"Ci sono libri che si posseggono da vent'anni senza leggerli, che si tengono sempre vicini, che uno si porta con sè di città in città, di paese in paese, imballati con cura, anche se abbiamo pochissimo posto, e forse li sfogliamo al momento di toglierli dal baule; tuttavia ci guardiamo bene dal leggerne per intero anche una sola frase. Poi, dopo vent'anni, viene il momento in cui d'improvviso, quasi per una fortissima coercizione, non si può fare a meno di leggere uno di questi libri di un fiato, da capo a fondo: è come una rivelazione."

Elias Canetti

«Un classico è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire»

(I. Calvino, Perché leggere i classici, def. 6)


Il critico Lytton Strachey (a destra) prende il tè con Rosamond Lehmann e suo fratello, John Lehman del circolo Bloomsbury : i componenti del celebre circolo letterario inglese che ha contribuito a definire la cultura britannica nel periodo tra le due guerre

venerdì 19 dicembre 2025

Tutto per i bambini di Delphine De Vigan

 

 
Trama: Parigi, 2019. Moglie e madre modello, Mélanie gestisce un canale YouTube che ha milioni di iscritti, Happy Récré, interamente dedicato ai suoi figli, Sam e Kim, di otto e sei anni. I bambini si esibiscono in una recita ininterrotta davanti alla telecamera: Mélanie ha trasformato le loro identità in un bene di consumo. Ma un giorno i riflettori di Happy Récré fanno cortocircuito. Kim è scomparsa. In questo nuovo, acclamatissimo romanzo Delphine de Vigan si avventura con coraggio nell'universo tanto complesso quanto affascinante dei social network, restituendo il ritratto di una società – la nostra – in cui non c'è niente che non possa essere messo in scena e in vendita. Persino, e soprattutto, la felicità.

Primi anni Dieci del Duemila. Mélanie, che è cresciuta davanti allo schermo della televisione, ipnotizzata dai reality e dalle loro promesse di notorietà, ha un solo obiettivo nella vita: diventare famosa. Quando supera le selezioni per un nuovo show – seppur non tra i piú noti – Mélanie è al settimo cielo. Ma quell'unica esperienza si rivela disastrosa. Il segno del fallimento è una ferita che non si rimargina. 2019. Moglie e madre modello, Mélanie vive in un lussuoso complesso residenziale nei sobborghi di Parigi e ha creato un canale YouTube di grande successo, Happy Récré, interamente dedicato alla vita quotidiana dei suoi figli, Sam, di otto anni, e Kim, di sei. La formula di Mélanie ha conquistato la rete: il prodotto di quest'anonima madre intraprendente è seguito, ammirato, amato da milioni di iscritti. Sponsor, promozioni, campagne: i bambini si prestano alle richieste delle aziende che passano per il filtro materno; Sam e Kim vivono una recita ininterrotta e le loro identità sono ormai un brand. Ma un giorno i riflettori del mondo di Mélanie fanno cortocircuito: Kim è scomparsa. Della squadra di polizia che conduce le indagini fa parte la giovane Clara, che si appassiona subito al caso. La piccola Kim ha lasciato poche tracce: incontro sbagliato, fuga, rapimento? Non si può scartare nessuna ipotesi, e Clara sospetta che la chiave di tutto sia nascosta dietro le quinte di Happy Récré. Scavando nell'universo dei baby influencer, Clara si rende conto allora che la felicità esibita dagli schermi è un'ingannevole illusione. Perché la realtà in cui si muovono i piccoli Sam e Kim, piú che al regno fatato descritto da Mélanie, assomiglia a un vero e proprio inferno autorizzato.

Il confronto: 

Quando l’amore diventa esposizione

Nel nostro ultimo incontro del gruppo di lettura abbiamo discusso Tutto per i bambini di Delphine de Vigan, un romanzo che ha suscitato reazioni forti, a tratti contrastanti, ma quasi sempre attraversate da un senso di inquietudine profonda. È un libro che parla di futuro, ma soprattutto di presente: di social network, visibilità, solitudine e del modo in cui gli adulti proiettano sui figli i propri vuoti.

Molti di noi hanno avuto la sensazione di leggere un reportage, più che un romanzo tradizionale. Lo stile asciutto e cronachistico rimanda a fatti reali, a episodi che potrebbero appartenere alla cronaca di oggi. L’ambientazione nel 2031 non appare come un salto fantascientifico, ma come una naturale estensione del mondo che già conosciamo.

Al centro della storia c’è una madre che, non riuscendo a realizzare il proprio desiderio di fama, finisce per trasferirlo interamente sui figli. La sua è una carenza affettiva profonda, che affonda le radici nell’infanzia: una vita vissuta senza sentirsi amata, senza essere vista. I social diventano per lei uno spazio di compensazione, un luogo in cui cercare quell’amore che non ha mai ricevuto. Ma il bisogno di approvazione si trasforma presto in dipendenza, e la linea tra cura e sfruttamento si spezza.

È emersa con forza l’idea che questa madre non si renda conto del male che provoca, nemmeno quando marito e figli la abbandonano. Continua a mostrarsi, truccata e sorridente, perché crede di essere amata dai follower. Una frase del romanzo ha colpito particolarmente: per lei è più importante essere amata da chi la segue online che dalla propria figlia. Un’affermazione giudicata da molti tristissima, ma anche terribilmente vera.

I figli, infatti, pagano il prezzo più alto. Uno riesce a sganciarsi e a cercare il proprio destino, l’altro rimane intrappolato nel meccanismo, fino ad ammalarsi. È stato sottolineato come i bambini dovrebbero fare i bambini, e non diventare contenuti. La domanda che aleggia è inquietante: che adulti diventeranno?

Accanto alla figura della madre si staglia quella della poliziotta, l’altra protagonista del romanzo. Le due donne si contrappongono, ma anche si riflettono. Da una parte l’assenza totale di responsabilità e di visione a lungo termine, dall’altra uno sguardo più distaccato, che cerca di comprendere e arginare. L’educazione ricevuta, l’ambiente familiare, il modo in cui si impara a stare al mondo: tutto sembra determinante.

Nel dibattito si è parlato molto anche del rapporto generazionale con i social. Per molti adulti esiste ancora una separazione tra realtà e mondo digitale; per i più giovani, invece, i social fanno parte integrante della realtà stessa. Non sono più uno strumento esterno, ma qualcosa che si porta sempre con sé, da cui è difficile staccarsi. Anche quando si tenta di disattivarli, il gesto di controllo resta un automatismo.

C’è chi ha sottolineato come i social, in sé, non siano il male: possono essere utili, persino positivi. Il problema, come spesso accade, è l’uso che se ne fa. Dietro c’è un algoritmo che osserva, monitora, indirizza; un sistema che non perdona gli errori e che trasforma tutto in merce, perfino l’intimità familiare. E intorno, una folla di spettatori: persone che guardano, seguono, commentano. Un pubblico che rende possibile tutto questo.

Il giudizio sulla madre è stato, per molti, durissimo. Immatura, irresponsabile, incapace di proteggere i figli. Anche il marito non ne esce indenne: viene visto come debole, poco lucido, incapace di opporsi davvero. Il romanzo è stato definito senza mezzi termini “un affresco della stupidità del genere umano”, ma dietro questa durezza resta una domanda più complessa: quanto siamo tutti coinvolti in questo meccanismo?

Tutto per i bambini è un libro che non consola e non assolve. Mette a disagio, costringe a guardare. Un mondo che non perdona, come è stato detto, e che forse – proprio per questo – somiglia molto più al nostro presente che a un futuro lontano.

lunedì 24 novembre 2025

Incontro con Giorgia Protti

 




Incontro con l'autore: Giorgia Protti

Autrice de La giusta distanza dal male

Giorgia Protti è medico internista e scrittrice. La giusta distanza dal male è il suo libro d’esordio, nato quasi per caso ma maturato attraverso anni di lavoro in pronto soccorso e una lunga riflessione sul dolore, sull’empatia e sul limite umano.

Giorgia, sei medico ma dici che la scrittura viene prima della medicina. In che senso?

La scrittura è sempre stata una necessità primaria. Sono diventata medico anche grazie a genitori di grande buon senso che mi hanno convinta a iscrivermi a medicina, ma la scrittura c’era prima ed è sempre rimasta. La medicina è diventata poi una parte fondamentale della mia vita, ma non ha mai sostituito il bisogno di raccontare e di interrogarmi attraverso le parole.

Quanto c’è di te nella protagonista del libro?

C’è una trasfigurazione narrativa. Il sistema sanitario italiano, il pronto soccorso, gli episodi raccontati sono ispirati a casi reali, ma nulla è sovrapponibile alla realtà dei fatti. Non volevo scrivere una biografia. La narrativa mi ha permesso di colorire, deformare, arricchire l’esperienza, mantenendo però una verità emotiva.

Il pronto soccorso è al centro del romanzo. Che cosa ti ha colpita di più di quell’esperienza?

Il carico emotivo e il contatto umano. I pazienti spesso chiedono “perché?”, ma la medicina non è una scienza esatta. In pronto soccorso regna il caos: molte volte non sappiamo davvero cosa abbia una persona, ci limitiamo a escludere il peggio. Altre volte i pazienti non hanno bisogno di una diagnosi, ma di ascolto, perché soffrono di disagio psichiatrico o semplicemente perché non hanno un posto dove dormire.

Nel libro compare Lucifero, una figura molto particolare.

Non è il Lucifero biblico. È una sorta di compagno, un confidente: qualcuno con cui bere una birra o fumare una sigaretta a fine turno. Rimane una figura tentatrice, ma anche profondamente umana. Ho scelto il surreale perché inserire elementi irreali in un contesto di iperrealismo, come il pronto soccorso, mi permetteva di dire cose che altrimenti non sarei riuscita a dire.

Come è nato il libro?

È nato alla fine di un turno in pronto soccorso. Una sera, uscendo, ho sentito uno sfrigolio, qualcosa che mi ha fatto scattare una domanda. Da lì è iniziato tutto, quasi senza che me ne rendessi conto.

Il romanzo affronta anche il tuo lato più oscuro.

Sì. Attraverso la protagonista ho personificato tutte le domande che non volevo pormi. È stata una catarsi. Dare una forma al male, al dubbio, al senso di colpa mi ha permesso di guardarli senza esserne travolta.

“La giusta distanza dal male” sembra ruotare intorno all’empatia.

L’empatia è mettere a disposizione le proprie emozioni nella relazione di cura, sapendo che quello che offri torna indietro come un boomerang. Il problema è la gestione di queste emozioni. L’empatia rischia sempre di cadere nell’immedesimazione totale, e lì ci si perde.

Hai trovato una soluzione?

No, una risposta definitiva non l’ho trovata. Alcuni colleghi mantengono una distanza fisica ed emotiva; io non me la sento, perché spesso quella distanza diventa mancanza di comunicazione. Non esistono corsi per insegnare questo equilibrio: c’è la pratica clinica e c’è la condivisione umana. L’empatia non si impara davvero, si attraversa.

Quanto pesa il dolore, soprattutto la morte?

Pesa moltissimo. Si accumulano lutti, dosi di malessere e di dolore che non sempre sono capace di gestire. Anche tra colleghi c’è condivisione, ma non esiste una soluzione comune.

Nel libro emerge anche una forte critica al sistema sanitario.

Ci sono pochi investimenti perché la sanità non è remunerativa. La situazione è ormai in crisi. L’ultimo baluardo è il pronto soccorso, che non rifiuta nessuno. L’aggressività che si respira nasce dalla mancanza di risposte del sistema: sono due rancori che si incontrano, quello dei pazienti e quello degli operatori, entrambi figli dello stesso malfunzionamento.

C’è anche una riflessione spirituale.

Sono agnostica, ma faccio fatica a pensare che tutto sia puramente deterministico. Incontro il male spesso, senza giustificazione e senza preavviso. Questo mi ha portata a una spiritualità più laica, che passa anche dalle relazioni umane.

Come hanno reagito i tuoi colleghi al libro?

Ho ricevuto molti riscontri positivi, anche da chi fa altre professioni sanitarie. Spesso mi dicono: “Le stesse cose che provi tu le proviamo anche noi”. Credo che un rapporto di cura basato sulla condivisione porti a risultati migliori, anche se per molti è stato interessante trovarsi, per una volta, dall’altra parte della scrivania.

Il percorso di scrittura è stato intenso.

Molto. Il libro è stato “partorito” in nove mesi di solo lavoro e scrittura. A un certo punto ho rassegnato le dimissioni. Poi è arrivata la proposta di Einaudi. Non sapevo se avrei continuato in pronto soccorso, ma mi mancava. Ho ricominciato in una struttura più piccola e anche la gestione del dolore e dell’empatia è migliorata. La giusta distanza, però, non l’ho ancora trovata.

Quali sono le tue letture di riferimento?

Bulgakov, soprattutto Memorie di un giovane medico e Il Maestro e Margherita, per la figura ironica e potente di Voland. Poi Stefano Benni, Tiziano Scarpa per il linguaggio, Pennac, Carver per l’essenzialità dei racconti. Mi affascinano le figure letterarie del diavolo, da Faust in poi: dolore e disperazione sono territori che anche i diavoli abitano.


mercoledì 12 novembre 2025

Il Budda delle periferie di Hanif Kureishi

 


Ci siamo incontrati

mercoledì 19.11.2025  alle 20.30

 nella sede della biblioteca

per confrontarci sulla lettura del libro

"Il Budda delle Periferie " di Hanif Kureishi




Praticamente, si tratta di un compleanno di quelli importanti. Sono passati venticinque anni da quando la comparsa sulla scena letteraria del romanzo che avete tra le mani ha rovesciato un bel po' di preconcetti. Cinque lustri sono trascorsi da quando Hanif Kureishi, già candidato all'Oscar per la sceneggiatura di 'My Beautiful Laundrette', ci ha fatto conoscere e praticamente regalato il suo protagonista Karim, diciassettenne, ribelle, spiritoso, mezzo indiano e mezzo no, e 'vero inglese, più o meno' come lui stesso dice. 'Il Budda delle periferie', romanzo d'esordio, racconto di formazione quasi picaresco, documento sociale e politico, e praticamente essenziale abbecedario della cultura pop-rock, con la sua irriverenza e la sua sfrontatezza continua da allora a incantarci. Pochissimi romanzi - con la lettura dei quali siamo in qualche modo diventati diversi e probabilmente migliori - hanno questo potere, di conservare intatta la loro forza e la loro magia nel tempo. Se non lo avete ancora fatto, seguite le avventure e i pensieri di questo ragazzo, che vi trascineranno in un mondo che non conoscete né vi aspettate. Se lo avete già letto, incrociando di nuovo queste righe scoprirete che Karim ha ancora la scandalosa e spregiudicata libertà di allora, e che voi stessi siete cambiati, ma siete ancora quelli che eravate, 'più o meno'."

Il Confronto:

Il budda delle periferie è un libro che ha suscitato reazioni molto diverse all’interno del nostro gruppo di lettura, generando un confronto acceso e partecipato. Ambientato nella Londra degli anni Settanta, il romanzo segue il percorso di crescita di Karim, adolescente di origini indiane, alle prese con una realtà complessa fatta di mescolanze culturali, tensioni sociali, sperimentazioni personali e continue contraddizioni.

Karim è un io narrante costantemente presente, ma non sempre facile da accettare. Molti di noi hanno faticato a empatizzare con lui: è un personaggio che spesso si lascia trascinare dagli eventi, opportunista, poco coerente, incapace di assumere una posizione chiara. Proprio questa sua instabilità, però, sembra essere una scelta consapevole dell’autore, che non costruisce un eroe positivo ma un osservatore immerso nel caos della propria epoca. Più che raccontare una storia lineare, il romanzo restituisce un affresco frammentato degli anni Settanta.

Un aspetto interessante riguarda i personaggi secondari, che sembrano acquisire spessore proprio nel momento in cui escono di scena. Michel scompare e lo ritroviamo famoso, Eva la perdiamo di vista e la incontriamo nuovamente affermata come arredatrice. Al contrario, chi rimane costantemente sulla scena appare spesso meno incisivo, quasi a suggerire che il successo e la realizzazione passino attraverso l’allontanamento più che la permanenza. Questa scelta narrativa ha lasciato in alcuni lettori una sensazione di vuoto e incompiutezza, ma anche la percezione di una coerenza profonda con il clima del periodo raccontato.

Molto forte è stato il coinvolgimento emotivo nei confronti delle figure materne. In particolare, la madre di Karim, lasciata dal marito e poi anche dal figlio, rappresenta una lenta ma reale evoluzione femminile: da una posizione di dipendenza affettiva a una maggiore autonomia, anche lavorativa. Il divorzio dei genitori segna l’inizio della crisi di Karim ed è il vero punto di svolta del romanzo, aprendo una frattura che attraversa tutta la narrazione.

Il libro offre una critica ironica e spesso tagliente della borghesia radical chic e della sinistra dell’epoca. Le classi sociali si mescolano, ma senza un reale superamento delle distanze, e le lotte politiche sembrano spesso portate avanti più dalla borghesia che dal proletariato. Nulla viene completamente salvato, ma nemmeno completamente condannato. L’ironia attraversa anche i rapporti di coppia e le esperienze sessuali, che diventano simbolo degli eccessi, delle contraddizioni e delle sperimentazioni tipiche di quegli anni.

Un altro tema centrale è quello della religione vissuta come moda o strumento. Il buddhismo diventa un accessorio identitario, svuotato di profondità spirituale; l’Islam viene utilizzato dal padre di Jamila per imporre un matrimonio. Anche il richiamo all’India appare più come una tendenza culturale che come una vera ricerca interiore. In questo senso, la religione viene consumata più che vissuta, adattata alle convenienze del momento.

Diversi lettori hanno espresso disagio durante la lettura, definendo il romanzo crudo, a tratti cinico, con esperienze al limite e personaggi spesso sgradevoli. Eppure, proprio questa mancanza di conforto sembra essere uno degli elementi più autentici del libro. L’autore non offre soluzioni né percorsi di redenzione, ma restituisce la confusione, l’inquietudine e l’incompletezza di un’intera generazione.

Nel finale, Karim approda a una carriera da attore di soap opera, conclusione che alcuni hanno letto come una sconfitta, altri come una forma di adattamento. In ogni caso, il romanzo mostra una maturazione limitata ma reale, che va dai diciassette ai vent’anni, senza mai diventare pienamente risolutiva.

Nel complesso, Il budda delle periferie resta un classico del suo tempo: un libro che non cerca di piacere, ma di raccontare. Un romanzo che può lasciare insoddisfatti, infastiditi o distanti, ma che continua a parlare proprio grazie alla sua capacità di cogliere, con ironia e lucidità, le contraddizioni di un’epoca.

mercoledì 29 ottobre 2025

Incontro con Luciano Taffurelli

 



Nati per perdere di  Luciano Taffurelli

Calibano editore

Genere romanzi
Numero Pagine 208
Dimensioni 13x18
ISBN 979-12-56190-21-8

Brescia, una città popolata da baby gang e senzatetto.

 Aldo, collaboratore investigativo con un passato nell’ambiente della musica, assume l’incarico di aiutare Johnny, un rapper prossimo al successo, a veder chiaro nella morte di due suoi amici. 

La verità sembra trovarsi all'interno di una fantomatica valigetta sulle cui tracce si sguinzagliano anche un'ispettrice di polizia, gli emissari di una potente cosca mafiosa e una donna misteriosa 

che si sta costruendo una personalissima carriera criminale.

Un noir urbano senza scampo, nel quale tutti, nessuno escluso, sembrano nati per perdere.

Il tentativo di un giovane rapper di scoprire la verità sull'assassinio dei suoi amici d'infanzia.

recensione Bresciasilegge




mercoledì 8 ottobre 2025

L'imprevedibile viaggio di Harold Fry di Rachel Joyce - 22.10.2025

È un normalissimo mattino di metà aprile, quando il neo-pensionato Harold Fry riceve la lettera che sta per sconvolgere la sua vita. Queenie Hennessy, una ex collega e amica, gli ha scritto per dirgli addio: si trova, infatti, in una casa di cura nel Nord dell'Inghilterra e sta per morire di cancro. Sopraffatto dai ricordi e dalle emozioni, Harold riesce a fatica a buttare giù qualche parola per rispondere a un tale messaggio, ma una volta arrivato alla cassetta della posta qualcosa lo blocca. Sono passati vent'anni dall'ultima volta che ha visto Queenie e non ha mai potuto ringraziarla per quello che ha fatto per lui, così, spinto da un impulso improvviso e del tutto irrazionale, decide di andarla a trovare e semplicemente… comincia a camminare. Si convince che finché lui camminerà, lei continuerà a vivere. Inizia così un lungo viaggio a piedi, mille chilometri che lo porteranno da Kingsbridge a Berwick-upon-Tweed, senza scarpe da trekking né bussola, per non parlare di una cartina o di un cambio di abiti. Ma nonostante le vesciche ai piedi e i dolori alla schiena, ogni passo è un'occasione per rivivere il suo passato e sbloccare i tragici ricordi che lo hanno sempre più allontanato da sua moglie Maureen; ogni incontro una speranza di rinnovamento. La sensazione di libertà che gli provoca questa avventura nell'ignoto è inebriante, perché finalmente la sua vita ha uno scopo e lui non può fallire. Impossibile non farsi trascinare dall'ottimismo di Harold Fry, l'anziano impacciato e gentile, la cui eccezionale storia ci ricorda che tutto è possibile e che senza amore non si può fare niente che abbia davvero importanza.

Il confronto:

Nell’ultimo incontro del nostro gruppo di lettura, ci siamo messi in cammino insieme ad Harold Fry, il protagonista del romanzo di Rachel Joyce. La discussione è stata intensa e partecipata, muovendosi tra la malinconia di una vita vissuta in isolamento e la speranza di una rinascita tardiva.
Il tema centrale emerso dal dibattito è quello del cammino come strumento di espiazione. Harold non parte per una sfida sportiva, ma per un impulso improvviso che lo spinge ad attraversare l'Inghilterra nel tentativo di "salvare" una vecchia amica malata. Molti di noi hanno colto in questo gesto un atto di autopunizione e il bisogno di riflettere sulle mancanze del passato, in particolare sul dolore taciuto per la perdita del figlio. Il viaggio diventa così la metafora di un'esperienza interiore: perdersi per potersi finalmente ritrovare.
Un punto su cui il gruppo si è soffermato a lungo è la profonda solitudine che caratterizza i personaggi. Harold e la moglie Maureen vivono per anni in una "gabbia" di silenzio e incomunicabilità. Tuttavia, paradossalmente, è proprio la distanza fisica creata dal cammino a permettere alla coppia di riscoprirsi. Mentre il protagonista consuma le scarpe sulla strada, la moglie attraversa un proprio percorso emotivo che li porterà a un finale di ritrovato amore e pace.
Interessante è stata anche la riflessione critica sull'intervento dei mass media. Quando il pellegrinaggio di Harold diventa un fenomeno pubblico, il senso intimo della sua missione viene minacciato da chi cerca solo visibilità e disturba la sua solitudine. Al contrario, sono gli incontri umili e marginali — come quello con la ragazza del fast-food che dà la scintilla iniziale o l'immigrata che si prende cura di lui — a offrire la solidarietà più autentica e disinteressata.
Sebbene per alcuni la narrazione sia risultata a tratti lenta o carica di tristezza, la forza della scrittrice risiede nella capacità di trasformare un'esperienza angosciante in un messaggio di speranza. Il richiamo a classici come L'anno della lepre di Paasilinna ha sottolineato l'universalità del tema dell'uomo che, camminando nella natura, cerca di ricucire lo strappo con la propria esistenza.
In conclusione, la storia di Harold Fry ci ha ricordato che non è mai troppo tardi per aprirsi agli altri e che, a volte, è necessario un lungo viaggio per riuscire finalmente a guardare con occhi nuovi chi ci vive accanto da una vita.

mercoledì 17 settembre 2025

Niente di Janne Teller - 17.09.2025

 

Trama:

"Se niente ha senso, è meglio non far niente piuttosto che qualcosa" dichiara un giorno Pierre Anthon, tredici anni. Poi, come il barone rampante, sale su un albero vicino alla scuola. Per dimostrargli che sta sbagliando, i suoi compagni decidono di raccogliere cose che abbiano un significato. All'inizio si tratta di oggetti innocenti: una canna da pesca, un pallone, un paio di sandali, ma presto si fanno prendere la mano, si sfidano, si spingono più in là. Al sacrificio di un adorato criceto seguono un taglio di capelli, un certificato di adozione, la bara di un bambino, l'indice di una mano che suonava la chitarra come i Beatles. Richieste sempre più angosciose, rese vincolanti dalla legge del gruppo. È ancora la ricerca del senso della vita? O è una vendetta per aver dovuto sacrificare qualcosa a cui si teneva davvero? Abbandonati a se stessi, nella totale inesistenza degli adulti e delle loro leggi, gli adolescenti si trascinano a vicenda in un'escalation d'orrore. E quando i media si accorgono del caso, mettendo sottosopra la cittadina, il progetto precipita verso la sua fatale conclusione. Il romanzo mette in scena follia e fanatismo, perversione e fragilità, paura e speranza. Ma soprattutto sfida il lettore adulto a ritrovare in sé l'innocente crudeltà dell'adolescenza, fatta di assenza di compromessi, coraggio provocatorio e commovente brutalità.

Il Confronto:

Nel nostro incontro dedicato a Niente di Janne Teller il confronto è stato intenso, a tratti faticoso, ma estremamente ricco, lasciando nel gruppo una diffusa sensazione di inquietudine. Si tratta di un libro breve, ma capace di suscitare reazioni forti e contrastanti: in poco più di cento pagine affronta temi enormi come il senso della vita, il nichilismo, la violenza del gruppo e l’insondabilità dell’adolescenza. È un romanzo che parla di ragazzi, ma che chiama in causa in modo diretto anche il mondo degli adulti.

La vicenda prende avvio dall’affermazione radicale di Pierre Anthon: la vita non ha alcun significato. Una frase che diventa una provocazione insopportabile per i suoi compagni, adolescenti smarriti e ancora in cerca di un posto nel mondo. Da qui nasce il progetto di dimostrare il contrario, attraverso la costruzione di un “cumulo di significato”. Le prime rinunce sono lievi e quasi simboliche – un sandaletto, una canna da pesca – ma ben presto il gioco si trasforma in una spirale sempre più violenta, fino a un crescendo che conduce a un vero e proprio punto di non ritorno.

È emersa con forza l’idea che il gruppo sia il vero protagonista del romanzo. La dinamica collettiva annulla le responsabilità individuali, crea gerarchie fondate sulla forza e sul dominio e trascina tutti verso scelte sempre più estreme. In questo meccanismo il desiderio di senso si confonde con la vendetta e con l’avidità, fino a svuotarsi completamente. Nel tentativo di dimostrare che la vita ha valore, i ragazzi finiscono paradossalmente per distruggerlo.

Durante la discussione si è riflettuto a lungo sull’assenza degli adulti, che non vedono, non intervengono o arrivano troppo tardi. Questa inerzia è stata giudicata da molti come uno degli aspetti più disturbanti del libro e ha fatto nascere domande inquietanti: quanto sappiamo davvero di ciò che fanno i nostri figli fuori casa? Quanto siamo presenti nelle loro vite?

Alcuni interventi hanno messo in relazione Niente con altri testi letterari, come Il barone rampante. Anche qui c’è un gesto di rottura rispetto agli schemi, ma mentre Calvino apre a una leggerezza filosofica, Teller scava in modo molto più cupo. Il vuoto che attraversa i ragazzi non ha nulla di romantico: è disturbante e parla anche del nostro presente, come dimostrano i richiami a episodi di cronaca recente che sembrano dialogare direttamente con il romanzo.

È stata sottolineata anche la dimensione simbolica e quasi favolistica della storia, che la rende ancora più perturbante. Le violenze colpiscono figure cariche di significato, come il bambino musulmano e il Santo, senza alcuna distinzione: la religione, in qualunque forma, non viene risparmiata. Questo aspetto è stato letto come espressione di un nichilismo radicale, che non offre appigli né consolazioni.

La figura di Pierre Anthon ha suscitato interpretazioni molto diverse. Per alcuni è un personaggio perverso, mosso dalla vendetta; per altri è colui che ha avuto il coraggio di esprimere una verità insostenibile. La sua fine tragica è stata vista da molti come un sacrificio, l’immolazione di chi aveva messo in crisi le certezze del gruppo. I ragazzi, convinti di aver raccolto tutto il significato della vita, finiscono invece per perderlo definitivamente.

Nel dibattito è emersa anche una riflessione più ampia sul senso della vita. C’è chi ha sostenuto che il senso sia relativo, mutevole e personale, e chi invece ha riconosciuto nel romanzo l’idea che un senso oggettivo forse non esista affatto, e che il problema nasca dal nostro rifiuto di accettare questa possibilità. Religioni, società e adulti tentano di colmare un vuoto che resta tale, trasmettendo ai giovani un’inquietudine irrisolta.

Il finale lascia il lettore senza appigli: tutto si riduce in cenere. Niente non è una lettura rassicurante né piacevole. Le reazioni personali sono state molto diverse: c’è chi lo ha definito bellissimo, chi agghiacciante, chi addirittura “orror”. Alcuni non sono stati contenti di averlo letto, altri hanno sottolineato come proprio il disagio provato sia la prova del suo valore. In ogni caso, è emerso chiaramente che questo romanzo non offre risposte, ma apre domande profonde sull’adolescenza, sul nichilismo e sulle responsabilità degli adulti, destinate a continuare a lavorare dentro anche dopo l’ultima pagina.

mercoledì 11 giugno 2025

Il diario di Jane Somers di Doris Lessing - 11.06.2025

Trama:

Janna, bella ed elegante, con alle spalle un solido successo professionale, conosce una piccola e vecchia signora, Maudie, e da questo incontro casuale nasce una stretta amicizia, un legame quasi simbiotico. La prima comincia a condividere le manie e le abitudini della seconda, i suoi malanni senili, e viene così a contatto con un mondo disordinato e dolente ma anche affascinante, che le permette di scoprire dimensioni esistenziali da lei ignorate fino a quel momento. Il diario di Jane Somers si configura, nel panorama contemporaneo della letteratura in lingua inglese, come uno dei più impietosi esperimenti di autoanalisi mai compiuti da uno scrittore. 


 

Il Confronto:
L’incontro dedicato a Il diario di Jane Somers ha suscitato emozioni forti e, per molti, difficili da sostenere. È stato definito da subito un libro triste, soprattutto da chi, per età ed esperienza, si è sentito chiamato in causa in modo diretto. La lettura ha aperto riflessioni profonde sulla vecchiaia, sulla solitudine, sulla povertà e sul modo in cui la società – e spesso anche i più giovani – guardano agli anziani.

La protagonista è Jane Somers, una donna che lavora nel mondo della moda, inizialmente algida, asettica ed egoista. Nel corso del romanzo emerge il suo passato fatto di trascuratezze: il marito, la madre, i legami familiari lasciati scivolare via. L’incontro casuale con un’anziana donna in farmacia segna una svolta decisiva. Jane inizia a occuparsi di lei, dapprima per senso di colpa, poi attraverso un coinvolgimento sempre più profondo che la porta a compiere gesti concreti e nuovi: pulire la casa, lavarla, prendersi cura di un corpo fragile e di una vita ai margini.

Nel dibattito è emersa con forza la rappresentazione della vecchiaia, raccontata senza edulcorazioni. Ha dato fastidio l’uso di termini come “nonnine” e il rivolgersi agli anziani dandogli del tu, percepiti come una forma di infantilizzazione e di mancanza di rispetto. Anche la figura del medico è stata giudicata cinica e distante, mentre le infermiere appaiono più umane e attente.

È stato sottolineato come nel romanzo non vi siano figure maschili realmente positive. Gli uomini risultano assenti, deboli o incapaci di assumersi responsabilità, mentre le donne sono tutte portatrici di esistenze faticose e segnate. Jane prova nostalgia per il marito e comprende solo troppo tardi che tipo di uomo fosse realmente. Questa consapevolezza tardiva attraversa anche altre figure femminili, come l’amica Joyce, emblema di chi accetta tutto pur di non restare sola.

Molto significativa è apparsa la contrapposizione tra i due funerali, quello del marito e quello dell’anziana amica. In questa differenza molti hanno letto un percorso di crescita e di rinascita per Jane, che nel tempo cambia anche il rapporto con la nipote, attenuando il proprio distacco emotivo.

Il tema della solitudine ha attraversato tutta la discussione. Con l’avanzare dell’età, la solitudine diventa più pesante e il bisogno di relazione più urgente. Sono stati ricordati i piccoli movimenti quotidiani degli anziani, gesti minimi ma necessari per combattere la letargia e l’abbandono. È emersa anche una paura condivisa: cosa sarà di noi quando saremo soli? Chi ci aiuterà?

Un aspetto centrale è stato il rifiuto dell’assistenza. L’amicizia viene accettata, l’aiuto strutturato molto meno, soprattutto quando proviene da fuori della famiglia. Temi come la morte, l’eutanasia e la povertà vengono affrontati in modo diretto e senza consolazioni. La miseria vissuta da molti personaggi, soprattutto femminili, è apparsa emblematica di una condizione storica e sociale che ha inciso profondamente sulle loro vite.

Si è discusso anche della forma del romanzo. La struttura diaristica è stata giudicata da alcuni faticosa, densa, priva di pause, quasi soffocante. Altri hanno osservato come questa scelta contribuisca a rendere più autentico il flusso di pensieri della protagonista.

Le reazioni personali sono state diverse: c’è chi non si è immedesimato in un personaggio preciso ma in singoli momenti, chi ha percepito molto egoismo, chi ha trovato il libro difficile ma necessario. Il diario di Jane Somers non è una lettura rassicurante: parla più della morte che della vita, ma proprio per questo costringe a interrogarsi sul valore delle relazioni, sulla dignità della vecchiaia e sulla nostra capacità – spesso limitata – di accettare l’aiuto degli altri.

Forse il suo merito più grande è proprio questo: obbligarci a guardare ciò che normalmente evitiamo, ricordandoci che la fragilità, prima o poi, riguarda tutti.

mercoledì 7 maggio 2025

Amok di Stefan Zweig - 7.05.2025

 


Ci siamo incontrati 

mercoledì 7 maggio 2025 ore 20,30 

presso la biblioteca del Comune di Castel Mella (BS)

per confrontarci sul libro 

"Amok"di Stefan Zweig






Amok è una parola malese che indica una "follia rabbiosa, una specie di idrofobia umana... un accesso di monomania omicida, insensata, non paragonabile a nessun'altra intossicazione alcolica". Lo sa bene il protagonista di questa novella, un medico dai tanti conti in sospeso: con la giustizia, con la professione, con la propria vita ormai annientata. In una confessione simile a un delirio, racconta di un mondo febbrile dove si scontrano la dispotica imperiosità di una donna, convinta che tutto si compri con il denaro, e la divorante passione di un uomo cui i tropici e la solitudine hanno sviato la mente e i sensi.

Piccole cose da nulla di Clare Keegan - 07.05.2025

 


Ci siamo incontrati 

mercoledì 7 maggio 2025 ore 20,30 

presso la biblioteca del Comune di Castel Mella (BS)

per confrontarci sul libro 

"Piccole cose da nulla" di Claire Keegan





Un grande successo internazionale, una storia senza tempo capace di illuminare quei gesti che danno dignità a una vita intera.

Sono giorni che Bill Furlong gira per fattorie e villaggi con il camion carico di legna, torba e carbone. Nessuno vuole restare al freddo la settimana di Natale. Sotto la neve che continua a scendere, tutto va come sempre in quel pezzo d'Irlanda. Poi, nel cortile silenzioso di un convento, Bill fa un incontro che smuove la sua anima e i suoi ricordi. Lasciar correre, girarsi dall'altra parte, sarebbe la scelta più semplice, di certo la più comoda. Ma forse, per Bill Furlong, è arrivato il momento di ascoltare il proprio cuore. «Mentre proseguivano e incontravano altre persone che conosceva e non conosceva, si ritrovò a domandarsi che senso aveva essere vivi se non ci si aiutava l'uno con l'altro. Era possibile tirare avanti per anni, decenni, una vita intera senza avere per una volta il coraggio di andare contro le cose com'erano e continuare a dirsi cristiani, a guardarsi allo specchio?».


mercoledì 2 aprile 2025

Venivamo Tutte Per Mare - 02.04.2025

 


Ci siamo incontrati 

mercoledì 2 aprile 2025 ore 20,30 

presso la biblioteca del Comune di Castel Mella (BS)

per confrontarci sul libro 

"Venivamo tutte per mare" di Julie Otsuka






Libro vincitore del Prix Femina étranger 2012

"Da anni" ha dichiarato Julie Otsuka, "volevo raccontare la storia delle migliaia di giovani donne giapponesi - le cosiddette "spose in fotografia" che giunsero in America all'inizio del Novecento. Mi ero imbattuta in tantissime storie interessanti durante la mia ricerca e volevo raccontarle tutte. Capii che non mi occorreva una protagonista. Avrei raccontato la storia dal punto di vista di un 'noi' corale, di un intero gruppo di giovani spose". Una voce forte, corale e ipnotica racconta dunque la vita straordinaria di queste donne, partite dal Giappone per andare in sposa agli immigrati giapponesi in America, a cominciare da quel primo, arduo viaggio collettivo attraverso l'oceano. È su quella nave affollata che le giovani, ignare e piene di speranza, si scambiano le fotografie dei mariti sconosciuti, immaginano insieme il futuro incerto in una terra straniera. A quei giorni pieni di trepidazione, seguirà l'arrivo a San Francisco, la prima notte di nozze, il lavoro sfibrante, la lotta per imparare una nuova lingua e capire una nuova cultura, l'esperienza del parto e della maternità, il devastante arrivo della guerra, con l'attacco di Pearl Harbour e la decisione di Franklin D. Roosevelt di considerare i cittadini americani di origine giapponese come potenziali nemici. Fin dalle prime righe, la voce collettiva inventata dall'autrice attira il lettore dentro un vortice di storie fatte di speranza, rimpianto, nostalgia, paura, dolore, fatica, orrore, incertezza, senza mai dargli tregua.

Bartebly lo scrivano di Herman Melville - 02.04.25

Ci siamo incontrati

 

mercoledì 2 aprile 2025 ore 20,30

 

nella sede della biblioteca

 

per confrontarci sulla lettura del libro

 

"Bartleby lo scrivano" di Herman Melville

Bartleby, scrivano, un giorno si rifiuta di svolgere il proprio lavoro. "Preferirei di no": questa è l'unica spiegazione che concede. Bartleby semplicemente si ferma, seduto alla scrivania, al centro dell'ufficio o nella prigione di New York, e fissa il muro. Perché? Sulle motivazioni si sono interrogati filosofi e letterati, senza trovare una risposta unanime. E il fascino del piccolo capolavoro di Melville, apparso per la prima volta nel 1853 e oggi considerato uno dei più bei racconti dell'era moderna, è proprio qui, nel mistero di un uomo che nega l'accesso al proprio animo e alle proprie ragioni, mentre sfida pacificamente la rigida società di Wall Street e sconvolge equilibri e aspettative, che crollano come un castello di presunzioni senza fondamento. Bartleby è un sognatore o un disilluso? Sergio Perosa, nella limpida introduzione, ne esplica la natura, consapevole dell'impossibilità di un giudizio definitivo sulla vita e le azioni dello scrivano di Wall Street

 


mercoledì 5 marzo 2025

Sulla riva del mare di Adbulrazak Gurnah - 5.03.2025


 

Ci siamo incontrati 

mercoledì 5 marzo 2025 ore 20,30

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"Sulla riva del mare" di Adbulrazak Gurnah

Dall'autore Premio Nobel per la Letteratura 2021.

 Tra Oceano Indiano e Canale della Manica, Sulla riva del mare ci ricorda che il racconto e lo scambio di esperienze possono offrirci la possibilità di ritrovare noi stessi e gli altri.

 Il sessantacinquenne Saleh Omar è un mercante di Zanzibar, richiedente asilo in Inghilterra. Sindbad dei giorni nostri, Omar lascia una terra dove il genio del male si è incarnato in governanti ladri provvisti di ogni forma di moderna violenza politica: campi di concentramento, armi e uno stuolo di cortigiani. Al suo arrivo a Londra, all'aeroporto di Gatwick, Omar mostra un visto non valido, rilasciato in patria da un suo parente e acerrimo nemico, Rajab Shaaban Mahmud. A Omar era stato suggerito di mostrare di non capire una parola di inglese, per cui l'assistente sociale che ha preso in carico il suo caso si trova costretta a chiedere la consulenza di un esperto di Kiswahili, uno dei dialetti dell'Africa Orientale: per ironia della sorte, l'interprete è Latif Mahmud, il figlio di Rajab, l'acerrimo nemico di Omar. L'uomo ha tagliato ogni ponte con la sua famiglia di origine dagli anni '60, quando ha chiesto asilo come rifugiato in Inghilterra, dove vive nella nostalgia della sua terra. Ora, Omar si trova faccia a faccia con Latif in una cittadina inglese sul mare. Entrambi rifugiati, con una origine e un destino che li accomuna. Il figlio del persecutore di Omar è anche la persona che può salvarlo e dargli finalmente una nuova vita. Dal premio Nobel per la Letteratura Abdulrazak Gurnah, un romanzo su due uomini che hanno scommesso tutto per cambiare vita, uno sguardo letterario implacabile sull'eredità dimenticata del mondo postcoloniale.