"Ci sono libri che si posseggono da vent'anni senza leggerli, che si tengono sempre vicini, che uno si porta con sè di città in città, di paese in paese, imballati con cura, anche se abbiamo pochissimo posto, e forse li sfogliamo al momento di toglierli dal baule; tuttavia ci guardiamo bene dal leggerne per intero anche una sola frase. Poi, dopo vent'anni, viene il momento in cui d'improvviso, quasi per una fortissima coercizione, non si può fare a meno di leggere uno di questi libri di un fiato, da capo a fondo: è come una rivelazione."

Elias Canetti

«Un classico è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire»

(I. Calvino, Perché leggere i classici, def. 6)

mercoledì 17 settembre 2025

Niente di Janne Teller - 17.09.2025

 

                    Incontro del 17 settembre 2025 ore 20,30

Trama: "Se niente ha senso, è meglio non far niente piuttosto che qualcosa" dichiara un giorno Pierre Anthon, tredici anni. Poi, come il barone rampante, sale su un albero vicino alla scuola. Per dimostrargli che sta sbagliando, i suoi compagni decidono di raccogliere cose che abbiano un significato. All'inizio si tratta di oggetti innocenti: una canna da pesca, un pallone, un paio di sandali, ma presto si fanno prendere la mano, si sfidano, si spingono più in là. Al sacrificio di un adorato criceto seguono un taglio di capelli, un certificato di adozione, la bara di un bambino, l'indice di una mano che suonava la chitarra come i Beatles. Richieste sempre più angosciose, rese vincolanti dalla legge del gruppo. È ancora la ricerca del senso della vita? O è una vendetta per aver dovuto sacrificare qualcosa a cui si teneva davvero? Abbandonati a se stessi, nella totale inesistenza degli adulti e delle loro leggi, gli adolescenti si trascinano a vicenda in un'escalation d'orrore. E quando i media si accorgono del caso, mettendo sottosopra la cittadina, il progetto precipita verso la sua fatale conclusione. Il romanzo mette in scena follia e fanatismo, perversione e fragilità, paura e speranza. Ma soprattutto sfida il lettore adulto a ritrovare in sé l'innocente crudeltà dell'adolescenza, fatta di assenza di compromessi, coraggio provocatorio e commovente brutalità.

Il Confronto:

Nel nostro incontro dedicato a Niente di Janne Teller il confronto è stato intenso, a tratti faticoso, ma estremamente ricco, lasciando nel gruppo una diffusa sensazione di inquietudine. Si tratta di un libro breve, ma capace di suscitare reazioni forti e contrastanti: in poco più di cento pagine affronta temi enormi come il senso della vita, il nichilismo, la violenza del gruppo e l’insondabilità dell’adolescenza. È un romanzo che parla di ragazzi, ma che chiama in causa in modo diretto anche il mondo degli adulti.

La vicenda prende avvio dall’affermazione radicale di Pierre Anthon: la vita non ha alcun significato. Una frase che diventa una provocazione insopportabile per i suoi compagni, adolescenti smarriti e ancora in cerca di un posto nel mondo. Da qui nasce il progetto di dimostrare il contrario, attraverso la costruzione di un “cumulo di significato”. Le prime rinunce sono lievi e quasi simboliche – un sandaletto, una canna da pesca – ma ben presto il gioco si trasforma in una spirale sempre più violenta, fino a un crescendo che conduce a un vero e proprio punto di non ritorno.

È emersa con forza l’idea che il gruppo sia il vero protagonista del romanzo. La dinamica collettiva annulla le responsabilità individuali, crea gerarchie fondate sulla forza e sul dominio e trascina tutti verso scelte sempre più estreme. In questo meccanismo il desiderio di senso si confonde con la vendetta e con l’avidità, fino a svuotarsi completamente. Nel tentativo di dimostrare che la vita ha valore, i ragazzi finiscono paradossalmente per distruggerlo.

Durante la discussione si è riflettuto a lungo sull’assenza degli adulti, che non vedono, non intervengono o arrivano troppo tardi. Questa inerzia è stata giudicata da molti come uno degli aspetti più disturbanti del libro e ha fatto nascere domande inquietanti: quanto sappiamo davvero di ciò che fanno i nostri figli fuori casa? Quanto siamo presenti nelle loro vite?

Alcuni interventi hanno messo in relazione Niente con altri testi letterari, come Il barone rampante. Anche qui c’è un gesto di rottura rispetto agli schemi, ma mentre Calvino apre a una leggerezza filosofica, Teller scava in modo molto più cupo. Il vuoto che attraversa i ragazzi non ha nulla di romantico: è disturbante e parla anche del nostro presente, come dimostrano i richiami a episodi di cronaca recente che sembrano dialogare direttamente con il romanzo.

È stata sottolineata anche la dimensione simbolica e quasi favolistica della storia, che la rende ancora più perturbante. Le violenze colpiscono figure cariche di significato, come il bambino musulmano e il Santo, senza alcuna distinzione: la religione, in qualunque forma, non viene risparmiata. Questo aspetto è stato letto come espressione di un nichilismo radicale, che non offre appigli né consolazioni.

La figura di Pierre Anthon ha suscitato interpretazioni molto diverse. Per alcuni è un personaggio perverso, mosso dalla vendetta; per altri è colui che ha avuto il coraggio di esprimere una verità insostenibile. La sua fine tragica è stata vista da molti come un sacrificio, l’immolazione di chi aveva messo in crisi le certezze del gruppo. I ragazzi, convinti di aver raccolto tutto il significato della vita, finiscono invece per perderlo definitivamente.

Nel dibattito è emersa anche una riflessione più ampia sul senso della vita. C’è chi ha sostenuto che il senso sia relativo, mutevole e personale, e chi invece ha riconosciuto nel romanzo l’idea che un senso oggettivo forse non esista affatto, e che il problema nasca dal nostro rifiuto di accettare questa possibilità. Religioni, società e adulti tentano di colmare un vuoto che resta tale, trasmettendo ai giovani un’inquietudine irrisolta.

Il finale lascia il lettore senza appigli: tutto si riduce in cenere. Niente non è una lettura rassicurante né piacevole. Le reazioni personali sono state molto diverse: c’è chi lo ha definito bellissimo, chi agghiacciante, chi addirittura “orror”. Alcuni non sono stati contenti di averlo letto, altri hanno sottolineato come proprio il disagio provato sia la prova del suo valore. In ogni caso, è emerso chiaramente che questo romanzo non offre risposte, ma apre domande profonde sull’adolescenza, sul nichilismo e sulle responsabilità degli adulti, destinate a continuare a lavorare dentro anche dopo l’ultima pagina.

mercoledì 11 giugno 2025

Il diario di Jane Somers di Doris Lessing - 11.06.2025

Trama:

Janna, bella ed elegante, con alle spalle un solido successo professionale, conosce una piccola e vecchia signora, Maudie, e da questo incontro casuale nasce una stretta amicizia, un legame quasi simbiotico. La prima comincia a condividere le manie e le abitudini della seconda, i suoi malanni senili, e viene così a contatto con un mondo disordinato e dolente ma anche affascinante, che le permette di scoprire dimensioni esistenziali da lei ignorate fino a quel momento. Il diario di Jane Somers si configura, nel panorama contemporaneo della letteratura in lingua inglese, come uno dei più impietosi esperimenti di autoanalisi mai compiuti da uno scrittore.

Il Confronto:
L’incontro dedicato a Il diario di Jane Somers ha suscitato emozioni forti e, per molti, difficili da sostenere. È stato definito da subito un libro triste, soprattutto da chi, per età ed esperienza, si è sentito chiamato in causa in modo diretto. La lettura ha aperto riflessioni profonde sulla vecchiaia, sulla solitudine, sulla povertà e sul modo in cui la società – e spesso anche i più giovani – guardano agli anziani.

La protagonista è Jane Somers, una donna che lavora nel mondo della moda, inizialmente algida, asettica ed egoista. Nel corso del romanzo emerge il suo passato fatto di trascuratezze: il marito, la madre, i legami familiari lasciati scivolare via. L’incontro casuale con un’anziana donna in farmacia segna una svolta decisiva. Jane inizia a occuparsi di lei, dapprima per senso di colpa, poi attraverso un coinvolgimento sempre più profondo che la porta a compiere gesti concreti e nuovi: pulire la casa, lavarla, prendersi cura di un corpo fragile e di una vita ai margini.

Nel dibattito è emersa con forza la rappresentazione della vecchiaia, raccontata senza edulcorazioni. Ha dato fastidio l’uso di termini come “nonnine” e il rivolgersi agli anziani dandogli del tu, percepiti come una forma di infantilizzazione e di mancanza di rispetto. Anche la figura del medico è stata giudicata cinica e distante, mentre le infermiere appaiono più umane e attente.

È stato sottolineato come nel romanzo non vi siano figure maschili realmente positive. Gli uomini risultano assenti, deboli o incapaci di assumersi responsabilità, mentre le donne sono tutte portatrici di esistenze faticose e segnate. Jane prova nostalgia per il marito e comprende solo troppo tardi che tipo di uomo fosse realmente. Questa consapevolezza tardiva attraversa anche altre figure femminili, come l’amica Joyce, emblema di chi accetta tutto pur di non restare sola.

Molto significativa è apparsa la contrapposizione tra i due funerali, quello del marito e quello dell’anziana amica. In questa differenza molti hanno letto un percorso di crescita e di rinascita per Jane, che nel tempo cambia anche il rapporto con la nipote, attenuando il proprio distacco emotivo.

Il tema della solitudine ha attraversato tutta la discussione. Con l’avanzare dell’età, la solitudine diventa più pesante e il bisogno di relazione più urgente. Sono stati ricordati i piccoli movimenti quotidiani degli anziani, gesti minimi ma necessari per combattere la letargia e l’abbandono. È emersa anche una paura condivisa: cosa sarà di noi quando saremo soli? Chi ci aiuterà?

Un aspetto centrale è stato il rifiuto dell’assistenza. L’amicizia viene accettata, l’aiuto strutturato molto meno, soprattutto quando proviene da fuori della famiglia. Temi come la morte, l’eutanasia e la povertà vengono affrontati in modo diretto e senza consolazioni. La miseria vissuta da molti personaggi, soprattutto femminili, è apparsa emblematica di una condizione storica e sociale che ha inciso profondamente sulle loro vite.

Si è discusso anche della forma del romanzo. La struttura diaristica è stata giudicata da alcuni faticosa, densa, priva di pause, quasi soffocante. Altri hanno osservato come questa scelta contribuisca a rendere più autentico il flusso di pensieri della protagonista.

Le reazioni personali sono state diverse: c’è chi non si è immedesimato in un personaggio preciso ma in singoli momenti, chi ha percepito molto egoismo, chi ha trovato il libro difficile ma necessario. Il diario di Jane Somers non è una lettura rassicurante: parla più della morte che della vita, ma proprio per questo costringe a interrogarsi sul valore delle relazioni, sulla dignità della vecchiaia e sulla nostra capacità – spesso limitata – di accettare l’aiuto degli altri.

Forse il suo merito più grande è proprio questo: obbligarci a guardare ciò che normalmente evitiamo, ricordandoci che la fragilità, prima o poi, riguarda tutti.

mercoledì 7 maggio 2025

Amok di Stefan Zweig - 7.05.2025

 

Trama:

Amok è una parola malese che indica una "follia rabbiosa, una specie di idrofobia umana... un accesso di monomania omicida, insensata, non paragonabile a nessun'altra intossicazione alcolica". Lo sa bene il protagonista di questa novella, un medico dai tanti conti in sospeso: con la giustizia, con la professione, con la propria vita ormai annientata. In una confessione simile a un delirio, racconta di un mondo febbrile dove si scontrano la dispotica imperiosità di una donna, convinta che tutto si compri con il denaro, e la divorante passione di un uomo cui i tropici e la solitudine hanno sviato la mente e i sensi.

Il confronto:

L'analisi di Amok ha trascinato il nostro gruppo in un dibattito intenso sulle zone d'ombra della psiche umana, esplorando il confine sottile tra etica professionale, orgoglio e ossessione morbosa.

Il cuore della discussione si è concentrato sull'incontro fatale tra il medico e la donna misteriosa. Il gruppo ha interpretato questa dinamica non come una richiesta di soccorso, ma come un vero e proprio scontro di volontà. Da un lato, una donna algida e arrogante che tenta di "comprare" il medico come fosse un bottegaio; dall'altro, un uomo che viveva già una condizione di rabbia latente e che reagisce con un sussulto di orgoglio "virile".

Il rifiuto del medico di aiutarla non nasce da un dilemma morale, ma dal fastidio di vedersi imporre una richiesta senza la dovuta supplica: in quel momento, lui prova il fremito di avere, finalmente, un potere assoluto su di lei.

Molti interventi hanno sottolineato come il protagonista fosse incline a farsi affascinare da figure femminili distaccate. In mezzo al caldo afoso dei tropici, scatta quella che abbiamo definito un'attrazione morbosa: lui non cerca il denaro della donna, ma qualcosa di più profondo e oscuro. Questo stravolgimento emotivo è stato paragonato alla follia dell'Orlando Furioso: una perdita totale del senno che trasforma un uomo di scienza in un individuo "dall'anima svagata", vittima di un capriccio fatale.

Il gruppo ha riflettuto con amarezza sulle conseguenze di questo scontro di orgogli. Il pentimento tardivo del medico, l'inseguimento disperato e la tragica fine della donna nelle mani di una mammana segnano il punto di non ritorno. Il rimorso devastante che ne consegue, unito allo sconforto per una vita già segnata dall'esilio, conduce il protagonista a un'identificazione totale con il destino della vittima, fino al suicidio finale.

Zweig ci ha consegnato un racconto che è un proiettile psicologico. Abbiamo concluso che l'Amok descritto dall'autore non è solo una sindrome esotica, ma una metafora di come l'arroganza e la mancanza di empatia possano far deragliare la ragione, trasformando un potenziale salvatore in un complice della tragedia.

Piccole cose da nulla di Clare Keegan - 07.05.2025

 

Un grande successo internazionale, una storia senza tempo capace di illuminare quei gesti che danno dignità a una vita intera.

Trama:

Sono giorni che Bill Furlong gira per fattorie e villaggi con il camion carico di legna, torba e carbone. Nessuno vuole restare al freddo la settimana di Natale. Sotto la neve che continua a scendere, tutto va come sempre in quel pezzo d'Irlanda. Poi, nel cortile silenzioso di un convento, Bill fa un incontro che smuove la sua anima e i suoi ricordi. Lasciar correre, girarsi dall'altra parte, sarebbe la scelta più semplice, di certo la più comoda. Ma forse, per Bill Furlong, è arrivato il momento di ascoltare il proprio cuore. «Mentre proseguivano e incontravano altre persone che conosceva e non conosceva, si ritrovò a domandarsi che senso aveva essere vivi se non ci si aiutava l'uno con l'altro. Era possibile tirare avanti per anni, decenni, una vita intera senza avere per una volta il coraggio di andare contro le cose com'erano e continuare a dirsi cristiani, a guardarsi allo specchio?».

Il Confronto:

Nell’incontro del 7 maggio 2025, il nostro gruppo si è confrontato su un romanzo che, nonostante la brevità, abbiamo definito all’unanimità "piccolo solo nel formato, ma immenso nel contenuto".

Piccole cose da nulla di Claire Keegan ci ha trasportati in un’Irlanda gelida, non solo per il clima natalizio in cui è ambientata la storia di Bill Furlong, ma per il gelo morale di una comunità chiusa e sottomessa al potere religioso.

Il dilemma del protagonista

Il cuore del dibattito è stato Bill Furlong, il commerciante di carbone. Ci ha colpito la sua evoluzione: da uomo dedito alla famiglia e al lavoro a cittadino che sceglie di non voltarsi dall'altra parte. Come sottolineato da molti di noi, è il suo senso civico a trionfare. Bill sa bene cosa rischia, ma il suo passato di figlio di una ragazza madre lo rende incapace di ignorare l'orrore che intravede dietro le mura del convento locale.

L’ombra delle "Magdalene Laundries"

Molti interventi si sono concentrati sul contesto storico. È emerso un senso di sconcerto collettivo nel ricordare che l'ultima di queste "lavanderie delle Maddalene" è stata chiusa solo nel 1996. Il libro descrive perfettamente quel clima di omertà e sottomissione: le suore non erano solo una forza spirituale, ma una potenza economica e sociale capace di decidere il futuro dei giovani del paese.

Contrasti familiari

Un punto acceso della discussione ha riguardato la figura della moglie di Bill. Se per alcuni è apparsa "tremenda" o eccessivamente pragmatica, per altri rappresenta la voce della paura sociale. Il suo timore che le figlie venissero espulse da scuola se il marito si fosse intromesso negli affari del convento è lo specchio di una società ricattabile.

Perché leggerlo?

Il libro ci ha lasciato con una riflessione profonda: la bontà non richiede atti eroici plateali, ma la capacità di compiere, appunto, "piccole cose da nulla" che però possono cambiare una vita. La scrittura della Keegan, definita vivida e quasi fuori dal tempo, ci ha permesso di "vedere" ogni fiocco di neve e ogni sguardo basso dei protagonisti.

Un libro toccante che consigliamo a chiunque voglia riflettere sul peso del silenzio e sulla forza della coscienza individuale.

mercoledì 2 aprile 2025

Venivamo Tutte Per Mare - 02.04.2025

 

Libro vincitore del Prix Femina étranger 2012

Trama:

"Da anni" ha dichiarato Julie Otsuka, "volevo raccontare la storia delle migliaia di giovani donne giapponesi - le cosiddette "spose in fotografia" che giunsero in America all'inizio del Novecento. Mi ero imbattuta in tantissime storie interessanti durante la mia ricerca e volevo raccontarle tutte. Capii che non mi occorreva una protagonista. Avrei raccontato la storia dal punto di vista di un 'noi' corale, di un intero gruppo di giovani spose". Una voce forte, corale e ipnotica racconta dunque la vita straordinaria di queste donne, partite dal Giappone per andare in sposa agli immigrati giapponesi in America, a cominciare da quel primo, arduo viaggio collettivo attraverso l'oceano. È su quella nave affollata che le giovani, ignare e piene di speranza, si scambiano le fotografie dei mariti sconosciuti, immaginano insieme il futuro incerto in una terra straniera. A quei giorni pieni di trepidazione, seguirà l'arrivo a San Francisco, la prima notte di nozze, il lavoro sfibrante, la lotta per imparare una nuova lingua e capire una nuova cultura, l'esperienza del parto e della maternità, il devastante arrivo della guerra, con l'attacco di Pearl Harbour e la decisione di Franklin D. Roosevelt di considerare i cittadini americani di origine giapponese come potenziali nemici. Fin dalle prime righe, la voce collettiva inventata dall'autrice attira il lettore dentro un vortice di storie fatte di speranza, rimpianto, nostalgia, paura, dolore, fatica, orrore, incertezza, senza mai dargli tregua.

Il confronto:

L'incontro del 2 aprile 2025 si è aperto con un confronto serrato su Venivamo tutte per mare, un romanzo che ha colpito il gruppo per la sua struttura insolita e la potenza della sua narrazione collettiva.

Una scrittura "cristallina" e corale

Il libro è stato definito da molti un "piccolo gioiello". La scelta stilistica di Julie Otsuka — l'uso del "noi" che annulla l'io individuale per dare voce a un'intera generazione di donne giapponesi — ha generato un dibattito vivace. Se per alcuni lo stile è apparso a tratti "pesante" o ripetitivo a causa dell'uso insistente dell'imperfetto secondo alcuni e per altri questa scrittura cruda ed essenziale è stata la chiave per trasmettere l'essenza dei fatti, senza cedimenti al sentimentalismo.

Il trauma dello sradicamento e il "nemico" improvviso

Un punto centrale della discussione, sollevato da Luciano, è stato il parallelo storico con altre migrazioni, come quella italiana in America e Australia. Abbiamo riflettuto su come la Storia possa trasformare i vicini di casa in nemici dall'oggi al domani: dopo Pearl Harbor, i giapponesi sono stati internati nei campi di confine, diventando invisibili agli occhi degli americani. È emerso il tema del "rigurgito del colonialismo" e dell'ignoranza cieca della società circostante verso chi è diverso.

Resilienza e disillusione

Le "spose in foto" arrivavano con sogni carichi di speranza, trovando invece una realtà di estrema miseria e mariti spesso diversi dalle foto inviate. Eppure emerge una forma di affezione e resilienza: queste donne hanno costruito una vita dal nulla, facendo figli e lavorando duramente, incapaci di tornare indietro. Bruna ha sottolineato l'efficacia dell' "elenco" finale: descrive perfettamente persone sradicate che, pur organizzandosi, finiscono per svanire nel nulla, ignorate dalla cronaca ufficiale.

Bartebly lo scrivano di Herman Melville - 02.04.25

Trama:

Trama:

Bartleby, scrivano, un giorno si rifiuta di svolgere il proprio lavoro. "Preferirei di no": questa è l'unica spiegazione che concede. Bartleby semplicemente si ferma, seduto alla scrivania, al centro dell'ufficio o nella prigione di New York, e fissa il muro. Perché? Sulle motivazioni si sono interrogati filosofi e letterati, senza trovare una risposta unanime. E il fascino del piccolo capolavoro di Melville, apparso per la prima volta nel 1853 e oggi considerato uno dei più bei racconti dell'era moderna, è proprio qui, nel mistero di un uomo che nega l'accesso al proprio animo e alle proprie ragioni, mentre sfida pacificamente la rigida società di Wall Street e sconvolge equilibri e aspettative, che crollano come un castello di presunzioni senza fondamento. Bartleby è un sognatore o un disilluso? Sergio Perosa, nella limpida introduzione, ne esplica la natura, consapevole dell'impossibilità di un giudizio definitivo sulla vita e le azioni dello scrivano di Wall Street.

Il contronto:

Sempre nella stessa serata del 2 aprile 2025 il gruppo si è tuffato in un classico della letteratura mondiale: Bartleby lo scrivano. Nonostante gli anni, il testo è apparso a tutti sorprendentemente moderno.

Il "Preferirei di no" come atto politico
Il celebre rifiuto di Bartleby è stato il fulcro del dibattito. Luciano lo ha interpretato come un atto di eroismo e ribellione contro l'alienazione del lavoro e le gerarchie capitalistiche. Alcuni hanno invece proposto una lettura legata al contrasto tra il razionalismo illuminista e il mistero dell'individuo: Bartleby non è solo un "inetto" (richiamando Kafka o Svevo), ma una figura che incarna la depressione e il fallimento della società produttiva nel comprendere la sofferenza umana.

L'avvocato: siamo tutti noi?
Un'analisi molto interessante è stata fatta sulla figura del datore di lavoro. Alcuni lo hanno visto come una persona sensibile e umana, che cerca di proteggere Bartleby nonostante l'assurdità del suo comportamento. Tuttavia altri hanno sollevato un dubbio profondo: "Siamo tutti come l'avvocato", facciamo fatica ad accettare chi rompe gli schemi. Il diverso ci fa paura e il "no" di Bartleby mette in crisi le nostre certezze.

Dagli studi legali allo Smart Working
Il gruppo si è divertito a trovare parallelismi con la contemporaneità. Si è scherzato su come la resistenza di Bartleby ricordi quella di chi oggi rifiuta le nuove modalità di lavoro come lo smart working, mentre altri hanno sottolineato come le dinamiche degli studi legali milanesi descritte da Melville siano rimaste quasi identiche. La chiusura del libro, con l'immagine dell'Ufficio delle Lettere Morte, ci ha lasciato con una profonda riflessione sulla solitudine: Bartleby è l'uomo che smette di comunicare in un mondo che corre troppo forte per fermarsi ad ascoltarlo.


mercoledì 5 marzo 2025

Sulla riva del mare di Adbulrazak Gurnah - 5.03.2025

Trama:
 

Tra Oceano Indiano e Canale della Manica, Sulla riva del mare ci ricorda che il racconto e lo scambio di esperienze possono offrirci la possibilità di ritrovare noi stessi e gli altri. Il sessantacinquenne Saleh Omar è un mercante di Zanzibar, richiedente asilo in Inghilterra. Sindbad dei giorni nostri, Omar lascia una terra dove il genio del male si è incarnato in governanti ladri provvisti di ogni forma di moderna violenza politica: campi di concentramento, armi e uno stuolo di cortigiani. Al suo arrivo a Londra, all'aeroporto di Gatwick, Omar mostra un visto non valido, rilasciato in patria da un suo parente e acerrimo nemico, Rajab Shaaban Mahmud. A Omar era stato suggerito di mostrare di non capire una parola di inglese, per cui l'assistente sociale che ha preso in carico il suo caso si trova costretta a chiedere la consulenza di un esperto di Kiswahili, uno dei dialetti dell'Africa Orientale: per ironia della sorte, l'interprete è Latif Mahmud, il figlio di Rajab, l'acerrimo nemico di Omar. L'uomo ha tagliato ogni ponte con la sua famiglia di origine dagli anni '60, quando ha chiesto asilo come rifugiato in Inghilterra, dove vive nella nostalgia della sua terra. Ora, Omar si trova faccia a faccia con Latif in una cittadina inglese sul mare. Entrambi rifugiati, con una origine e un destino che li accomuna. Il figlio del persecutore di Omar è anche la persona che può salvarlo e dargli finalmente una nuova vita. Dal premio Nobel per la Letteratura Abdulrazak Gurnah, un romanzo su due uomini che hanno scommesso tutto per cambiare vita, uno sguardo letterario implacabile sull'eredità dimenticata del mondo postcoloniale.

Il confronto:

L'incontro del 5 marzo 2025 ci ha portati lontano, sulle coste della Tanzania e poi nell’Inghilterra grigia dei rifugiati, attraverso le pagine del Premio Nobel Abdulrazak Gurnah. Il romanzo ha suscitato riflessioni profonde su cosa significhi davvero sradicarsi e sul peso che la storia coloniale esercita ancora sul presente.

Il fallimento del post-colonialismo: Il gruppo si è interrogato a lungo sul tema dell'eredità coloniale. È emerso come l'uscita di scena delle potenze occidentali abbia spesso lasciato un vuoto riempito da lotte tribali e instabilità, rendendo il "dopo" persino più amaro del "durante". Abbiamo riflettuto su come la cultura europea sia stata calata come un "tappo" su nazioni con tradizioni millenarie, provocando un disastro identitario che costringe chi può a fuggire verso quegli stessi paesi che hanno causato il caos.

L'identità del rifugiato: tra dignità e invisibilità: Molti interventi hanno sottolineato la straordinaria forza interiore e dignità del protagonista. Colpisce il suo sguardo sulla società inglese: un uomo che si sente fuori posto e osserva il modo in cui gli altri lo guardano, definendosi con amara ironia un "negro grignante". Le descrizioni dei Bed & Breakfast per richiedenti asilo ci hanno restituito un'immagine cruda della mancanza di solidarietà tra disperati e della mediocrità di un'accoglienza che sminuisce l'essere umano. "Siamo qui per colpa vostra", sembra gridare il silenzio dei protagonisti verso un Occidente che non è splendente come crede.

Se la prima parte del libro ha incantato per le sue atmosfere quasi da "Mille e una notte", lo stile di Gurnah ha diviso il gruppo sulla facilità di lettura. Alcuni hanno apprezzato la scrittura semplice ma densa di significati, pur faticando a orientarsi tra i numerosi nomi e le intricate vicende familiari. Altri hanno trovato angosciante e a tratti ripetitiva la questione della contesa della casa, che però diventa il simbolo di tutte le miserie umane: invidie, astio e piccole battaglie che sopravvivono anche a migliaia di chilometri di distanza.

Il finale, in cui il protagonista si ritrova vicino al mare con il figlio del suo antico avversario, è stato visto come un momento di chiusura del cerchio. Nonostante il rancore e le ferite del passato, il dialogo finale dimostra come la parola possa superare l'astio, permettendo a due naufraghi della storia di trovare un terreno comune.

 

mercoledì 22 gennaio 2025

L'opera da tre soldi di Bertold Brecht

 

Incontro del 22 gennaio 2025

Trama:

Nella Londra del primo Novecento, in un universo brulicante di miserabili, furfanti e prostitute, lo strozzino Gionata Geremia Peachum cerca di consegnare al boia lo sgradito genero Mackie Messer. Vano tentativo, però: imprigionato dopo colpi di scena, tradimenti e fughe, Mackie già sulla forca e con il cappio al collo, vedrà ribaltarsi provvidamente il suo destino.


mercoledì 20 novembre 2024

Come mi batte forte il tuo cuore. Storia di mio padre di Benedetta Tobagi - 20.11.2024

 


Trama:

Walter Tobagi è morto il 28 maggio 1980, gli hanno sparato alcuni membri di una semisconosciuta formazione terroristica di sinistra, la "Brigata XXVIII marzo". Tobagi era un giornalista del "Corriere della Sera", era uno storico e il presidente del sindacato dei giornalisti lombardi. Quando è morto aveva trentatré anni, il figlio Luca sette, Benedetta tre. Si può dire che Benedetta non ha conosciuto il padre, di lui conserva solo alcuni fotogrammi di ricordo e una grande incolmabile mancanza. Una volta cresciuta ha deciso di andare alla scoperta di questo padre immensamente amato, e ha provato a raccogliere ogni sua traccia. Ha scavato fra le carte pubbliche e professionali come fra quelle più intime e private, fra i libri letti e annotati, gli articoli, le pagine del diario, le lettere sentimentali. Ha ascoltato i ricordi di chi lo ha conosciuto: amici, familiari, politici, colleghi, la gente che lo ha incontrato solo di passaggio. Ha raccolto l'eredità, gli insegnamenti e le massime di vita del nonno Ulderico (che dalle povere campagne dell'Umbria si era spostato a Milano per garantire un futuro diverso all'unico figlio) sapendo leggere oltre le poche parole che lui era solito pronunciare. Le parole di un uomo forte e orgoglioso che ha seguito tutti gli appuntamenti di un lungo e a volte incomprensibile processo contro gli assassini del figlio. Benedetta ha letto e studiato tutti gli atti processuali.

Il confronto:

L’incontro di novembre è stato dedicato a un’opera intensa e stratificata, un libro che si muove sul confine sottile tra la memoria privata e la cronaca storica. La discussione ha fatto emergere come il lavoro di Benedetta Tobagi non sia solo un omaggio al padre Walter, ma una ricostruzione necessaria di un intero periodo della nostra storia nazionale.
Un connubio tra storia e sentimento
Il gruppo ha apprezzato il coraggio dell'autrice nel voler ricostruire la figura del padre attraverso le sue lettere e i suoi scritti. Per molti, il merito principale del libro è la capacità di fondere la ricerca storica rigorosa con un sentimento profondo: un lavoro che è servito all'autrice per elaborare un lutto avvenuto quando aveva solo tre anni. È stato notato come la scelta di diventare storica sia stata quasi una "missione" professionale per indagare le trame oscure che hanno portato alla perdita del genitore.
Walter Tobagi: un giornalista fuori dagli schemi
La figura di Walter Tobagi è emersa come quella di un uomo straordinariamente giovane (ucciso a soli 33 anni) ma già capace di una vita intensissima. È stato descritto come un giornalista che "andava controcorrente", non schierato politicamente nel senso tradizionale del termine, ma fermamente convinto che il giornalismo dovesse essere libero, indipendente dalla politica e basato sull'indagine sul campo. Proprio questa sua indipendenza e il desiderio di creare una "corporazione di giornalisti veri" sembrano essere stati gli elementi che lo hanno reso un bersaglio in un'epoca di pazzia collettiva.
L'analisi degli Anni di Piombo
Il dibattito si è allargato alla complessa situazione politica degli anni '70 e '80. Il libro è stato definito un vero e proprio "testo storico" che getta luce sulle trame della P2, sulla crisi del Corriere della Sera e sulla natura dei gruppi terroristici, spesso composti da giovani della media-alta borghesia. È emersa l'amarezza per un processo giudiziario ritenuto insoddisfacente e per una legislazione sui collaboratori di giustizia che, pur essendo stata un'arma utile allo Stato, ha lasciato nelle famiglie delle vittime un senso di ingiustizia per le scarcerazioni anticipate.
Lo stile e l'impatto emotivo
Mentre alcuni hanno trovato il testo tecnicamente complesso o troppo dettagliato, altri si sono sentiti "dietro le quinte", coinvolti emotivamente dalla capacità della Tobagi di restare distaccata ma profondamente umana. È stato sottolineato come l'autrice riesca a descrivere l'omicidio senza usare frasi di condanna gratuita, cercando invece di comprendere — senza giustificare — le motivazioni degli assassini e la loro apparente mancanza di senso di colpa.
In conclusione
Il libro ci ha lasciato con la consapevolezza che in quegli anni "non essere schierati era peggio che esserlo completamente". Una lettura difficile ma fondamentale, capace di raccontare un pezzo di storia d'Italia attraverso il filtro di una ferita familiare che diventa memoria collettiva.


mercoledì 23 ottobre 2024

La resistenza delle donne di Benedetta Tobagi - 23.10.24

Libro vincitore del Premio Campiello 2023

Un libro che possiede il rigore della ricostruzione storica, ma anche una straordinaria passione civile che fa muovere le vicende raccontate sullo sfondo dei problemi di oggi.

«Benedetta Tobagi ha realizzato un piccolo miracolo, riuscendo a cogliere il vissuto delle innumerevoli resistenti con uno sguardo inedito, insofferente a perbenismi e tabú, a raccontarci l’incanto e la disperazione delle loro vite partigiane e in fondo a darci un po’ di coraggio, in un’Italia che sembra aver smarrito la memoria». - Simonetta Fiori, la Repubblica

Trama:

“La Resistenza delle donne” è prima di tutto un libro di storie, di traiettorie esistenziali, di tragedie, di speranze e rinascite, di vite. Le donne furono protagoniste della Resistenza: prestando assistenza, combattendo in prima persona, rischiando la vita. Una «metà della Storia» a lungo silenziata a cui Benedetta Tobagi ridà voce e volto, a partire dalle fotografie raccolte in decine di archivi. Ne viene fuori un inedito album di famiglia della Repubblica, in cui sono rimesse al loro posto le pagine strappate, o sminuite: le pagine che vedono protagoniste le donne.