lunedì 2 marzo 2026
martedì 3 febbraio 2026
Bambino di Marco Balzano
Ci siamo incontrati
mercoledì 25 febbraio 2026 ore 20,30
nella sede della Biblioteca di Castel Mella
per confrontarci su questo libro
Un romanzo palpitante in cui il giudizio – anche di fronte
alle azioni più estreme – è sempre fuori scena. Con una scrittura trascinante e
tagliente, Marco Balzano torna a indagare il rapporto tra individuo e
collettività, tra le scelte personali e i grandi rivolgimenti della Storia. «La
vita è aggredire o difendere, distruggere o prendersi cura».
mercoledì 21 gennaio 2026
Norwegian Wood (Tokyo Blues) di Murakami Haruki
Un grande romanzo sull'adolescenza, sul conflitto tra il desiderio di essere integrati nel mondo degli «altri» per entrare vittoriosi nella vita adulta e il bisogno irrinunciabile di essere se stessi, costi quel costi.
«La costruzione della scrittura di Murakami è così impalpabile e squisita che ogni cosa egli scelga di descrivere vibra di potenzialità simbolica: una camicia stesa ad asciugare, dei ritagli di carta, un fermafoglio a forma di farfalla» – The Guardian
Uno dei più clamorosi successi letterari giapponesi di tutti i tempi è anche il libro più intimo, introspettivo di Murakami, che qui si stacca dalle atmosfere oniriche e surreali che lo hanno reso famoso, per esplorare il mondo in ombra dei sentimenti e della solitudine. Norwegian Wood è anche un grande romanzo sull'adolescenza, sul conflitto tra il desiderio di essere integrati nel mondo degli «altri» per entrare vittoriosi nella vita adulta e il bisogno irrinunciabile di essere se stessi, costi quel costi. Come il giovane Holden, Toru è continuamente assalito dal dubbio di aver sbagliato o poter sbagliare nelle sue scelte di vita e di amore, ma è anche guidato da un ostinato e personale senso della morale e da un'istintiva avversione per tutto ciò che sa di finto e costruito. Diviso tra due ragazze, Naoko e Midori, che lo attirano entrambe con forza irresistibile, Toru non può fare altro che decidere. O aspettare che la vita (e la morte) decidano per lui. Murakami Haruki in uniform edition Super ET, con le copertine di Noma Bar e nota dell'autore.
L’incontro del gruppo di lettura di Castel Mella dedicato a Norwegian Wood ha messo in luce, forse più che in altre occasioni, quanto uno stesso libro possa essere vissuto in modo diverso a seconda dell’età, dell’esperienza personale e del momento della vita in cui lo si legge o rilegge.
Per molti partecipanti il sentimento dominante del romanzo è stata la tristezza, una tristezza continua che accompagna il lettore dall’inizio alla fine. È emerso con forza il tema del passaggio doloroso dall’adolescenza all’età adulta: una fase fragile, segnata da smarrimento, silenzi, incapacità di comunicare davvero con gli altri. Alcuni hanno sottolineato come Toru Watanabe sia un protagonista distaccato, che parla poco, osserva molto e sembra vivere gli eventi quasi in terza persona, senza una vera partecipazione emotiva.
Il personaggio di Toru ha diviso il gruppo. C’è chi lo ha definito scialbo, ignavo, senza spessore, un semplice sfondo su cui Murakami fa emergere gli altri personaggi; e chi invece ha visto in lui una figura coerente, fedele a se stessa, capace di accogliere gli altri senza mai perdere la propria identità. Per alcuni Toru è uno “specchio”, un tramite che incarna e riflette le persone che incontra, senza mai sovrastarle.
Molto intenso è stato il confronto sui personaggi femminili. Naoko è stata letta come una figura profondamente fragile, segnata da una forte repressione sessuale e da un disagio mentale che la porta progressivamente fuori dalla realtà. Alcuni interventi hanno sottolineato come la sua incapacità di vivere una sessualità serena finisca per far soffrire non solo lei, ma anche gli uomini che le stanno accanto. Midori, al contrario, è apparsa a molti come l’emblema della vitalità: eccessiva, provocatoria, diretta, con una grande forza di attaccamento alla vita. La contrapposizione tra Naoko e Midori è stata letta come una scelta simbolica tra morte e vita, tra chi si ritrae e chi invece si espone fino in fondo.
Il tema della sessualità ha suscitato sorpresa e discussione. Diversi lettori non si aspettavano una tale libertà di costumi nel Giappone degli anni Sessanta. Alcuni hanno trovato il sesso descritto in modo troppo realistico o disturbante, altri lo hanno considerato naturale, privo di tabù e coerente con un contesto culturale in cui la repressione quotidiana convive con una letteratura e un cinema molto spinti. È emersa anche una riflessione sulla differenza tra uomini e donne nel vivere il tradimento, il possesso e il desiderio, oltre al peso del ceto sociale nelle relazioni.
Un tema centrale del confronto è stato quello della morte e del suicidio, molto presenti nel romanzo. I suicidi – spesso privi di spiegazioni chiare – hanno lasciato in molti un senso di sospensione e disagio. Per alcuni questa mancanza di risposte è una scelta precisa dell’autore, che lascia volutamente dei vuoti; per altri è una debolezza narrativa. È stato però condiviso che, nel mondo di Murakami, la morte non è un evento eccezionale ma una componente costante della vita, verso cui i personaggi sono stranamente attratti.
Interessante anche la riflessione sul disagio mentale. La clinica, la routine quotidiana, i gesti ripetuti sono stati visti da alcuni come un modo per restare ancorati alla realtà, da altri come una forma di immobilità che non cura davvero. È emersa l’idea che non si tratti di “aggiustare” le persone, ma di convivere con le proprie alterazioni, riconoscendo che la normalità è un concetto fragile.
Dal punto di vista stilistico, diversi partecipanti hanno definito Norwegian Wood un romanzo molto occidentale, vicino al modello del romanzo americano, ricco di riferimenti musicali e con una scrittura scorrevole. Le descrizioni – della natura, dei cibi, dei paesaggi – sono state apprezzate per la loro forza sensoriale e per la capacità di creare immagini quasi pittoriche. Altri, invece, lo hanno trovato lento o pesante, pur riconoscendone la qualità stilistica.
Infine, è emersa una riflessione condivisa: Norwegian Wood è un libro che cambia a seconda dell’età in cui lo si legge. Alcuni lo avevano amato profondamente da giovani e lo hanno ritrovato diverso, meno travolgente, ma comunque significativo. Altri non sono riusciti ad amarlo, pur riconoscendone il valore. In ogni caso, il romanzo ha stimolato un confronto ricco e autentico, confermando la sua capacità di mettere il lettore di fronte a temi universali come la perdita, la fragilità e la scelta – mai semplice – di restare attaccati alla vita.
venerdì 19 dicembre 2025
Tutto per i bambini di Delphine De Vigan
Primi anni Dieci del Duemila. Mélanie, che è cresciuta davanti allo schermo della televisione, ipnotizzata dai reality e dalle loro promesse di notorietà, ha un solo obiettivo nella vita: diventare famosa. Quando supera le selezioni per un nuovo show – seppur non tra i piú noti – Mélanie è al settimo cielo. Ma quell'unica esperienza si rivela disastrosa. Il segno del fallimento è una ferita che non si rimargina. 2019. Moglie e madre modello, Mélanie vive in un lussuoso complesso residenziale nei sobborghi di Parigi e ha creato un canale YouTube di grande successo, Happy Récré, interamente dedicato alla vita quotidiana dei suoi figli, Sam, di otto anni, e Kim, di sei. La formula di Mélanie ha conquistato la rete: il prodotto di quest'anonima madre intraprendente è seguito, ammirato, amato da milioni di iscritti. Sponsor, promozioni, campagne: i bambini si prestano alle richieste delle aziende che passano per il filtro materno; Sam e Kim vivono una recita ininterrotta e le loro identità sono ormai un brand. Ma un giorno i riflettori del mondo di Mélanie fanno cortocircuito: Kim è scomparsa. Della squadra di polizia che conduce le indagini fa parte la giovane Clara, che si appassiona subito al caso. La piccola Kim ha lasciato poche tracce: incontro sbagliato, fuga, rapimento? Non si può scartare nessuna ipotesi, e Clara sospetta che la chiave di tutto sia nascosta dietro le quinte di Happy Récré. Scavando nell'universo dei baby influencer, Clara si rende conto allora che la felicità esibita dagli schermi è un'ingannevole illusione. Perché la realtà in cui si muovono i piccoli Sam e Kim, piú che al regno fatato descritto da Mélanie, assomiglia a un vero e proprio inferno autorizzato.
Quando l’amore diventa esposizione
Nel nostro ultimo incontro del gruppo di lettura abbiamo discusso Tutto per i bambini di Delphine de Vigan, un romanzo che ha suscitato reazioni forti, a tratti contrastanti, ma quasi sempre attraversate da un senso di inquietudine profonda. È un libro che parla di futuro, ma soprattutto di presente: di social network, visibilità, solitudine e del modo in cui gli adulti proiettano sui figli i propri vuoti.
Molti di noi hanno avuto la sensazione di leggere un reportage, più che un romanzo tradizionale. Lo stile asciutto e cronachistico rimanda a fatti reali, a episodi che potrebbero appartenere alla cronaca di oggi. L’ambientazione nel 2031 non appare come un salto fantascientifico, ma come una naturale estensione del mondo che già conosciamo.
Al centro della storia c’è una madre che, non riuscendo a realizzare il proprio desiderio di fama, finisce per trasferirlo interamente sui figli. La sua è una carenza affettiva profonda, che affonda le radici nell’infanzia: una vita vissuta senza sentirsi amata, senza essere vista. I social diventano per lei uno spazio di compensazione, un luogo in cui cercare quell’amore che non ha mai ricevuto. Ma il bisogno di approvazione si trasforma presto in dipendenza, e la linea tra cura e sfruttamento si spezza.
È emersa con forza l’idea che questa madre non si renda conto del male che provoca, nemmeno quando marito e figli la abbandonano. Continua a mostrarsi, truccata e sorridente, perché crede di essere amata dai follower. Una frase del romanzo ha colpito particolarmente: per lei è più importante essere amata da chi la segue online che dalla propria figlia. Un’affermazione giudicata da molti tristissima, ma anche terribilmente vera.
I figli, infatti, pagano il prezzo più alto. Uno riesce a sganciarsi e a cercare il proprio destino, l’altro rimane intrappolato nel meccanismo, fino ad ammalarsi. È stato sottolineato come i bambini dovrebbero fare i bambini, e non diventare contenuti. La domanda che aleggia è inquietante: che adulti diventeranno?
Accanto alla figura della madre si staglia quella della poliziotta, l’altra protagonista del romanzo. Le due donne si contrappongono, ma anche si riflettono. Da una parte l’assenza totale di responsabilità e di visione a lungo termine, dall’altra uno sguardo più distaccato, che cerca di comprendere e arginare. L’educazione ricevuta, l’ambiente familiare, il modo in cui si impara a stare al mondo: tutto sembra determinante.
Nel dibattito si è parlato molto anche del rapporto generazionale con i social. Per molti adulti esiste ancora una separazione tra realtà e mondo digitale; per i più giovani, invece, i social fanno parte integrante della realtà stessa. Non sono più uno strumento esterno, ma qualcosa che si porta sempre con sé, da cui è difficile staccarsi. Anche quando si tenta di disattivarli, il gesto di controllo resta un automatismo.
C’è chi ha sottolineato come i social, in sé, non siano il male: possono essere utili, persino positivi. Il problema, come spesso accade, è l’uso che se ne fa. Dietro c’è un algoritmo che osserva, monitora, indirizza; un sistema che non perdona gli errori e che trasforma tutto in merce, perfino l’intimità familiare. E intorno, una folla di spettatori: persone che guardano, seguono, commentano. Un pubblico che rende possibile tutto questo.
Il giudizio sulla madre è stato, per molti, durissimo. Immatura, irresponsabile, incapace di proteggere i figli. Anche il marito non ne esce indenne: viene visto come debole, poco lucido, incapace di opporsi davvero. Il romanzo è stato definito senza mezzi termini “un affresco della stupidità del genere umano”, ma dietro questa durezza resta una domanda più complessa: quanto siamo tutti coinvolti in questo meccanismo?
Tutto per i bambini è un libro che non consola e non assolve. Mette a disagio, costringe a guardare. Un mondo che non perdona, come è stato detto, e che forse – proprio per questo – somiglia molto più al nostro presente che a un futuro lontano.
lunedì 24 novembre 2025
Incontro con Giorgia Protti
Incontro con l'autore: Giorgia Protti
Autrice de La
giusta distanza dal male
Giorgia
Protti è medico internista e scrittrice. La giusta distanza dal male è
il suo libro d’esordio, nato quasi per caso ma maturato attraverso anni di
lavoro in pronto soccorso e una lunga riflessione sul dolore, sull’empatia e
sul limite umano.
Giorgia, sei medico ma dici che la scrittura viene
prima della medicina. In che senso?
La scrittura
è sempre stata una necessità primaria. Sono diventata medico anche grazie a
genitori di grande buon senso che mi hanno convinta a iscrivermi a medicina, ma
la scrittura c’era prima ed è sempre rimasta. La medicina è diventata poi una
parte fondamentale della mia vita, ma non ha mai sostituito il bisogno di
raccontare e di interrogarmi attraverso le parole.
Quanto c’è di te nella protagonista del libro?
C’è una
trasfigurazione narrativa. Il sistema sanitario italiano, il pronto soccorso,
gli episodi raccontati sono ispirati a casi reali, ma nulla è sovrapponibile
alla realtà dei fatti. Non volevo scrivere una biografia. La narrativa mi ha
permesso di colorire, deformare, arricchire l’esperienza, mantenendo però una
verità emotiva.
Il pronto soccorso è al centro del romanzo. Che cosa
ti ha colpita di più di quell’esperienza?
Il carico
emotivo e il contatto umano. I pazienti spesso chiedono “perché?”, ma la
medicina non è una scienza esatta. In pronto soccorso regna il caos: molte
volte non sappiamo davvero cosa abbia una persona, ci limitiamo a escludere il
peggio. Altre volte i pazienti non hanno bisogno di una diagnosi, ma di
ascolto, perché soffrono di disagio psichiatrico o semplicemente perché non
hanno un posto dove dormire.
Nel libro compare Lucifero, una figura molto
particolare.
Non è il
Lucifero biblico. È una sorta di compagno, un confidente: qualcuno con cui bere
una birra o fumare una sigaretta a fine turno. Rimane una figura tentatrice, ma
anche profondamente umana. Ho scelto il surreale perché inserire elementi
irreali in un contesto di iperrealismo, come il pronto soccorso, mi permetteva
di dire cose che altrimenti non sarei riuscita a dire.
Come è nato il libro?
È nato alla
fine di un turno in pronto soccorso. Una sera, uscendo, ho sentito uno
sfrigolio, qualcosa che mi ha fatto scattare una domanda. Da lì è iniziato
tutto, quasi senza che me ne rendessi conto.
Il romanzo affronta anche il tuo lato più oscuro.
Sì.
Attraverso la protagonista ho personificato tutte le domande che non volevo
pormi. È stata una catarsi. Dare una forma al male, al dubbio, al senso di
colpa mi ha permesso di guardarli senza esserne travolta.
“La giusta distanza dal male” sembra ruotare intorno
all’empatia.
L’empatia è
mettere a disposizione le proprie emozioni nella relazione di cura, sapendo che
quello che offri torna indietro come un boomerang. Il problema è la gestione di
queste emozioni. L’empatia rischia sempre di cadere nell’immedesimazione
totale, e lì ci si perde.
Hai trovato una soluzione?
No, una
risposta definitiva non l’ho trovata. Alcuni colleghi mantengono una distanza
fisica ed emotiva; io non me la sento, perché spesso quella distanza diventa
mancanza di comunicazione. Non esistono corsi per insegnare questo equilibrio:
c’è la pratica clinica e c’è la condivisione umana. L’empatia non si impara
davvero, si attraversa.
Quanto pesa il dolore, soprattutto la morte?
Pesa
moltissimo. Si accumulano lutti, dosi di malessere e di dolore che non sempre
sono capace di gestire. Anche tra colleghi c’è condivisione, ma non esiste una
soluzione comune.
Nel libro emerge anche una forte critica al sistema
sanitario.
Ci sono
pochi investimenti perché la sanità non è remunerativa. La situazione è ormai
in crisi. L’ultimo baluardo è il pronto soccorso, che non rifiuta nessuno.
L’aggressività che si respira nasce dalla mancanza di risposte del sistema:
sono due rancori che si incontrano, quello dei pazienti e quello degli
operatori, entrambi figli dello stesso malfunzionamento.
C’è anche una riflessione spirituale.
Sono
agnostica, ma faccio fatica a pensare che tutto sia puramente deterministico.
Incontro il male spesso, senza giustificazione e senza preavviso. Questo mi ha
portata a una spiritualità più laica, che passa anche dalle relazioni umane.
Come hanno reagito i tuoi colleghi al libro?
Ho ricevuto
molti riscontri positivi, anche da chi fa altre professioni sanitarie. Spesso
mi dicono: “Le stesse cose che provi tu le proviamo anche noi”. Credo che un
rapporto di cura basato sulla condivisione porti a risultati migliori, anche se
per molti è stato interessante trovarsi, per una volta, dall’altra parte della
scrivania.
Il percorso di scrittura è stato intenso.
Molto. Il
libro è stato “partorito” in nove mesi di solo lavoro e scrittura. A un certo
punto ho rassegnato le dimissioni. Poi è arrivata la proposta di Einaudi. Non
sapevo se avrei continuato in pronto soccorso, ma mi mancava. Ho ricominciato
in una struttura più piccola e anche la gestione del dolore e dell’empatia è
migliorata. La giusta distanza, però, non l’ho ancora trovata.
Quali sono le tue letture di riferimento?
Bulgakov,
soprattutto Memorie di un giovane medico e Il Maestro e Margherita,
per la figura ironica e potente di Voland. Poi Stefano Benni, Tiziano Scarpa
per il linguaggio, Pennac, Carver per l’essenzialità dei racconti. Mi
affascinano le figure letterarie del diavolo, da Faust in poi: dolore e
disperazione sono territori che anche i diavoli abitano.
mercoledì 12 novembre 2025
Il Budda delle periferie di Hanif Kureishi
Ci siamo incontrati
mercoledì 19.11.2025 alle 20.30
nella sede della biblioteca
per confrontarci sulla lettura del libro
"Il Budda delle Periferie " di Hanif Kureishi
mercoledì 29 ottobre 2025
Incontro con Luciano Taffurelli
Nati per perdere di Luciano Taffurelli
Calibano editore
Genere romanzi
Numero Pagine 208
Dimensioni 13x18
ISBN 979-12-56190-21-8
Brescia, una città popolata da baby gang e senzatetto.
Aldo, collaboratore investigativo con un passato nell’ambiente della musica, assume l’incarico di aiutare Johnny, un rapper prossimo al successo, a veder chiaro nella morte di due suoi amici.
La verità sembra trovarsi all'interno di una fantomatica valigetta sulle cui tracce si sguinzagliano anche un'ispettrice di polizia, gli emissari di una potente cosca mafiosa e una donna misteriosa
che si sta costruendo una personalissima carriera criminale.
Un noir urbano senza scampo, nel quale tutti, nessuno escluso, sembrano nati per perdere.
Il tentativo di un giovane rapper di scoprire la verità
sull'assassinio dei suoi amici d'infanzia.







