«Queste pagine, drammatiche e angoscianti, rivelano atrocità documentate» - Patrizia Violi, la Lettura
Giovanni è un uomo affascinante, generoso e fallito. Candi è una donna bellissima che esagera con il turpiloquio, con l'alcol e con l'amore. E Bianca? È la loro unica figlia, che cresce nel disordinato appartamento della periferia bolognese, respirando un'aria densa di conflitti e di un'inspiegabile ostilità materna. Fin da piccola si rifugia nelle fiabe, dove le madri sono matrigne ma le bambine, alla fine, nel bosco riescono a salvarsi. Poi, negli anni, la strana linea di frattura che la divide da Candi diventa il filo teso su un abisso sempre pronto a inghiottirla. Bianca attraversa così i suoi primi vent'anni: la scuola e gli amori, la tragedia che pone fine alla sua infanzia e le passioni, tra cui quella per i libri, che la salveranno nell'adolescenza. Negli anni Novanta, infatti, l'eroina arriva in città come un flagello e Bianca sfiora l'autodistruzione: mentre sua madre si avvelena con l'alcol, lei presta orecchio al richiamo della droga. Perché, diverse sotto ogni aspetto, si somigliano solo nel disagio sottile con cui affrontano il mondo? È un desiderio di annullarsi che in realtà viene da lontano, da una tragedia vecchia di decenni e che pure sembra non volersi estinguere mai: è cominciata nel Sonderbau, il bordello del campo di concentramento di Buchenwald.
Proposto da Maria Rosa Cutrufelli al Premio Strega 2021 con la seguente motivazione:
«Il romanzo di Marilù Oliva – Biancaneve nel Novecento, Solferino libri – mescola il presente al passato per raccontarci come il dolore e la sofferenza non si lascino dimenticare. Come affiorino nei modi più inaspettati e nei luoghi più diversi per plasmare la nostra vita. Una bambina e un’anziana signora sono le due voci narranti che si contrappongono e s’intersecano per tutto il libro, come in un confronto a distanza. La bambina, Bianca, parla della sua piccola vita e degli incomprensibili conflitti che scuotono la sua famiglia e le procurano ferite difficili da sanare. La bambina cresce ma le ferite non guariscono e anzi fuori, nel mondo, diventano ogni giorno più fonde. Non c’è felicità nella sua famiglia, come non c’è giustizia nel mondo. Bianca vive a Bologna, una città descritta nelle sue pieghe più nascoste, in tutta la sua moderna complessità. L’altra, Lili, l’anziana signora, vive a Roma, ma il suo dramma si è consumato altrove. Adesso abita lì, in una grande casa, e tuttavia, mentre guarda la città dalla terrazza, la sua mente va ad altri luoghi e altri tempi. I suoi ricordi sono precisi, dettagliati: indelebili. Sono il racconto della più grande tragedia del “secolo breve”: i campi di sterminio nazisti. La sua voce dolente ci porta nel campo di Buchenwald, nel bordello dove vengono rinchiuse le giovani deportate. Lili racconta ciò che accadeva là dentro e lo fa dalla sua prospettiva di sopravvissuta. Di vittima che non riesce più a uscire dalla prigione del suo dolore. La sua sofferenza è simile a una malattia contagiosa, che colpisce chi le sta più vicino. I due racconti si alternano fin quasi alla fine, fino al momento in cui i ricordi di Lili e la vita di Bianca trovano il punto di sutura. E allora le voci si placano e, in un certo senso, si fondono in un nuovo equilibrio. Un romanzo tenero e feroce, che entra nella Storia per farci capire come il male generi altro male, inevitabilmente. Come il nostro “passato” non passi mai, se non lo mettiamo a fuoco, con tutti i suoi errori e orrori. E, soprattutto, se non esercitiamo la nostra capacità di empatia e di compassione, cercando di sanare le ferite degli altri, che sono anche le nostre. È per questo sguardo attento e compassionevole, assecondato da una scrittura vivida, ben calibrata, che desidero presentare il romanzo di Marilù Oliva (con il suo consenso) all’edizione 2021 del Premio Strega.»
Il 16 settembre ci siamo ritrovati per parlare di
Biancaneve nel Novecento di Marilù Oliva, un romanzo che ha suscitato
reazioni diverse e anche qualche perplessità, ma che ci ha offerto molti spunti
di riflessione. Al centro ci sono due donne, Bianca e Lili, separate da
decenni di storia.
La storia di Bianca appartiene a un tempo più
vicino al nostro, che percorre l’ultima metà del secolo scorso, a partire dagli
anni 80. È una giovane donna che cresce all’interno di una famiglia
profondamente problematica. La madre, Candi, è una figura fragile e inadeguata,
segnata dall’alcol, dalle proprie difficoltà e da una forte attenzione
all’apparenza, mentre il padre rappresenta per Bianca un punto di riferimento
importante, fino alla sua morte. Dopo la sua scomparsa Bianca rimane ancora più
sola e deve imparare molto presto a cavarsela da sé.
Fin da piccola Bianca si costruisce un proprio
mondo attraverso le fiabe. Scrive, inventa storie e utilizza il personaggio di
Biancaneve per interpretare ciò che le accade intorno. La fiaba diventa
così un modo per dare un significato alla propria vita e per cercare di
comprendere una realtà familiare che spesso non riesce ad accettare.
La madre finisce per assumere, ai suoi occhi, il ruolo della matrigna, mentre
le storie che Bianca scrive sulle sue agende cambiano insieme a lei e alla sua
crescita.
Con l’adolescenza il mondo di Bianca diventa
sempre più difficile. Le sue fragilità affettive la portano a vivere relazioni
complicate e un amore tossico. Anche lei finisce per sviluppare comportamenti
di dipendenza e, in un ambiente nel quale le droghe sono sempre più presenti,
arriva a utilizzare la cocaina per riuscire a sostenere il peso dell’università
e della propria vita.
La sua storia, però, non è soltanto una storia di
cadute. Bianca, nonostante tutto, riesce a reagire. Quando la madre ha un altro
figlio dall’amante, che già frequentava quando il marito era in vita, e rischia
che le venga sottratto, è Bianca a farsi carico del bambino,
assumendosi responsabilità che non dovrebbero appartenere a una ragazza della
sua età. È uno dei momenti nei quali emerge la sua capacità di andare avanti
nonostante le carenze affettive della propria famiglia.
Ed è proprio il rapporto con la madre uno degli
aspetti che ha fatto maggiormente discutere. Candi è stata percepita come una
madre incapace di dare affetto e di prendersi realmente cura dei propri figli.
La sua figura ha suscitato sentimenti molto forti: per alcuni è difficile
comprendere e accettare il suo comportamento, mentre il romanzo sembra
suggerire che dietro quella incapacità ci sia a sua volta una storia di
sofferenza e di eredità familiari difficili.
Accanto alla vicenda personale di Bianca,
l’autrice inserisce anche alcuni degli eventi storici che hanno segnato
la seconda metà del Novecento, filtrandoli attraverso i ricordi e
l’esperienza della protagonista. La storia entra così nella sua vita quotidiana
e nei suoi ricordi, diventando parte del suo percorso di crescita. Tra questi
eventi compare anche la strage di Bologna, uno dei momenti più
drammatici della storia italiana recente. Questo modo di intrecciare la vicenda
privata con la memoria collettiva dà al romanzo anche un tratto autobiografico
e rende ancora più evidente il rapporto tra la storia di una persona e quella
del Paese nel quale vive. La grande Storia non rimane quindi sullo sfondo, ma
entra nella memoria di Bianca, nei suoi ricordi e nel suo modo di guardare il
mondo.
Molto diversa, e lontanissima nel tempo, è la
storia di Lili. Il salto temporale tra le due protagoniste è uno degli
elementi più importanti del romanzo: dalla vicenda personale e
familiare di Bianca si passa alla storia di una giovane donna che vive
nell’Europa della prima metà del Novecento, nel periodo della persecuzione
antiebraica, della guerra e dei campi di concentramento. Le due donne
appartengono quindi a mondi profondamente differenti: Bianca vive le
inquietudini e le dipendenze della contemporaneità, mentre Lili si trova
immersa nella tragedia storica del nazismo e della Seconda guerra mondiale.
Lili è una ragazza di campagna che viene data in
sposa a un uomo di Parigi. Il matrimonio non viene consumato e la sua vita
cambia completamente quando l’antisemitismo e la persecuzione degli ebrei
entrano nella quotidianità. Lili e il marito arrivano a ospitare una famiglia
ebrea e, quando vengono scoperti, lei viene internata nel campo di
concentramento di Buchenwald.
La parte dedicata a Lili è stata considerata
particolarmente forte e dolorosa. I capitoli ambientati nel campo sono
tra i momenti più traumatici del romanzo, anche perché raccontano
episodi estremi e agghiaccianti di violenza e di abuso. Lili viene destinata al
Sonderbau, il bordello del campo, dove le donne prigioniere erano
costrette a prestare lavoro sessuale. Non si tratta quindi di prostituzione
scelta liberamente, ma di una forma di violenza e sfruttamento sessuale
organizzato all’interno del sistema concentrazionario nazista.
Questo aspetto della storia ha aperto una
riflessione importante. Per molto tempo la vicenda delle donne costrette alla
prostituzione nei campi è rimasta ai margini della memoria e degli studi sulla
persecuzione nazista. Le loro storie sono state a lungo poco raccontate
e, soprattutto, spesso sono state accompagnate da un giudizio morale che finiva
per trasformare le vittime in colpevoli. Dopo la guerra, infatti,
molte di queste donne furono guardate con sospetto e con disprezzo, come se
avere subito quella violenza significasse averla in qualche modo scelta.
È una delle contraddizioni più dolorose che il
romanzo permette di affrontare: donne che erano state vittime di una
violenza estrema hanno continuato a portarne addosso lo stigma anche dopo la
liberazione. Il loro passato è rimasto per molti anni una sorta di
marchio indelebile, e proprio la vergogna e il timore del giudizio hanno
contribuito a far tacere molte testimonianze.
La vicenda di Lili rende quindi il romanzo anche
un’occasione per ricordare una parte della storia che per molto tempo è rimasta
nell’ombra. Nei campi il corpo delle donne poteva diventare uno strumento di
dominio e di umiliazione. Il Sonderbau era parte di un sistema
organizzato dalle SS, nel quale la sessualità veniva utilizzata come strumento
di controllo e di sfruttamento. Dietro la parola “prostituzione” c’è
dunque una realtà molto diversa: donne deportate e prigioniere costrette a
subire rapporti sessuali in condizioni di totale coercizione.
È proprio all’interno di questa esperienza che
Lili incontra l’uomo dai capelli rossi che diventa per lei il simbolo più
terribile della violenza subita. Quando rimane incinta, scopre di portare in
grembo il figlio proprio di quell’uomo che detesta e che rappresenta la sua
esperienza di abuso. Alla fine della guerra nasce una bambina dai capelli
rossi.
La bambina diventa così, per Lili, il
volto vivente dell’orrore che ha subito. Incapace di separare la
figlia dall’uomo che l’ha violentata, Lili prova nei suoi confronti una
repulsione terribile e arriva a compiere un gesto atroce: le versa dell’acido
muriatico sui capelli, nel tentativo di cancellare quel segno che le ricorda il
suo stupratore. È un gesto che non può essere giustificato, ma che il romanzo
presenta anche come l’esito estremo di una ferita psicologica devastante: la
violenza subita da Lili finisce per trasformarsi in altra violenza, trasmessa
alla generazione successiva.
Anche all’interno del lager, però, Lili riesce a
conservare qualcosa di sé. Si innamora di Elio, un uomo del campo, e insieme a
lui cerca di aiutare alcuni bambini. Elio sarà disposto a crescere la figlia di
Lili come fosse sua. La sua storia è quindi fatta di dolore, ma anche di
piccoli gesti di resistenza e di umanità.
Uno degli aspetti più interessanti della
struttura del romanzo è proprio il modo in cui le due storie procedono
in parallelo senza che per gran parte della lettura sia evidente ciò che le
unisce. Da una parte seguiamo Bianca, la sua infanzia, l’adolescenza,
le dipendenze, le relazioni e il difficile rapporto con la madre; dall’altra
seguiamo Lili, la sua vita nella Francia del Novecento, la guerra, la
persecuzione, la deportazione e il lager.
I capitoli dedicati alle due protagoniste si
alternano e, come è stato osservato durante la discussione, questa scelta
funziona proprio perché mantiene a lungo il mistero. Per buona parte
del libro le due vicende sembrano appartenere a due romanzi diversi.
Il lettore sa che deve esserci un legame, ma non riesce ancora a vederlo.
Solo molto avanti, quasi alla fine, il filo
comincia a emergere e si comprende che Lili è la nonna di Bianca.
La distanza temporale che sembrava dividere completamente le due storie si
trasforma allora in una continuità. Quello che sembrava un semplice
accostamento tra una vicenda familiare contemporanea e una tragedia storica
diventa il racconto di una stessa famiglia, nella quale le ferite del passato
hanno continuato a produrre conseguenze nel presente.
È qui che il significato della struttura
parallela diventa più evidente. La storia non procede in linea retta:
torna indietro, riemerge, cambia forma e passa da una generazione all’altra.
La violenza subita da Lili non rimane confinata alla sua esperienza personale,
ma lascia tracce nella figlia e poi nella nipote. Cambiano le epoche, cambiano
le forme della sofferenza, ma qualcosa continua a passare attraverso i
comportamenti, le paure, i silenzi e le difficoltà nel costruire relazioni.
È stato proprio questo uno degli aspetti più
discussi: chi ha subito il male può, a sua volta, finire per
trasmetterlo, anche senza volerlo. Lili rimane segnata dalla
deportazione e dalla violenza; Candi porta dentro di sé una sofferenza che non
riesce a trasformare in capacità di amare e di prendersi cura dei propri figli;
Bianca, invece, sembra riuscire, almeno in parte, a interrompere questo
percorso.
Due donne, quindi, reagiscono alla violenza in
modo diverso. Lili sopravvive, ma rimane profondamente ferita; Bianca,
pur attraversando momenti difficili e assumendo a sua volta comportamenti
problematici, riesce lentamente a rialzarsi. È come se il romanzo
mettesse a confronto due possibilità: restare prigionieri di ciò che si è
subito oppure cercare, faticosamente, di trasformarlo.
Anche il significato del titolo è stato al centro
delle nostre riflessioni. Bianca utilizza continuamente la fiaba di Biancaneve
per raccontare la propria vita e per interpretare le persone che la circondano.
Il Novecento diventa così una sorta di grande fiaba rovesciata,
nella quale accanto alla bambina, alla matrigna e al principe compaiono la
guerra, la deportazione, la droga, la violenza e le fragilità familiari.
La fiaba, in questo modo, non rappresenta più
soltanto un mondo fantastico nel quale il bene alla fine trionfa sul male.
Diventa uno strumento per interrogarsi sulla realtà. Biancaneve può
essere innocente, ma il mondo nel quale cresce non lo è affatto. E il
Novecento raccontato da Marilù Oliva è proprio il secolo nel quale le grandi
tragedie della storia possono entrare nella vita di una famiglia e continuare a
farsi sentire molto tempo dopo.
Da qui nasce una delle domande più profonde
emerse durante la discussione: quanto pesa la storia sulle generazioni
successive? Lili ha vissuto la guerra e la deportazione, ma le
conseguenze di quella storia non finiscono con la liberazione. Arrivano fino a
Bianca, molti decenni dopo. E allora ci si può chiedere se gli eventi possano
davvero finire quando finiscono, oppure se continuino a vivere nelle persone
che li hanno attraversati e in quelle che vengono dopo.
Il romanzo sembra suggerire che la storia non
appartenga soltanto ai libri. La grande Storia entra nelle storie
individuali, modifica i destini, condiziona i rapporti familiari e può lasciare
ferite che attraversano le generazioni. Per questo il Novecento non è
soltanto lo sfondo della vicenda di Lili: è una presenza che, indirettamente,
arriva fino a Bianca. Attraverso i suoi ricordi, inoltre, alcuni eventi della
storia italiana diventano esperienza personale, memoria e racconto: la
Storia collettiva viene così filtrata dallo sguardo di una donna e trasformata
in memoria individuale, con un evidente tratto autobiografico.
Non tutti, però, hanno apprezzato allo stesso
modo la costruzione del romanzo. Alcuni hanno trovato che siano stati messi
troppi elementi insieme e che alcuni aspetti siano stati soltanto accennati
senza essere approfonditi abbastanza. Anche il finale ha suscitato qualche
perplessità: per alcuni è apparso troppo consolatorio rispetto alla
durezza di ciò che lo precede, soprattutto considerando la storia di
Candi e la gravità delle ferite che il romanzo racconta.
Per altri, invece, proprio la possibilità che
Bianca riesca a rialzarsi rappresenta un elemento di speranza. Dopo tutto ciò
che ha vissuto, riesce a prendersi cura del fratellino, a confrontarsi con la
propria storia e infine a comprendere anche la complessità della figura
materna. Il riconoscimento finale della madre, che arriva a dirle «tu sei la
persona più bella che io abbia mai conosciuto», assume così un significato
particolare.
Resta comunque una domanda importante: quanto
è possibile spezzare davvero il cerchio della violenza e dell’eredità
familiare? Il romanzo sembra suggerire che non sia sufficiente aver
sofferto per diventare automaticamente persone diverse da chi ci ha fatto del
male. Occorre un percorso fatto di scelte, di presa di coscienza e
anche della capacità di chiedere aiuto.
Ed è forse proprio qui che il romanzo diventa più
complesso. Spezzare il cerchio non significa cancellare il passato. Bianca non
può cancellare ciò che è accaduto a Lili, né ciò che sua madre ha ricevuto
dalla generazione precedente. Può però scegliere di non trasformare
quella sofferenza in un destino inevitabile. Il passato rimane, ma può
cambiare il modo in cui viene guardato e, soprattutto, il modo in cui viene
trasmesso.
Certo. Nelle conclusioni il concetto di eredità
del dolore, memoria e possibilità di spezzare il ciclo viene ripreso
più volte. Le renderei più compatte, mantenendo però il senso e la profondità.
In questo senso il romanzo ci interroga anche sul
rapporto tra memoria e responsabilità. Ricordare non significa soltanto
conoscere ciò che è successo, ma comprendere quanto le ferite della storia
possano continuare a vivere nel presente. Significa anche restituire un volto e
una dignità a chi, come le donne del Sonderbau, è rimasto per troppo
tempo ai margini del racconto storico e ha dovuto portare, oltre al trauma
della violenza, anche il peso del giudizio degli altri.
Biancaneve nel Novecento ci ha lasciato
una storia fatta di fiabe e realtà, di vicende individuali e grandi tragedie
collettive. Due storie lontanissime nel tempo che procedono affiancate
fino a quando il filo che le unisce diventa visibile, mostrando come
il passato possa attraversare le generazioni e lasciare tracce profonde nel
presente.
Forse è proprio questo il significato più
profondo della fiaba: la possibilità di riscrivere ciò che sembra già
scritto. Bianca eredita una storia che non ha scelto, ma può decidere
che cosa farne. Non può cancellare il dolore di Lili né quello della propria
famiglia, ma può provare a non trasformarlo in un destino inevitabile.
Il romanzo non offre quindi una risposta
semplice, né un lieto fine capace di cancellare le ferite. Lascia piuttosto una
domanda: possiamo ricordare ciò che è stato senza continuare a
ripeterlo? Forse il vero lieto fine non consiste nel dimenticare il
passato, ma nel riuscire a guardarlo con consapevolezza e scegliere, per quanto
possibile, di non consegnargli anche il proprio futuro.