l’essenzialità dei racconti. Mi
affascinano le figure letterarie del diavolo, da Faust in poi: dolore e
disperazione sono territori che anche i diavoli abitano.
mercoledì 19 novembre 2025
Il Budda delle periferie di Hanif Kureishi
Mercoledì 19.11.2025 ore 20.30
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Praticamente, si tratta di un compleanno di quelli importanti. Sono passati venticinque anni da quando la comparsa sulla scena letteraria del romanzo che avete tra le mani ha rovesciato un bel po' di preconcetti. Cinque lustri sono trascorsi da quando Hanif Kureishi, già candidato all'Oscar per la sceneggiatura di 'My Beautiful Laundrette', ci ha fatto conoscere e praticamente regalato il suo protagonista Karim, diciassettenne, ribelle, spiritoso, mezzo indiano e mezzo no, e 'vero inglese, più o meno' come lui stesso dice. 'Il Budda delle periferie', romanzo d'esordio, racconto di formazione quasi picaresco, documento sociale e politico, e praticamente essenziale abbecedario della cultura pop-rock, con la sua irriverenza e la sua sfrontatezza continua da allora a incantarci. Pochissimi romanzi - con la lettura dei quali siamo in qualche modo diventati diversi e probabilmente migliori - hanno questo potere, di conservare intatta la loro forza e la loro magia nel tempo. Se non lo avete ancora fatto, seguite le avventure e i pensieri di questo ragazzo, che vi trascineranno in un mondo che non conoscete né vi aspettate. Se lo avete già letto, incrociando di nuovo queste righe scoprirete che Karim ha ancora la scandalosa e spregiudicata libertà di allora, e che voi stessi siete cambiati, ma siete ancora quelli che eravate, 'più o meno'.
mercoledì 29 ottobre 2025
Incontro con Luciano Taffurelli
Nati per perdere di Luciano Taffurelli
Calibano editore
Genere romanzi
Numero Pagine 208
Dimensioni 13x18
ISBN 979-12-56190-21-8
Brescia, una città popolata da baby gang e senzatetto.
Aldo, collaboratore investigativo con un passato nell’ambiente della musica, assume l’incarico di aiutare Johnny, un rapper prossimo al successo, a veder chiaro nella morte di due suoi amici.
La verità sembra trovarsi all'interno di una fantomatica valigetta sulle cui tracce si sguinzagliano anche un'ispettrice di polizia, gli emissari di una potente cosca mafiosa e una donna misteriosa
che si sta costruendo una personalissima carriera criminale.
Un noir urbano senza scampo, nel quale tutti, nessuno escluso, sembrano nati per perdere.
Il tentativo di un giovane rapper di scoprire la verità
sull'assassinio dei suoi amici d'infanzia.
mercoledì 8 ottobre 2025
L'imprevedibile viaggio di Harold Fry di Rachel Joyce - 22.10.2025
Trama: È un normalissimo mattino di metà aprile, quando il neo-pensionato Harold Fry riceve la lettera che sta per sconvolgere la sua vita. Queenie Hennessy, una ex collega e amica, gli ha scritto per dirgli addio: si trova, infatti, in una casa di cura nel Nord dell'Inghilterra e sta per morire di cancro. Sopraffatto dai ricordi e dalle emozioni, Harold riesce a fatica a buttare giù qualche parola per rispondere a un tale messaggio, ma una volta arrivato alla cassetta della posta qualcosa lo blocca. Sono passati vent'anni dall'ultima volta che ha visto Queenie e non ha mai potuto ringraziarla per quello che ha fatto per lui, così, spinto da un impulso improvviso e del tutto irrazionale, decide di andarla a trovare e semplicemente… comincia a camminare. Si convince che finché lui camminerà, lei continuerà a vivere. Inizia così un lungo viaggio a piedi, mille chilometri che lo porteranno da Kingsbridge a Berwick-upon-Tweed, senza scarpe da trekking né bussola, per non parlare di una cartina o di un cambio di abiti. Ma nonostante le vesciche ai piedi e i dolori alla schiena, ogni passo è un'occasione per rivivere il suo passato e sbloccare i tragici ricordi che lo hanno sempre più allontanato da sua moglie Maureen; ogni incontro una speranza di rinnovamento. La sensazione di libertà che gli provoca questa avventura nell'ignoto è inebriante, perché finalmente la sua vita ha uno scopo e lui non può fallire. Impossibile non farsi trascinare dall'ottimismo di Harold Fry, l'anziano impacciato e gentile, la cui eccezionale storia ci ricorda che tutto è possibile e che senza amore non si può fare niente che abbia davvero importanza.
Il confronto:
Nell’ultimo incontro del nostro
gruppo di lettura, ci siamo messi in cammino insieme ad Harold Fry, il
protagonista del romanzo di Rachel Joyce. La discussione è stata intensa
e partecipata, muovendosi tra la malinconia di una vita vissuta in isolamento e
la speranza di una rinascita tardiva.
Il tema centrale emerso dal
dibattito è quello del cammino come strumento di espiazione. Harold non parte
per una sfida sportiva, ma per un impulso improvviso che lo spinge ad
attraversare l'Inghilterra nel tentativo di "salvare" una vecchia amica
malata. Molti di noi hanno colto in questo gesto un atto di autopunizione e il
bisogno di riflettere sulle mancanze del passato, in particolare sul dolore
taciuto per la perdita del figlio. Il viaggio diventa così la metafora di
un'esperienza interiore: perdersi per potersi finalmente ritrovare.
Un punto su cui il gruppo si è
soffermato a lungo è la profonda solitudine che caratterizza i personaggi.
Harold e la moglie Maureen vivono per anni in una "gabbia" di
silenzio e incomunicabilità. Tuttavia, paradossalmente, è proprio la distanza
fisica creata dal cammino a permettere alla coppia di riscoprirsi. Mentre il
protagonista consuma le scarpe sulla strada, la moglie attraversa un proprio
percorso emotivo che li porterà a un finale di ritrovato amore e pace.
Interessante è stata anche la
riflessione critica sull'intervento dei mass media. Quando il pellegrinaggio di
Harold diventa un fenomeno pubblico, il senso intimo della sua missione viene
minacciato da chi cerca solo visibilità e disturba la sua solitudine. Al
contrario, sono gli incontri umili e marginali — come quello con la ragazza del
fast-food che dà la scintilla iniziale o l'immigrata che si prende cura di lui
— a offrire la solidarietà più autentica e disinteressata.
Sebbene per alcuni la narrazione
sia risultata a tratti lenta o carica di tristezza, la forza della scrittrice
risiede nella capacità di trasformare un'esperienza angosciante in un messaggio
di speranza. Il richiamo a classici come “L'anno della lepre” di Paasilinna ha
sottolineato l'universalità del tema dell'uomo che, camminando nella natura,
cerca di ricucire lo strappo con la propria esistenza.
In conclusione, la storia di Harold Fry ci ha ricordato che non è mai troppo tardi per aprirsi agli altri e che, a volte, è necessario un lungo viaggio per riuscire finalmente a guardare con occhi nuovi chi ci vive accanto da una vita.









