Gruppo di lettura della Biblioteca di Castel Mella
Il GDL della biblioteca è stato fondato il 19 febbraio 2008, nella sede della biblioteca comunale. Si riunisce con cadenza mensile, per condividere percorsi di lettura comuni e confrontarsi sulle esperienze di lettura individuali. Chiunque può partecipare agli incontri, oppure offrire il proprio contributo alla discussione, iscrivendosi al presente blog, sul quale viene "postato" il lavoro del gruppo e le idee emerse durante il confronto.
Elias Canetti
«Un classico è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire»
(I. Calvino, Perché leggere i classici, def. 6)
giovedì 29 ottobre 2026
giovedì 1 ottobre 2026
"L'Odissea raccontata da Penelope, Circe, Calipso e le altre" di Marilu' Oliva - Domenica 18 ottobre 2026 ore 10.30
Ci siamo incontrati
Domenica 18 ottobre 2026 ore 10.30 in Val di Scalve per confrontarci sulla lettura del libro "L'Odissea raccontata da Penelope, Circe, Calipso e le altre" di Marilu' Oliva
Programma della giornata:- ore 8.30 Partenza dal parcheggio della Biblioteca di Castel Mella- ritrovo alla pineta di Schilpario- ore 10.30 gruppo di lettura nel bosco - pranzo presso il ristorante Il Capriolo a Schilpario
Trama:L'Odissea raccontata, per quadri, in prima persona dalla voce delle protagoniste. Un curioso e riuscito alternarsi di punti di vista che fa vibrare di nuova vita un classico immortale, rendendolo accessibile a un pubblico più vasto e combinando spessore narrativo, valore didattico, e uno sguardo universale sulla varietà e sulla verità dei sentimenti.C'è Calipso che deve lasciar andare Ulisse sebbene ne sia innamorata, c'è Nausicaa seduttrice immatura ma pericolosamente potente, c'è Circe dominatrice che disprezza gli uomini ma allo stesso tempo ne ha bisogno, ci sono le Sirene incantatrici e distruttrici, c'è Euriclea la nutrice e naturalmente Penelope la sposa in attesa. Ciascuna narra la sua parte della celebre epica, portando il proprio, inedito, punto di vista e ribaltando la prospettiva unica dell'eroe maschile nella polifonia del femminile. E tra l'una e l'altra donna parla Atena, "dea ex machina", che sprona sia Telemaco sia Ulisse a fare ciò che devono: la voce della grande donna dietro ogni grande uomo.
Domenica 18 ottobre 2026 ore 10.30
mercoledì 9 settembre 2026
Biancaneve nel Novecento di Marilu' Oliva Mercoledì 16 settembre 2026 ore 20.30

Trama: Con una penna vibrante, intinta nella storia del Novecento e affilata da una profonda sensibilità per le umane lacerazioni e debolezze, Marilù Oliva disegna una vicenda incalzante che è anche una riflessione su quello che le famiglie non dicono, sulle ferite non rimarginate che si riaprono, implacabili, attraverso le generazioni. Un romanzo che dà voce al rimosso di un secolo.
Il 16 settembre ci siamo ritrovati per parlare di
Biancaneve nel Novecento di Marilù Oliva, un romanzo che ha suscitato
reazioni diverse e anche qualche perplessità, ma che ci ha offerto molti spunti
di riflessione. Al centro ci sono due donne, Bianca e Lili, separate da
decenni di storia.
La storia di Bianca appartiene a un tempo più
vicino al nostro, che percorre l’ultima metà del secolo scorso, a partire dagli
anni 80. È una giovane donna che cresce all’interno di una famiglia
profondamente problematica. La madre, Candi, è una figura fragile e inadeguata,
segnata dall’alcol, dalle proprie difficoltà e da una forte attenzione
all’apparenza, mentre il padre rappresenta per Bianca un punto di riferimento
importante, fino alla sua morte. Dopo la sua scomparsa Bianca rimane ancora più
sola e deve imparare molto presto a cavarsela da sé.
Fin da piccola Bianca si costruisce un proprio
mondo attraverso le fiabe. Scrive, inventa storie e utilizza il personaggio di
Biancaneve per interpretare ciò che le accade intorno. La fiaba diventa
così un modo per dare un significato alla propria vita e per cercare di
comprendere una realtà familiare che spesso non riesce ad accettare.
La madre finisce per assumere, ai suoi occhi, il ruolo della matrigna, mentre
le storie che Bianca scrive sulle sue agende cambiano insieme a lei e alla sua
crescita.
Con l’adolescenza il mondo di Bianca diventa
sempre più difficile. Le sue fragilità affettive la portano a vivere relazioni
complicate e un amore tossico. Anche lei finisce per sviluppare comportamenti
di dipendenza e, in un ambiente nel quale le droghe sono sempre più presenti,
arriva a utilizzare la cocaina per riuscire a sostenere il peso dell’università
e della propria vita.
La sua storia, però, non è soltanto una storia di
cadute. Bianca, nonostante tutto, riesce a reagire. Quando la madre ha un altro
figlio dall’amante, che già frequentava quando il marito era in vita, e rischia
che le venga sottratto, è Bianca a farsi carico del bambino,
assumendosi responsabilità che non dovrebbero appartenere a una ragazza della
sua età. È uno dei momenti nei quali emerge la sua capacità di andare avanti
nonostante le carenze affettive della propria famiglia.
Ed è proprio il rapporto con la madre uno degli
aspetti che ha fatto maggiormente discutere. Candi è stata percepita come una
madre incapace di dare affetto e di prendersi realmente cura dei propri figli.
La sua figura ha suscitato sentimenti molto forti: per alcuni è difficile
comprendere e accettare il suo comportamento, mentre il romanzo sembra
suggerire che dietro quella incapacità ci sia a sua volta una storia di
sofferenza e di eredità familiari difficili.
Accanto alla vicenda personale di Bianca,
l’autrice inserisce anche alcuni degli eventi storici che hanno segnato
la seconda metà del Novecento, filtrandoli attraverso i ricordi e
l’esperienza della protagonista. La storia entra così nella sua vita quotidiana
e nei suoi ricordi, diventando parte del suo percorso di crescita. Tra questi
eventi compare anche la strage di Bologna, uno dei momenti più
drammatici della storia italiana recente. Questo modo di intrecciare la vicenda
privata con la memoria collettiva dà al romanzo anche un tratto autobiografico
e rende ancora più evidente il rapporto tra la storia di una persona e quella
del Paese nel quale vive. La grande Storia non rimane quindi sullo sfondo, ma
entra nella memoria di Bianca, nei suoi ricordi e nel suo modo di guardare il
mondo.
Molto diversa, e lontanissima nel tempo, è la
storia di Lili. Il salto temporale tra le due protagoniste è uno degli
elementi più importanti del romanzo: dalla vicenda personale e
familiare di Bianca si passa alla storia di una giovane donna che vive
nell’Europa della prima metà del Novecento, nel periodo della persecuzione
antiebraica, della guerra e dei campi di concentramento. Le due donne
appartengono quindi a mondi profondamente differenti: Bianca vive le
inquietudini e le dipendenze della contemporaneità, mentre Lili si trova
immersa nella tragedia storica del nazismo e della Seconda guerra mondiale.
Lili è una ragazza di campagna che viene data in
sposa a un uomo di Parigi. Il matrimonio non viene consumato e la sua vita
cambia completamente quando l’antisemitismo e la persecuzione degli ebrei
entrano nella quotidianità. Lili e il marito arrivano a ospitare una famiglia
ebrea e, quando vengono scoperti, lei viene internata nel campo di
concentramento di Buchenwald.
La parte dedicata a Lili è stata considerata
particolarmente forte e dolorosa. I capitoli ambientati nel campo sono
tra i momenti più traumatici del romanzo, anche perché raccontano
episodi estremi e agghiaccianti di violenza e di abuso. Lili viene destinata al
Sonderbau, il bordello del campo, dove le donne prigioniere erano
costrette a prestare lavoro sessuale. Non si tratta quindi di prostituzione
scelta liberamente, ma di una forma di violenza e sfruttamento sessuale
organizzato all’interno del sistema concentrazionario nazista.
Questo aspetto della storia ha aperto una
riflessione importante. Per molto tempo la vicenda delle donne costrette alla
prostituzione nei campi è rimasta ai margini della memoria e degli studi sulla
persecuzione nazista. Le loro storie sono state a lungo poco raccontate
e, soprattutto, spesso sono state accompagnate da un giudizio morale che finiva
per trasformare le vittime in colpevoli. Dopo la guerra, infatti,
molte di queste donne furono guardate con sospetto e con disprezzo, come se
avere subito quella violenza significasse averla in qualche modo scelta.
È una delle contraddizioni più dolorose che il
romanzo permette di affrontare: donne che erano state vittime di una
violenza estrema hanno continuato a portarne addosso lo stigma anche dopo la
liberazione. Il loro passato è rimasto per molti anni una sorta di
marchio indelebile, e proprio la vergogna e il timore del giudizio hanno
contribuito a far tacere molte testimonianze.
La vicenda di Lili rende quindi il romanzo anche
un’occasione per ricordare una parte della storia che per molto tempo è rimasta
nell’ombra. Nei campi il corpo delle donne poteva diventare uno strumento di
dominio e di umiliazione. Il Sonderbau era parte di un sistema
organizzato dalle SS, nel quale la sessualità veniva utilizzata come strumento
di controllo e di sfruttamento. Dietro la parola “prostituzione” c’è
dunque una realtà molto diversa: donne deportate e prigioniere costrette a
subire rapporti sessuali in condizioni di totale coercizione.
È proprio all’interno di questa esperienza che
Lili incontra l’uomo dai capelli rossi che diventa per lei il simbolo più
terribile della violenza subita. Quando rimane incinta, scopre di portare in
grembo il figlio proprio di quell’uomo che detesta e che rappresenta la sua
esperienza di abuso. Alla fine della guerra nasce una bambina dai capelli
rossi.
La bambina diventa così, per Lili, il
volto vivente dell’orrore che ha subito. Incapace di separare la
figlia dall’uomo che l’ha violentata, Lili prova nei suoi confronti una
repulsione terribile e arriva a compiere un gesto atroce: le versa dell’acido
muriatico sui capelli, nel tentativo di cancellare quel segno che le ricorda il
suo stupratore. È un gesto che non può essere giustificato, ma che il romanzo
presenta anche come l’esito estremo di una ferita psicologica devastante: la
violenza subita da Lili finisce per trasformarsi in altra violenza, trasmessa
alla generazione successiva.
Anche all’interno del lager, però, Lili riesce a
conservare qualcosa di sé. Si innamora di Elio, un uomo del campo, e insieme a
lui cerca di aiutare alcuni bambini. Elio sarà disposto a crescere la figlia di
Lili come fosse sua. La sua storia è quindi fatta di dolore, ma anche di
piccoli gesti di resistenza e di umanità.
Uno degli aspetti più interessanti della
struttura del romanzo è proprio il modo in cui le due storie procedono
in parallelo senza che per gran parte della lettura sia evidente ciò che le
unisce. Da una parte seguiamo Bianca, la sua infanzia, l’adolescenza,
le dipendenze, le relazioni e il difficile rapporto con la madre; dall’altra
seguiamo Lili, la sua vita nella Francia del Novecento, la guerra, la
persecuzione, la deportazione e il lager.
I capitoli dedicati alle due protagoniste si
alternano e, come è stato osservato durante la discussione, questa scelta
funziona proprio perché mantiene a lungo il mistero. Per buona parte
del libro le due vicende sembrano appartenere a due romanzi diversi.
Il lettore sa che deve esserci un legame, ma non riesce ancora a vederlo.
Solo molto avanti, quasi alla fine, il filo
comincia a emergere e si comprende che Lili è la nonna di Bianca.
La distanza temporale che sembrava dividere completamente le due storie si
trasforma allora in una continuità. Quello che sembrava un semplice
accostamento tra una vicenda familiare contemporanea e una tragedia storica
diventa il racconto di una stessa famiglia, nella quale le ferite del passato
hanno continuato a produrre conseguenze nel presente.
È qui che il significato della struttura
parallela diventa più evidente. La storia non procede in linea retta:
torna indietro, riemerge, cambia forma e passa da una generazione all’altra.
La violenza subita da Lili non rimane confinata alla sua esperienza personale,
ma lascia tracce nella figlia e poi nella nipote. Cambiano le epoche, cambiano
le forme della sofferenza, ma qualcosa continua a passare attraverso i
comportamenti, le paure, i silenzi e le difficoltà nel costruire relazioni.
È stato proprio questo uno degli aspetti più
discussi: chi ha subito il male può, a sua volta, finire per
trasmetterlo, anche senza volerlo. Lili rimane segnata dalla
deportazione e dalla violenza; Candi porta dentro di sé una sofferenza che non
riesce a trasformare in capacità di amare e di prendersi cura dei propri figli;
Bianca, invece, sembra riuscire, almeno in parte, a interrompere questo
percorso.
Due donne, quindi, reagiscono alla violenza in
modo diverso. Lili sopravvive, ma rimane profondamente ferita; Bianca,
pur attraversando momenti difficili e assumendo a sua volta comportamenti
problematici, riesce lentamente a rialzarsi. È come se il romanzo
mettesse a confronto due possibilità: restare prigionieri di ciò che si è
subito oppure cercare, faticosamente, di trasformarlo.
Anche il significato del titolo è stato al centro
delle nostre riflessioni. Bianca utilizza continuamente la fiaba di Biancaneve
per raccontare la propria vita e per interpretare le persone che la circondano.
Il Novecento diventa così una sorta di grande fiaba rovesciata,
nella quale accanto alla bambina, alla matrigna e al principe compaiono la
guerra, la deportazione, la droga, la violenza e le fragilità familiari.
La fiaba, in questo modo, non rappresenta più
soltanto un mondo fantastico nel quale il bene alla fine trionfa sul male.
Diventa uno strumento per interrogarsi sulla realtà. Biancaneve può
essere innocente, ma il mondo nel quale cresce non lo è affatto. E il
Novecento raccontato da Marilù Oliva è proprio il secolo nel quale le grandi
tragedie della storia possono entrare nella vita di una famiglia e continuare a
farsi sentire molto tempo dopo.
Da qui nasce una delle domande più profonde
emerse durante la discussione: quanto pesa la storia sulle generazioni
successive? Lili ha vissuto la guerra e la deportazione, ma le
conseguenze di quella storia non finiscono con la liberazione. Arrivano fino a
Bianca, molti decenni dopo. E allora ci si può chiedere se gli eventi possano
davvero finire quando finiscono, oppure se continuino a vivere nelle persone
che li hanno attraversati e in quelle che vengono dopo.
Il romanzo sembra suggerire che la storia non
appartenga soltanto ai libri. La grande Storia entra nelle storie
individuali, modifica i destini, condiziona i rapporti familiari e può lasciare
ferite che attraversano le generazioni. Per questo il Novecento non è
soltanto lo sfondo della vicenda di Lili: è una presenza che, indirettamente,
arriva fino a Bianca. Attraverso i suoi ricordi, inoltre, alcuni eventi della
storia italiana diventano esperienza personale, memoria e racconto: la
Storia collettiva viene così filtrata dallo sguardo di una donna e trasformata
in memoria individuale, con un evidente tratto autobiografico.
Non tutti, però, hanno apprezzato allo stesso
modo la costruzione del romanzo. Alcuni hanno trovato che siano stati messi
troppi elementi insieme e che alcuni aspetti siano stati soltanto accennati
senza essere approfonditi abbastanza. Anche il finale ha suscitato qualche
perplessità: per alcuni è apparso troppo consolatorio rispetto alla
durezza di ciò che lo precede, soprattutto considerando la storia di
Candi e la gravità delle ferite che il romanzo racconta.
Per altri, invece, proprio la possibilità che
Bianca riesca a rialzarsi rappresenta un elemento di speranza. Dopo tutto ciò
che ha vissuto, riesce a prendersi cura del fratellino, a confrontarsi con la
propria storia e infine a comprendere anche la complessità della figura
materna. Il riconoscimento finale della madre, che arriva a dirle «tu sei la
persona più bella che io abbia mai conosciuto», assume così un significato
particolare.
Resta comunque una domanda importante: quanto
è possibile spezzare davvero il cerchio della violenza e dell’eredità
familiare? Il romanzo sembra suggerire che non sia sufficiente aver
sofferto per diventare automaticamente persone diverse da chi ci ha fatto del
male. Occorre un percorso fatto di scelte, di presa di coscienza e
anche della capacità di chiedere aiuto.
Ed è forse proprio qui che il romanzo diventa più
complesso. Spezzare il cerchio non significa cancellare il passato. Bianca non
può cancellare ciò che è accaduto a Lili, né ciò che sua madre ha ricevuto
dalla generazione precedente. Può però scegliere di non trasformare
quella sofferenza in un destino inevitabile. Il passato rimane, ma può
cambiare il modo in cui viene guardato e, soprattutto, il modo in cui viene
trasmesso.
Certo. Nelle conclusioni il concetto di eredità
del dolore, memoria e possibilità di spezzare il ciclo viene ripreso
più volte. Le renderei più compatte, mantenendo però il senso e la profondità.
In questo senso il romanzo ci interroga anche sul
rapporto tra memoria e responsabilità. Ricordare non significa soltanto
conoscere ciò che è successo, ma comprendere quanto le ferite della storia
possano continuare a vivere nel presente. Significa anche restituire un volto e
una dignità a chi, come le donne del Sonderbau, è rimasto per troppo
tempo ai margini del racconto storico e ha dovuto portare, oltre al trauma
della violenza, anche il peso del giudizio degli altri.
Biancaneve nel Novecento ci ha lasciato
una storia fatta di fiabe e realtà, di vicende individuali e grandi tragedie
collettive. Due storie lontanissime nel tempo che procedono affiancate
fino a quando il filo che le unisce diventa visibile, mostrando come
il passato possa attraversare le generazioni e lasciare tracce profonde nel
presente.
Forse è proprio questo il significato più
profondo della fiaba: la possibilità di riscrivere ciò che sembra già
scritto. Bianca eredita una storia che non ha scelto, ma può decidere
che cosa farne. Non può cancellare il dolore di Lili né quello della propria
famiglia, ma può provare a non trasformarlo in un destino inevitabile.
Il romanzo non offre quindi una risposta
semplice, né un lieto fine capace di cancellare le ferite. Lascia piuttosto una
domanda: possiamo ricordare ciò che è stato senza continuare a
ripeterlo? Forse il vero lieto fine non consiste nel dimenticare il
passato, ma nel riuscire a guardarlo con consapevolezza e scegliere, per quanto
possibile, di non consegnargli anche il proprio futuro.
mercoledì 24 giugno 2026
Niente caffè per Spinoza di Alice Cappagli - Mercoledì 24 giugno 2026 ore 20,30
Niente caffè per Spinoza di Alice Cappagli è stato il libro al centro del nostro incontro del 24 giugno. Una lettura che ha suscitato opinioni diverse, ma che ha trovato nel gruppo molti apprezzamenti, soprattutto per la delicatezza della storia, la piacevolezza della scrittura e la figura del professore, un personaggio che ha conquistato quasi tutti.
Il romanzo racconta l’incontro tra due persone molto diverse, entrambe però in una situazione di fragilità. Da una parte c’è un professore anziano e non vedente, uomo colto, curioso, ironico e profondamente generoso; dall’altra Maria Vittoria, una donna che sta vivendo un periodo difficile, alle prese con un matrimonio disastrato, una suocera difficile e una vita nella quale sembra aver perso fiducia in se stessa.
È proprio l’incontro tra queste due fragilità ad aver colpito maggiormente. Lui, anziano e cieco, continua a vivere con curiosità e partecipazione; lei, entrando progressivamente nel suo mondo fatto di libri, filosofia, conversazioni e incontri, ritrova fiducia in se stessa e la possibilità di guardare avanti. In qualche modo, i due personaggi finiscono per completarsi: Maria Vittoria ritrova gradualmente il gusto della vita, mentre il professore sembra ritrovare attraverso di lei una nuova vitalità e una nuova gioia.
Il professore è sicuramente uno dei personaggi più riusciti del romanzo. È una persona colta, ma la sua cultura non diventa mai ostentazione. È soprattutto una persona di cuore, affettuosa, generosa e capace di donare agli altri ciò che ha imparato nel corso della propria vita. È amato dai suoi ex allievi, che continuano ad andarlo a trovare e a conversare con lui di tutto. Anche nella vecchiaia e nella cecità mantiene i propri interessi, i propri libri e le proprie amicizie, dimostrando che una fragilità non deve necessariamente diventare un limite alla possibilità di vivere pienamente.
Molto importante è il ruolo della filosofia. Il professore accompagna Maria Vittoria alla scoperta di pensieri e domande che lei non aveva mai incontrato prima. La filosofia non viene presentata come qualcosa di astratto o lontano dalla vita quotidiana, ma diventa uno strumento per riflettere sulle proprie scelte e sul senso dell'esistenza. Tra gli spunti ricordati durante la discussione c’è anche la scommessa di Pascal: credere o non credere viene proposta come una possibilità sulla quale interrogarsi, senza che il professore imponga una risposta.
Particolarmente significativo è il momento in cui Maria Vittoria ritrova il desiderio di studiare. Non è soltanto un modo per dare una soddisfazione al professore, ma rappresenta soprattutto il segnale di una rinascita. Dopo essere stata a lungo schiacciata dalle difficoltà familiari e personali, Maria Vittoria torna a pensare a se stessa e alle proprie capacità. Riprendere gli studi diventa così un piccolo ma importante atto di libertà, il segno che è ancora possibile ricominciare.
Anche l’incontro con Angelo è stato letto come una possibilità di una seconda occasione, un'apertura verso un futuro diverso. Il percorso viene affrontato con prudenza, senza forzature, accompagnando gradualmente la protagonista verso una maggiore fiducia in se stessa.
Non sono mancate, naturalmente, alcune perplessità. Per qualcuno il romanzo è apparso troppo leggero e in alcuni momenti scontato, soprattutto considerando la profondità dei temi affrontati. Vecchiaia, morte, cecità, solitudine e conoscenza sono questioni importanti che, secondo alcuni, avrebbero potuto essere sviluppate con maggiore intensità.
Proprio la leggerezza è stata quindi uno degli aspetti più discussi. Da una parte può essere considerata un limite, perché rischia di attenuare la forza di alcuni temi; dall’altra permette di affrontare argomenti difficili senza rendere la lettura pesante. La storia d’amore, l’ironia e alcuni momenti più briosi contribuiscono infatti a creare un equilibrio tra temi impegnativi e una narrazione piacevole.
La morte è sicuramente uno degli argomenti che maggiormente fanno riflettere. Il professore la affronta con una sorta di serenità stoica, coerentemente con il suo modo di guardare alla vita. La sua morte, vissuta senza drammi e senza voler coinvolgere gli altri nella propria sofferenza, appare come la conclusione coerente del suo percorso umano e filosofico. Allo stesso tempo, però, il suo continuo pensiero della morte può lasciare nel lettore una certa tristezza.
Un altro elemento particolarmente apprezzato è la presenza della città di Livorno, che non rimane semplicemente sullo sfondo, ma accompagna la vicenda con i suoi luoghi e le sue atmosfere. La Terrazza Mascagni e la villa dove il professore incontra i suoi amici sono alcuni degli spazi che caratterizzano il romanzo. La città diventa quasi una presenza discreta che accompagna il cambiamento dei personaggi.
Alla fine della discussione, ciò che rimane è soprattutto una storia di incontri, fragilità e possibilità. Due persone che si trovano in momenti diversi della vita riescono, proprio attraverso il loro incontro, a darsi qualcosa reciprocamente. Il professore offre a Maria Vittoria cultura, fiducia e la possibilità di guardare oltre la propria situazione; Maria Vittoria, con la sua presenza, restituisce al professore un senso di vitalità e di partecipazione.
Niente caffè per Spinoza ci ha così portato a riflettere sul valore delle relazioni e sulla possibilità di cambiare anche quando sembra che la propria vita sia ormai segnata. Non sempre sono necessari grandi gesti per aiutare qualcuno a rinascere: a volte è sufficiente incontrare una persona capace di ascoltarci, di riconoscere le nostre capacità e di ricordarci che possiamo ancora scegliere, imparare e ricominciare.
Ed è forse proprio questa la riflessione che più ci rimane al termine della lettura: nella vita possiamo essere fragili, possiamo sentirci smarriti o pensare di non avere più possibilità, ma un incontro può diventare l’occasione per ritrovare noi stessi e guardare nuovamente al futuro.
sabato 9 maggio 2026
Le cose che ci salvano di Lorenza Gentile - Mercoledì 27 maggio 2026 ore 20,30
Trama:
Una tuttofare che sa aggiustare tutto tranne le sue paure. Una vecchia bottega di rigattiere che rischia lo sgombero. Un invito a trovare il coraggio di ritagliarsi il proprio spazio nel mondo.
Gea abita in
un condominio sui Navigli di Milano e non oltrepassa mai i confini del suo
quartiere. Ha ventisette anni e si arrangia come tuttofare. Crede nel riciclo e
nel dare nuova vita alle cose che aggiusta e che distribuisce, insieme a
pillole per lo spirito – poesie, origami –, nell’ambito della sua “economia
circolare di quartiere”. Vive sola, ma ha dei buoni amici, come l’ottantenne
pseudo-portinaia o il tredicenne che sogna di diventare autista di corriera.
Nessuno però, della sua età. Perché Gea nella sua età non ci si ritrova. Così
come non si ritrova nel mondo. Forse perché è cresciuta in un posto sperduto,
con un padre ossessionato dalle catastrofi che la obbligava a prepararsi sempre
al peggio? Cominceremo a scoprire il suo segreto grazie al Nuovo mondo, una
vecchia bottega di rigattiere che viene rilevata e messa in vendita. Gea si
imbarcherà in una nuova missione: salvare il negozio a ogni costo. Perché tutto
ciò che salviamo finisce a sua volta per salvare noi, magari dandoci il
coraggio di ritagliarci il nostro spazio nel mondo.
Il 27 maggio ci siamo incontrati per parlare di Le cose che si salvano, un romanzo che ha suscitato nel gruppo reazioni molto diverse e che proprio per questo ci ha offerto molti spunti di riflessione. Una storia singolare, con una protagonista decisamente fuori dagli schemi, che ha fatto discutere soprattutto sul rapporto tra isolamento e relazioni, sul valore dell’educazione e sull’importanza della comunità.
La protagonista è una ragazza particolare, in qualche modo atipica rispetto al mondo di oggi, ma allo stesso tempo capace di avere molte cose in comune con la sua generazione. È cresciuta in una famiglia isolata e il padre l'ha educata preparandola ad affrontare ogni possibile catastrofe. Le ha insegnato molte cose pratiche, la manualità, il valore degli oggetti e la capacità di arrangiarsi, ma il prezzo di questa educazione è stato l'isolamento dal mondo e dagli altri. La ragazza possiede quindi molte competenze, ma è carente proprio nell'ambito delle relazioni.
Questo aspetto educativo ci ha particolarmente colpito. Dietro gli insegnamenti del padre c’è infatti un messaggio che, almeno in parte, contiene valori importanti: imparare a fare, non sprecare, conoscere il valore delle cose, essere autonomi. Ma il rovescio della medaglia è molto pesante: proteggere i figli dal mondo fino a isolarli significa anche impedire loro di imparare a vivere con gli altri. La protagonista porta infatti con sé alcune difficoltà proprio perché non ha avuto la possibilità di costruire normalmente relazioni e rapporti sociali.
La sua storia, però, cambia quando entra in contatto con il quartiere e con le persone che lo abitano. Le donne che si uniscono per cercare di salvare il negozio diventano fondamentali nel suo percorso. È piaciuta molto l’idea di queste donne che si mettono insieme per salvare un'attività del quartiere e, nello stesso tempo, finiscono per salvare anche una persona. Il negozio di oggetti vintage diventa così un luogo di incontro, di scambio e di rinascita.
Proprio mentre cerca di salvare il negozio, la protagonista riesce a superare gradualmente i propri limiti. Gli altri la aiutano a crescere, a confrontarsi con persone diverse e soprattutto a scoprire una dimensione della vita che fino a quel momento le era stata negata. Il quartiere diventa per lei una sorta di famiglia allargata, un luogo nel quale imparare finalmente a stare insieme agli altri.
Anche la lettera al padre rappresenta un momento importante. Per la prima volta la ragazza riesce a prendere le distanze da ciò che le è stato insegnato e a mettere in discussione quella visione del mondo basata sulla paura e sull'attesa della catastrofe. Il padre le aveva trasmesso l’idea che il mondo sarebbe finito e l’aveva preparata a sopravvivere, ma non ad aprirsi alla vita. La scelta di uscire da quell'isolamento diventa quindi anche una scelta di autonomia e di libertà.
Il rapporto con il padre ha suscitato nel gruppo riflessioni importanti e anche qualche perplessità. Da una parte sono stati riconosciuti il valore di alcuni insegnamenti e la grande quantità di conoscenze pratiche che ha trasmesso ai figli; dall'altra sono emersi con forza gli aspetti più problematici e dolorosi di quella educazione, compresi l'isolamento, le violenze e alcune esperienze estreme alle quali i ragazzi sono stati sottoposti. La madre, a un certo punto, suggerisce di andarsene, mentre il fratello sembra desiderare di fuggire già dal primo contatto con la città.
È proprio qui che il romanzo apre una riflessione più ampia sull'educazione. Educare non significa soltanto preparare a sopravvivere, ma anche insegnare a vivere con gli altri. La protagonista sa fare molte cose, sa cavarsela, conosce il valore degli oggetti e possiede capacità che oggi sono diventate rare, ma deve imparare da zero qualcosa di altrettanto importante: fidarsi delle persone, costruire relazioni, lasciarsi aiutare.
Il tema della relazione con gli altri si lega strettamente a quello della sorellanza. Il gruppo ha apprezzato particolarmente la solidarietà tra le donne, che alla fine diventa uno dei messaggi più positivi del romanzo. Non sono eroine straordinarie, ma persone comuni che decidono di collaborare e di mettere insieme le proprie capacità. È proprio dalla loro unione che nasce la possibilità di cambiare le cose.
Anche l’idea dell’economia di quartiere ha suscitato interesse. Nel romanzo gli scambi non avvengono necessariamente attraverso il denaro: una brioche può essere scambiata con una poesia, la poesia con un giornale e così via. Un sistema basato sullo scambio, sulla reciprocità e sulla valorizzazione di ciò che ciascuno può offrire. Un'idea che è stata letta anche come una piccola critica al modello economico dominante e al capitalismo.
In questo senso è significativo anche il valore attribuito agli oggetti del passato. Gli oggetti antichi non vengono semplicemente conservati, ma tornano ad avere una funzione e un significato. Il negozio e il quartiere diventano così luoghi nei quali salvare le cose significa anche salvare una memoria, una storia e un modo di vivere. Anche l'idea di valorizzare il condominio e i suoi spazi, nonostante le difficoltà economiche degli abitanti, va nella stessa direzione.
È piaciuta anche l'atmosfera del quartiere milanese raccontato nel romanzo. Non è la Milano della movida e dei luoghi più conosciuti, ma una zona più interna e quotidiana, fatta di persone, negozi, case e relazioni. I Navigli fanno da sfondo, anche se è stato osservato che quelli descritti nel romanzo non corrispondono più del tutto alla realtà di oggi.
Tra gli aspetti che hanno fatto sorridere ci sono anche alcuni personaggi particolari e sopra le righe, come la giovane agente immobiliare, spavalda e un po' “vamp”. Sono figure che contribuiscono a dare al romanzo quell'atmosfera da favola che alcuni di noi hanno percepito fin dall'inizio.
Ed è proprio la dimensione fiabesca uno degli elementi sui quali le opinioni sono state più discordanti. Per alcuni il libro è piacevole, leggero, carino e capace di regalare un'atmosfera positiva. È una storia che forse non pretende di essere realistica e che proprio per questo può essere letta come una favola contemporanea, nella quale sarebbe bello immaginare un mondo popolato da persone capaci di aiutarsi e di prendersi cura del luogo in cui vivono.
Per altri, invece, questa stessa caratteristica rappresenta il limite principale del romanzo. La storia è sembrata poco realistica, il finale troppo consolatorio e alcuni passaggi quasi una “favoletta”, tanto da lasciare la sensazione che temi interessanti avrebbero potuto essere sviluppati con maggiore profondità. Anche l'idea che la protagonista riesca a superare così bene esperienze familiari tanto difficili è sembrata, per alcuni, poco convincente.
Sono quindi emerse due letture molto diverse dello stesso libro: da una parte la possibilità di apprezzarlo proprio come una favola sulla solidarietà, sulla comunità e sulla possibilità di ricominciare; dall'altra la difficoltà ad accettare una storia nella quale la realtà sembra essere troppo facilmente ricomposta e i problemi trovano una soluzione forse eccessivamente rassicurante.
Al di là dei diversi giudizi, però, alcuni temi ci sono sembrati particolarmente interessanti. Primo fra tutti, l'impossibilità di vivere completamente isolati dagli altri. La protagonista parte da una condizione di chiusura e progressivamente scopre che sono proprio le relazioni a permetterle di crescere.
Il negozio, il quartiere, le donne, gli scambi, gli oggetti recuperati e valorizzati diventano così tanti tasselli della stessa idea: non possiamo salvarci da soli. A volte per salvare qualcosa – un negozio, un oggetto, un quartiere – bisogna mettere insieme le persone. E, nel tentativo di salvare ciò che ci circonda, può accadere di salvare anche noi stessi.
Forse è questo il messaggio che, nonostante le diverse opinioni sul romanzo, ci ha accompagnato alla fine della serata: le cose che meritano di essere salvate non sono soltanto gli oggetti del passato, ma anche i luoghi, le relazioni, la memoria e soprattutto la capacità delle persone di prendersi cura le une delle altre.
E se il libro ha davvero qualcosa di fiabesco, forse è proprio il suo invito a immaginare, almeno per un momento, un quartiere in cui le persone tornino ad aiutarsi, a scambiarsi qualcosa e a sentirsi parte di una comunità.
venerdì 8 maggio 2026
mercoledì 25 marzo 2026
Due sulla strada di Roddy Doyle
Trama: Jimmy Rabbitte senior, disoccupato e squattrinato, trascina la sua esistenza fra il pub e il campo di calcio dei ragazzi. Quando anche il suo migliore amico, Bimbo, viene licenziato, i due decidono di fare qualcosa per riscattarsi ai propri occhi e a quelli delle famiglie: acquistare un furgoncino e mettersi davanti ai locali, sulle spiagge, a vendere hamburger e patatine.
È un'impresa
che porterà un po' di soldi, una quantità di avventure impreviste, parecchi
momenti esilaranti, e qualche subbuglio in famiglia...
Il confronto:
Nel nostro incontro del 25 marzo 2026 abbiamo
discusso Due sulla strada, un romanzo che ha diviso il gruppo ma
che ha comunque acceso un confronto vivace, tra risate, fastidi e riflessioni
su temi ancora attuali come il lavoro, la dignità e l’amicizia.
“Non avevano molto, ma avevano ancora l’un l’altro.”
Molti hanno riconosciuto nello stile di Roddy Doyle
una capacità particolare: raccontare situazioni difficili con un tono
leggero e ironico. La storia è ambientata nell’Irlanda degli anni ’90, in
un contesto segnato dalla disoccupazione e dalle difficoltà economiche. I
protagonisti, Jimmy e Bimbo, sono due uomini semplici, “terra a terra”, che
perdono il lavoro ma non rinunciano a una certa forma di ottimismo, fatta di
pub, birra, calcio e battute.
Proprio da questa condizione nasce l’idea di
reinventarsi: avviare insieme una piccola attività ambulante. All’inizio
tutto sembra funzionare, anche grazie al coinvolgimento della famiglia e a una
solidarietà che appare sincera. Tuttavia, come è stato sottolineato più volte
nel gruppo, l’equilibrio regge finché il rapporto resta paritario. Quando
subentrano questioni di gerarchia, proprietà e responsabilità,
l’amicizia comincia a incrinarsi.
È emerso con chiarezza come il romanzo sia, prima di
tutto, una riflessione su un’amicizia maschile forte ma fragile. Il
“furgone della discordia”, simbolo dell’attività condivisa, diventa anche il
punto di rottura tra i due protagonisti.
Il tema della disoccupazione ha colpito molti. La
perdita del lavoro non è solo economica, ma anche identitaria: Jimmy prova
umiliazione nel non riuscire a mantenere la famiglia, anche quando il figlio
cerca di aiutarlo con discrezione. Nonostante tutto, i personaggi rifiutano
lavori che percepiscono come non dignitosi, mantenendo un senso di
orgoglio e dignità personale.
Accanto a questi aspetti, non sono mancate critiche.
Diversi lettori hanno trovato il linguaggio scurrile e a tratti
fastidioso, soprattutto nella rappresentazione delle donne. Alcuni hanno
interpretato questa scelta come il tentativo di descrivere una precisa
subcultura senza filtri. È stato però anche osservato come, alla fine, le
figure femminili risultino più solide e responsabili.
Lo stile, costruito quasi interamente su dialoghi
serrati, ha diviso: per alcuni è risultato dinamico e realistico, per altri faticoso
e ripetitivo, quasi una sceneggiatura più che un romanzo. Nonostante
questo, molte scene sono state ricordate per la loro forza comica e surreale.
Nel complesso, Due sulla strada è
stato letto come un romanzo imperfetto ma autentico, capace di raccontare
vite marginali senza idealizzarle. Non tutti lo hanno considerato un grande
libro, ma molti ne hanno riconosciuto il valore nel restituire uno spaccato
sociale credibile.
Forse il suo punto più interessante sta proprio qui: mostrare come, anche nelle difficoltà e negli errori, siano le relazioni – più del successo – a tenere insieme le persone.
mercoledì 25 febbraio 2026
Bambino di Marco Balzano
Trama:
Un romanzo palpitante in cui il giudizio – anche di fronte
alle azioni più estreme – è sempre fuori scena. Con una scrittura trascinante e
tagliente, Marco Balzano torna a indagare il rapporto tra individuo e
collettività, tra le scelte personali e i grandi rivolgimenti della Storia. «La
vita è aggredire o difendere, distruggere o prendersi cura».
L’incontro del Gruppo di Lettura di Castel Mella del 25.02.2026 dedicato al romanzo Bambino ha suscitato una discussione intensa e a tratti difficile, segnata dal forte impatto emotivo della storia e dalla complessità del protagonista. Il libro ha portato i partecipanti a riflettere non solo sul contesto storico del fascismo nelle zone di confine, ma anche sulla natura della violenza e sulle contraddizioni dell’essere umano.
Un primo aspetto molto apprezzato è stato il contesto storico, ritenuto da diversi lettori ben documentato e narrato con attenzione. È stato ricordato come nelle terre di confine tra Italia e Jugoslavia le tensioni fossero già presenti prima ancora che il fascismo si affermasse pienamente in Italia. Trieste, città cosmopolita e culturalmente vivace, diventa nel romanzo uno scenario emblematico di conflitti identitari e nazionali. In particolare è stata richiamata la distruzione della Casa della cultura slovena, evento simbolico che segna l’inizio di un clima di violenza e sopraffazione. Nel confronto è emersa anche la consapevolezza che in quelle terre la violenza non apparteneva a una sola parte: sia italiani sia slavi hanno compiuto brutalità, mostrando come nelle guerre raramente esista una sola verità.
Il protagonista del romanzo ha suscitato reazioni molto forti. Alcuni lo hanno definito il personaggio peggiore incontrato finora nelle letture del gruppo: un individuo violento, sociopatico, incapace di empatia. La sua aggressività sembra nascere da una rabbia interiore profonda, che trova sfogo nel contesto politico e nella possibilità di esercitare potere sugli altri. Più che un’adesione ideologica al fascismo, il suo comportamento appare come un modo per sfogare la propria violenza o per stare dalla parte dei più forti. Il fatto di diventare delatore, sfruttando la conoscenza della lingua slovena per denunciare altre persone, è stato visto da molti come uno degli aspetti più inquietanti del personaggio.
Altri interventi hanno cercato però di cogliere anche la dimensione umana di questa figura. In alcuni momenti emergono infatti brevi tentativi di autoanalisi o piccoli segni di coscienza, come quando entra in chiesa e accende una candela chiedendo di non sapere quale destino toccherà alle persone che ha denunciato. Per alcuni questo episodio suggerisce che, nonostante tutto, alla radice rimanga una traccia di umanità.
Il romanzo è raccontato in prima persona, scelta narrativa che ha creato un effetto ambivalente. Alcuni lettori hanno osservato che, nei momenti in cui il protagonista mostra esitazioni o fragilità, il lettore rischia quasi di essere portato dalla sua parte. Questo rende la lettura ancora più complessa e disturbante, perché si entra nella mente di un personaggio moralmente molto problematico.
Un altro elemento centrale della discussione è stato il tema della violenza, presente in molte forme nel romanzo. Per alcuni lettori la lettura è stata difficile proprio per questo motivo: la violenza descritta è cruda e costante. Allo stesso tempo è emersa una riflessione più ampia: la violenza non appartiene solo a un’ideologia o a una parte politica, ma può essere una componente dell’essere umano che emerge con particolare forza nei contesti di guerra e di conflitto.
Molto apprezzata è stata la figura del padre, vista da molti come uno dei personaggi più profondi del romanzo. Nonostante il comportamento del figlio, il padre continua ad amarlo e a prendersi cura di lui. Alcuni hanno interpretato il suo silenzio sull’identità della vera madre come un gesto di rispetto verso la donna che ha cresciuto il protagonista. In questa scelta si intravede una forma di dignità e di protezione dei legami familiari.
Proprio il mistero della madre è stato uno degli aspetti che ha lasciato più interrogativi. Alcuni lettori avrebbero voluto che l’autore approfondisse maggiormente questa parte della storia, mentre altri hanno apprezzato il fatto che il segreto resti tale fino alla fine.
Il romanzo ha inoltre suscitato collegamenti con memorie familiari e racconti tramandati, che hanno reso la discussione ancora più intensa. Alcuni partecipanti hanno ricordato episodi legati alla guerra e al periodo fascista ascoltati dai propri genitori o nonni, trovando nel libro elementi che rispecchiano la brutalità e la complessità di quegli anni.
Nel complesso, Bambino è stato percepito come un romanzo duro ma significativo. Più che raccontare solo la storia di un individuo, il protagonista sembra rappresentare un fenomeno più ampio: quello di persone che, in un contesto di violenza e ideologia, trovano nel potere e nella sopraffazione un modo per dare sfogo alle proprie frustrazioni.
La discussione del gruppo ha mostrato quanto questo libro riesca a mettere il lettore di fronte a domande scomode: sulla responsabilità individuale, sulla natura della violenza e sul modo in cui la storia può trasformare le fragilità personali in tragedie collettive.
mercoledì 21 gennaio 2026
Norwegian Wood (Tokyo Blues) di Murakami Haruki
Un grande romanzo sull'adolescenza, sul conflitto tra il desiderio di essere integrati nel mondo degli «altri» per entrare vittoriosi nella vita adulta e il bisogno irrinunciabile di essere se stessi, costi quel costi.
«La costruzione della scrittura di Murakami è così impalpabile e squisita che ogni cosa egli scelga di descrivere vibra di potenzialità simbolica: una camicia stesa ad asciugare, dei ritagli di carta, un fermafoglio a forma di farfalla» – The Guardian
Uno dei più clamorosi successi letterari giapponesi di tutti i tempi è anche il libro più intimo, introspettivo di Murakami, che qui si stacca dalle atmosfere oniriche e surreali che lo hanno reso famoso, per esplorare il mondo in ombra dei sentimenti e della solitudine. Norwegian Wood è anche un grande romanzo sull'adolescenza, sul conflitto tra il desiderio di essere integrati nel mondo degli «altri» per entrare vittoriosi nella vita adulta e il bisogno irrinunciabile di essere se stessi, costi quel costi. Come il giovane Holden, Toru è continuamente assalito dal dubbio di aver sbagliato o poter sbagliare nelle sue scelte di vita e di amore, ma è anche guidato da un ostinato e personale senso della morale e da un'istintiva avversione per tutto ciò che sa di finto e costruito. Diviso tra due ragazze, Naoko e Midori, che lo attirano entrambe con forza irresistibile, Toru non può fare altro che decidere. O aspettare che la vita (e la morte) decidano per lui. Murakami Haruki in uniform edition Super ET, con le copertine di Noma Bar e nota dell'autore.
L’incontro del gruppo di lettura di Castel Mella dedicato a Norwegian Wood ha messo in luce, forse più che in altre occasioni, quanto uno stesso libro possa essere vissuto in modo diverso a seconda dell’età, dell’esperienza personale e del momento della vita in cui lo si legge o rilegge.
Per molti partecipanti il sentimento dominante del romanzo è stata la tristezza, una tristezza continua che accompagna il lettore dall’inizio alla fine. È emerso con forza il tema del passaggio doloroso dall’adolescenza all’età adulta: una fase fragile, segnata da smarrimento, silenzi, incapacità di comunicare davvero con gli altri. Alcuni hanno sottolineato come Toru Watanabe sia un protagonista distaccato, che parla poco, osserva molto e sembra vivere gli eventi quasi in terza persona, senza una vera partecipazione emotiva.
Il personaggio di Toru ha diviso il gruppo. C’è chi lo ha definito scialbo, ignavo, senza spessore, un semplice sfondo su cui Murakami fa emergere gli altri personaggi; e chi invece ha visto in lui una figura coerente, fedele a se stessa, capace di accogliere gli altri senza mai perdere la propria identità. Per alcuni Toru è uno “specchio”, un tramite che incarna e riflette le persone che incontra, senza mai sovrastarle.
Molto intenso è stato il confronto sui personaggi femminili. Naoko è stata letta come una figura profondamente fragile, segnata da una forte repressione sessuale e da un disagio mentale che la porta progressivamente fuori dalla realtà. Alcuni interventi hanno sottolineato come la sua incapacità di vivere una sessualità serena finisca per far soffrire non solo lei, ma anche gli uomini che le stanno accanto. Midori, al contrario, è apparsa a molti come l’emblema della vitalità: eccessiva, provocatoria, diretta, con una grande forza di attaccamento alla vita. La contrapposizione tra Naoko e Midori è stata letta come una scelta simbolica tra morte e vita, tra chi si ritrae e chi invece si espone fino in fondo.
Il tema della sessualità ha suscitato sorpresa e discussione. Diversi lettori non si aspettavano una tale libertà di costumi nel Giappone degli anni Sessanta. Alcuni hanno trovato il sesso descritto in modo troppo realistico o disturbante, altri lo hanno considerato naturale, privo di tabù e coerente con un contesto culturale in cui la repressione quotidiana convive con una letteratura e un cinema molto spinti. È emersa anche una riflessione sulla differenza tra uomini e donne nel vivere il tradimento, il possesso e il desiderio, oltre al peso del ceto sociale nelle relazioni.
Un tema centrale del confronto è stato quello della morte e del suicidio, molto presenti nel romanzo. I suicidi – spesso privi di spiegazioni chiare – hanno lasciato in molti un senso di sospensione e disagio. Per alcuni questa mancanza di risposte è una scelta precisa dell’autore, che lascia volutamente dei vuoti; per altri è una debolezza narrativa. È stato però condiviso che, nel mondo di Murakami, la morte non è un evento eccezionale ma una componente costante della vita, verso cui i personaggi sono stranamente attratti.
Interessante anche la riflessione sul disagio mentale. La clinica, la routine quotidiana, i gesti ripetuti sono stati visti da alcuni come un modo per restare ancorati alla realtà, da altri come una forma di immobilità che non cura davvero. È emersa l’idea che non si tratti di “aggiustare” le persone, ma di convivere con le proprie alterazioni, riconoscendo che la normalità è un concetto fragile.
Dal punto di vista stilistico, diversi partecipanti hanno definito Norwegian Wood un romanzo molto occidentale, vicino al modello del romanzo americano, ricco di riferimenti musicali e con una scrittura scorrevole. Le descrizioni – della natura, dei cibi, dei paesaggi – sono state apprezzate per la loro forza sensoriale e per la capacità di creare immagini quasi pittoriche. Altri, invece, lo hanno trovato lento o pesante, pur riconoscendone la qualità stilistica.
Infine, è emersa una riflessione condivisa: Norwegian Wood è un libro che cambia a seconda dell’età in cui lo si legge. Alcuni lo avevano amato profondamente da giovani e lo hanno ritrovato diverso, meno travolgente, ma comunque significativo. Altri non sono riusciti ad amarlo, pur riconoscendone il valore. In ogni caso, il romanzo ha stimolato un confronto ricco e autentico, confermando la sua capacità di mettere il lettore di fronte a temi universali come la perdita, la fragilità e la scelta – mai semplice – di restare attaccati alla vita.
venerdì 19 dicembre 2025
Tutto per i bambini di Delphine De Vigan
Primi anni Dieci del Duemila. Mélanie, che è cresciuta davanti allo schermo della televisione, ipnotizzata dai reality e dalle loro promesse di notorietà, ha un solo obiettivo nella vita: diventare famosa. Quando supera le selezioni per un nuovo show – seppur non tra i piú noti – Mélanie è al settimo cielo. Ma quell'unica esperienza si rivela disastrosa. Il segno del fallimento è una ferita che non si rimargina. 2019. Moglie e madre modello, Mélanie vive in un lussuoso complesso residenziale nei sobborghi di Parigi e ha creato un canale YouTube di grande successo, Happy Récré, interamente dedicato alla vita quotidiana dei suoi figli, Sam, di otto anni, e Kim, di sei. La formula di Mélanie ha conquistato la rete: il prodotto di quest'anonima madre intraprendente è seguito, ammirato, amato da milioni di iscritti. Sponsor, promozioni, campagne: i bambini si prestano alle richieste delle aziende che passano per il filtro materno; Sam e Kim vivono una recita ininterrotta e le loro identità sono ormai un brand. Ma un giorno i riflettori del mondo di Mélanie fanno cortocircuito: Kim è scomparsa. Della squadra di polizia che conduce le indagini fa parte la giovane Clara, che si appassiona subito al caso. La piccola Kim ha lasciato poche tracce: incontro sbagliato, fuga, rapimento? Non si può scartare nessuna ipotesi, e Clara sospetta che la chiave di tutto sia nascosta dietro le quinte di Happy Récré. Scavando nell'universo dei baby influencer, Clara si rende conto allora che la felicità esibita dagli schermi è un'ingannevole illusione. Perché la realtà in cui si muovono i piccoli Sam e Kim, piú che al regno fatato descritto da Mélanie, assomiglia a un vero e proprio inferno autorizzato.
Quando l’amore diventa esposizione
Nel nostro ultimo incontro del gruppo di lettura abbiamo discusso Tutto per i bambini di Delphine de Vigan, un romanzo che ha suscitato reazioni forti, a tratti contrastanti, ma quasi sempre attraversate da un senso di inquietudine profonda. È un libro che parla di futuro, ma soprattutto di presente: di social network, visibilità, solitudine e del modo in cui gli adulti proiettano sui figli i propri vuoti.
Molti di noi hanno avuto la sensazione di leggere un reportage, più che un romanzo tradizionale. Lo stile asciutto e cronachistico rimanda a fatti reali, a episodi che potrebbero appartenere alla cronaca di oggi. L’ambientazione nel 2031 non appare come un salto fantascientifico, ma come una naturale estensione del mondo che già conosciamo.
Al centro della storia c’è una madre che, non riuscendo a realizzare il proprio desiderio di fama, finisce per trasferirlo interamente sui figli. La sua è una carenza affettiva profonda, che affonda le radici nell’infanzia: una vita vissuta senza sentirsi amata, senza essere vista. I social diventano per lei uno spazio di compensazione, un luogo in cui cercare quell’amore che non ha mai ricevuto. Ma il bisogno di approvazione si trasforma presto in dipendenza, e la linea tra cura e sfruttamento si spezza.
È emersa con forza l’idea che questa madre non si renda conto del male che provoca, nemmeno quando marito e figli la abbandonano. Continua a mostrarsi, truccata e sorridente, perché crede di essere amata dai follower. Una frase del romanzo ha colpito particolarmente: per lei è più importante essere amata da chi la segue online che dalla propria figlia. Un’affermazione giudicata da molti tristissima, ma anche terribilmente vera.
I figli, infatti, pagano il prezzo più alto. Uno riesce a sganciarsi e a cercare il proprio destino, l’altro rimane intrappolato nel meccanismo, fino ad ammalarsi. È stato sottolineato come i bambini dovrebbero fare i bambini, e non diventare contenuti. La domanda che aleggia è inquietante: che adulti diventeranno?
Accanto alla figura della madre si staglia quella della poliziotta, l’altra protagonista del romanzo. Le due donne si contrappongono, ma anche si riflettono. Da una parte l’assenza totale di responsabilità e di visione a lungo termine, dall’altra uno sguardo più distaccato, che cerca di comprendere e arginare. L’educazione ricevuta, l’ambiente familiare, il modo in cui si impara a stare al mondo: tutto sembra determinante.
Nel dibattito si è parlato molto anche del rapporto generazionale con i social. Per molti adulti esiste ancora una separazione tra realtà e mondo digitale; per i più giovani, invece, i social fanno parte integrante della realtà stessa. Non sono più uno strumento esterno, ma qualcosa che si porta sempre con sé, da cui è difficile staccarsi. Anche quando si tenta di disattivarli, il gesto di controllo resta un automatismo.
C’è chi ha sottolineato come i social, in sé, non siano il male: possono essere utili, persino positivi. Il problema, come spesso accade, è l’uso che se ne fa. Dietro c’è un algoritmo che osserva, monitora, indirizza; un sistema che non perdona gli errori e che trasforma tutto in merce, perfino l’intimità familiare. E intorno, una folla di spettatori: persone che guardano, seguono, commentano. Un pubblico che rende possibile tutto questo.
Il giudizio sulla madre è stato, per molti, durissimo. Immatura, irresponsabile, incapace di proteggere i figli. Anche il marito non ne esce indenne: viene visto come debole, poco lucido, incapace di opporsi davvero. Il romanzo è stato definito senza mezzi termini “un affresco della stupidità del genere umano”, ma dietro questa durezza resta una domanda più complessa: quanto siamo tutti coinvolti in questo meccanismo?
Tutto per i bambini è un libro che non consola e non assolve. Mette a disagio, costringe a guardare. Un mondo che non perdona, come è stato detto, e che forse – proprio per questo – somiglia molto più al nostro presente che a un futuro lontano.







