Incontro con l'autore: Giorgia Protti
Autrice de La
giusta distanza dal male
Giorgia
Protti è medico internista e scrittrice. La giusta distanza dal male è
il suo libro d’esordio, nato quasi per caso ma maturato attraverso anni di
lavoro in pronto soccorso e una lunga riflessione sul dolore, sull’empatia e
sul limite umano.
Giorgia, sei medico ma dici che la scrittura viene
prima della medicina. In che senso?
La scrittura
è sempre stata una necessità primaria. Sono diventata medico anche grazie a
genitori di grande buon senso che mi hanno convinta a iscrivermi a medicina, ma
la scrittura c’era prima ed è sempre rimasta. La medicina è diventata poi una
parte fondamentale della mia vita, ma non ha mai sostituito il bisogno di
raccontare e di interrogarmi attraverso le parole.
Quanto c’è di te nella protagonista del libro?
C’è una
trasfigurazione narrativa. Il sistema sanitario italiano, il pronto soccorso,
gli episodi raccontati sono ispirati a casi reali, ma nulla è sovrapponibile
alla realtà dei fatti. Non volevo scrivere una biografia. La narrativa mi ha
permesso di colorire, deformare, arricchire l’esperienza, mantenendo però una
verità emotiva.
Il pronto soccorso è al centro del romanzo. Che cosa
ti ha colpita di più di quell’esperienza?
Il carico
emotivo e il contatto umano. I pazienti spesso chiedono “perché?”, ma la
medicina non è una scienza esatta. In pronto soccorso regna il caos: molte
volte non sappiamo davvero cosa abbia una persona, ci limitiamo a escludere il
peggio. Altre volte i pazienti non hanno bisogno di una diagnosi, ma di
ascolto, perché soffrono di disagio psichiatrico o semplicemente perché non
hanno un posto dove dormire.
Nel libro compare Lucifero, una figura molto
particolare.
Non è il
Lucifero biblico. È una sorta di compagno, un confidente: qualcuno con cui bere
una birra o fumare una sigaretta a fine turno. Rimane una figura tentatrice, ma
anche profondamente umana. Ho scelto il surreale perché inserire elementi
irreali in un contesto di iperrealismo, come il pronto soccorso, mi permetteva
di dire cose che altrimenti non sarei riuscita a dire.
Come è nato il libro?
È nato alla
fine di un turno in pronto soccorso. Una sera, uscendo, ho sentito uno
sfrigolio, qualcosa che mi ha fatto scattare una domanda. Da lì è iniziato
tutto, quasi senza che me ne rendessi conto.
Il romanzo affronta anche il tuo lato più oscuro.
Sì.
Attraverso la protagonista ho personificato tutte le domande che non volevo
pormi. È stata una catarsi. Dare una forma al male, al dubbio, al senso di
colpa mi ha permesso di guardarli senza esserne travolta.
“La giusta distanza dal male” sembra ruotare intorno
all’empatia.
L’empatia è
mettere a disposizione le proprie emozioni nella relazione di cura, sapendo che
quello che offri torna indietro come un boomerang. Il problema è la gestione di
queste emozioni. L’empatia rischia sempre di cadere nell’immedesimazione
totale, e lì ci si perde.
Hai trovato una soluzione?
No, una
risposta definitiva non l’ho trovata. Alcuni colleghi mantengono una distanza
fisica ed emotiva; io non me la sento, perché spesso quella distanza diventa
mancanza di comunicazione. Non esistono corsi per insegnare questo equilibrio:
c’è la pratica clinica e c’è la condivisione umana. L’empatia non si impara
davvero, si attraversa.
Quanto pesa il dolore, soprattutto la morte?
Pesa
moltissimo. Si accumulano lutti, dosi di malessere e di dolore che non sempre
sono capace di gestire. Anche tra colleghi c’è condivisione, ma non esiste una
soluzione comune.
Nel libro emerge anche una forte critica al sistema
sanitario.
Ci sono
pochi investimenti perché la sanità non è remunerativa. La situazione è ormai
in crisi. L’ultimo baluardo è il pronto soccorso, che non rifiuta nessuno.
L’aggressività che si respira nasce dalla mancanza di risposte del sistema:
sono due rancori che si incontrano, quello dei pazienti e quello degli
operatori, entrambi figli dello stesso malfunzionamento.
C’è anche una riflessione spirituale.
Sono
agnostica, ma faccio fatica a pensare che tutto sia puramente deterministico.
Incontro il male spesso, senza giustificazione e senza preavviso. Questo mi ha
portata a una spiritualità più laica, che passa anche dalle relazioni umane.
Come hanno reagito i tuoi colleghi al libro?
Ho ricevuto
molti riscontri positivi, anche da chi fa altre professioni sanitarie. Spesso
mi dicono: “Le stesse cose che provi tu le proviamo anche noi”. Credo che un
rapporto di cura basato sulla condivisione porti a risultati migliori, anche se
per molti è stato interessante trovarsi, per una volta, dall’altra parte della
scrivania.
Il percorso di scrittura è stato intenso.
Molto. Il
libro è stato “partorito” in nove mesi di solo lavoro e scrittura. A un certo
punto ho rassegnato le dimissioni. Poi è arrivata la proposta di Einaudi. Non
sapevo se avrei continuato in pronto soccorso, ma mi mancava. Ho ricominciato
in una struttura più piccola e anche la gestione del dolore e dell’empatia è
migliorata. La giusta distanza, però, non l’ho ancora trovata.
Quali sono le tue letture di riferimento?
Bulgakov,
soprattutto Memorie di un giovane medico e Il Maestro e Margherita,
per la figura ironica e potente di Voland. Poi Stefano Benni, Tiziano Scarpa
per il linguaggio, Pennac, Carver per l’essenzialità dei racconti. Mi
affascinano le figure letterarie del diavolo, da Faust in poi: dolore e
disperazione sono territori che anche i diavoli abitano.


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