"Ci sono libri che si posseggono da vent'anni senza leggerli, che si tengono sempre vicini, che uno si porta con sè di città in città, di paese in paese, imballati con cura, anche se abbiamo pochissimo posto, e forse li sfogliamo al momento di toglierli dal baule; tuttavia ci guardiamo bene dal leggerne per intero anche una sola frase. Poi, dopo vent'anni, viene il momento in cui d'improvviso, quasi per una fortissima coercizione, non si può fare a meno di leggere uno di questi libri di un fiato, da capo a fondo: è come una rivelazione."

Elias Canetti

«Un classico è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire»

(I. Calvino, Perché leggere i classici, def. 6)

mercoledì 2 aprile 2025

Bartebly lo scrivano di Herman Melville - 02.04.25

Trama:

Trama:

Bartleby, scrivano, un giorno si rifiuta di svolgere il proprio lavoro. "Preferirei di no": questa è l'unica spiegazione che concede. Bartleby semplicemente si ferma, seduto alla scrivania, al centro dell'ufficio o nella prigione di New York, e fissa il muro. Perché? Sulle motivazioni si sono interrogati filosofi e letterati, senza trovare una risposta unanime. E il fascino del piccolo capolavoro di Melville, apparso per la prima volta nel 1853 e oggi considerato uno dei più bei racconti dell'era moderna, è proprio qui, nel mistero di un uomo che nega l'accesso al proprio animo e alle proprie ragioni, mentre sfida pacificamente la rigida società di Wall Street e sconvolge equilibri e aspettative, che crollano come un castello di presunzioni senza fondamento. Bartleby è un sognatore o un disilluso? Sergio Perosa, nella limpida introduzione, ne esplica la natura, consapevole dell'impossibilità di un giudizio definitivo sulla vita e le azioni dello scrivano di Wall Street.

Il contronto:

Sempre nella stessa serata del 2 aprile 2025 il gruppo si è tuffato in un classico della letteratura mondiale: Bartleby lo scrivano. Nonostante gli anni, il testo è apparso a tutti sorprendentemente moderno.

Il "Preferirei di no" come atto politico
Il celebre rifiuto di Bartleby è stato il fulcro del dibattito. Luciano lo ha interpretato come un atto di eroismo e ribellione contro l'alienazione del lavoro e le gerarchie capitalistiche. Alcuni hanno invece proposto una lettura legata al contrasto tra il razionalismo illuminista e il mistero dell'individuo: Bartleby non è solo un "inetto" (richiamando Kafka o Svevo), ma una figura che incarna la depressione e il fallimento della società produttiva nel comprendere la sofferenza umana.

L'avvocato: siamo tutti noi?
Un'analisi molto interessante è stata fatta sulla figura del datore di lavoro. Alcuni lo hanno visto come una persona sensibile e umana, che cerca di proteggere Bartleby nonostante l'assurdità del suo comportamento. Tuttavia altri hanno sollevato un dubbio profondo: "Siamo tutti come l'avvocato", facciamo fatica ad accettare chi rompe gli schemi. Il diverso ci fa paura e il "no" di Bartleby mette in crisi le nostre certezze.

Dagli studi legali allo Smart Working
Il gruppo si è divertito a trovare parallelismi con la contemporaneità. Si è scherzato su come la resistenza di Bartleby ricordi quella di chi oggi rifiuta le nuove modalità di lavoro come lo smart working, mentre altri hanno sottolineato come le dinamiche degli studi legali milanesi descritte da Melville siano rimaste quasi identiche. La chiusura del libro, con l'immagine dell'Ufficio delle Lettere Morte, ci ha lasciato con una profonda riflessione sulla solitudine: Bartleby è l'uomo che smette di comunicare in un mondo che corre troppo forte per fermarsi ad ascoltarlo.


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