"Ci sono libri che si posseggono da vent'anni senza leggerli, che si tengono sempre vicini, che uno si porta con sè di città in città, di paese in paese, imballati con cura, anche se abbiamo pochissimo posto, e forse li sfogliamo al momento di toglierli dal baule; tuttavia ci guardiamo bene dal leggerne per intero anche una sola frase. Poi, dopo vent'anni, viene il momento in cui d'improvviso, quasi per una fortissima coercizione, non si può fare a meno di leggere uno di questi libri di un fiato, da capo a fondo: è come una rivelazione."

Elias Canetti

«Un classico è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire»

(I. Calvino, Perché leggere i classici, def. 6)

martedì 14 febbraio 2012

Incontro con l'autore: Benedetta Cibrario

Il gruppo di lettura,
nell’ambito della
Rassegna di letture spettacolari e incontri con l’autore
a cura del Sistema bibliotecario
Sud Ovest Bresciano 
Martedì 14 febbraio 2012
ore 21.00
nell' Auditorium “G. Gaber”
Via Onzato 56
ha incontrato l’autrice
Benedetta Cibrario
E' nata a Firenze, nel 1962. E’ cresciuta a Torino, dove si è laureata in Storia del Cinema ed è vissuta a lungo in Inghilterra. La sua vera residenza, per dedizione e amore della terra, rimane però la Toscana.
Rossovermiglio (Feltrinelli) è il suo esordio narrativo, che le ha portato la vincita del Premio Campiello 2008.
Il romanzo racconta del tentativo (e dei successivi esiti) di una donna educata alla maniera ottocentesca, di raggiungere la propria indipendenza nell'arco di buona parte del novecento, dal periodo precedente la Seconda guerra agli anni della nuova Repubblica.
La seconda e attesa prova narrativa dell'autrice, Sotto cieli noncuranti (Feltrinelli), è stata vincitrice del premio Rapallo Carige 2010. Quasi un giallo ambientato nei giorni di un Natale nevoso, tra Torino e la Val di Susa. Nel 2011 l'autrice pubblica con Feltrinelli il romanzo Lo scurnuso.

Lo scurnuso, Feltrinelli, 2011
Dalla Napoli borbonica fastosa e miserabile, passando per la Napoli sfigurata dai bombardamenti della Seconda guerra mondiale, fino a oggi, per vicoli e palazzi, umide stamberghe e salotti sontuosi, si dipana il destino dello Scurnuso, "il Vergognoso"… Benedetta Cibrario dispiega una sequenza narrativa che ha come protagonista la bellezza stessa, una bellezza umile che dice le ragioni di un durevole incantamento.


L'autrice dialoga con Diego Trapassi di Teletutto
Il mio nuovo libro è un viaggio nel tempo: il protagonista è stato soprannominato lo Scurnuso.
Il personaggio principale è una statua di terracotta del presepe napoletano, lo scurnuso appunto, modellata alla fine del 700 dal  giovane Sebastiano, selvatico e di grande talento, che vuole ritrarre con essa Tommaso Iannacone, suo maestro e padre adottivo. Lo scuorno, ritratto nell'atteggiamento del pastore, è  la vergogna che Iannacone proverà sapendo di perdere l'uso delle mani, già gravemente compromesse dalla malattia.
Nella prima parte, ambientata nella Napoli del 700, vi è la descrizione di chi ha modellato la scultura e di chi è rappresentato.  La seconda parte si svolge sempre a Napoli sotto le bombe della seconda guerra mondiale, e infine l’epilogo ai nostri giorni nella penisola sorrentina. Diversi sono i protagonisti, i personaggi, anche il paesaggio. Napoli è molto presente. Ho sempre saputo che prima o poi avrei fatto i conti con Napoli, con il mio personale serbatoio di emozioni. Sapevo che dovevo misurarmi con questa realtà. Essendo figlia di una napoletana e di un torinese ho vissuto in tutti questi luoghi, ma ho sempre sentito una certa discrepanza con i posti. Quando eravamo a Napoli ci trattavano come famiglia del nord, a Torino come napoletani, a Firenze non eravamo né carne né pesce. Napoli, disse uno scrittore, è come la testa della medusa: è un posto che ami o che odi,  ma non puoi essergli indifferente. E’ stato scritto molto su Napoli: Da Anna Maria Ortese a Raffaele La Capria. Pertanto, per non cadere nel banale, ho scelto di parlare della città antica. Un libro che amo molto è “Ferito a morte” di Raffaele La Capria, scrittore che ho sempre ammirato. In una libreria in cui ero stata convocata per la presentazione dello Scurnuso mi accade di trovarmelo davanti. Ho pensato che non sarei riuscita a pronunciare una parola. La Capria mi disse subito  “Ho letto il tuo libro: si sente che non sei napoletana, ma che la tua napoletanità è filtrata dai ricordi e dagli affetti". Infatti si sente che non lo sono. Mia nonna materna era molto legata a Napoli, ogni volta ci portava a vedere le stesse chiese, gli stessi musei e ogni volta, con i suoi racconti e le sue descrizioni, erano come nuovi: è da lei che ho imparato ad amarla.
Sono arrivata a Napoli per la presentazione di “Sotto cieli non curanti”. E' una bella giornata, prendo un taxi e dico al taxista “Come è bello qui!”e lui ribatte: "Non lo dica che è bello essere a Napoli,  io mi vergogno di essere napoletano e ho detto ai miei figli andate e non tornate più.” Quell’emozione, che ricordo molto forte, mi ha fatto pensare in modo diverso a questa città e anche per questo ho fatto la scelta di una ambientazione diversa rispetto agli altri miei libri.
Il presepe è molto presente a Napoli. Il presepe napoletano è una sorta di follia collettiva . Dalla corte borbonica a Carlo III di Borbone,  fino al parroco e al farmacista, tutti allestiscono il presepe: è una passione trasversale, che contagia  tutti gli strati sociali. Passano tutto l’anno a immaginare come allestire il presepe, che costituisce per i napoletani il corrispettivo del carnevale di Rio  per i  brasiliani. Il presepio ha la sua spiritualità. Ci sono tre momenti canonici nella preparazione. Il presepe napoletano nel 700 è teatro, è la fotografia della società, è un viaggio nella storia: tutti i pastori sono vestiti con abiti settecenteschi e tutti gli oggetti che lo compongono sono fatti da fini artigiani. Per esempio i vetri sono realizzati dai vetrai, le ceramiche dai ceramisti, i piccoli piatti in argento dagli argentieri ecc. Nel libro "Lo scurnuso" è descritta  la follia del collezionista, nella persona del  Duca di Albaneta. Ma anche Giovanni Scotti, che è il restauratore,  preso dalla sua passione, si rifiuta di andare nel rifugio durante il bombardamento per continuare il suo lavoro.
Ho scelto di descrivere lo scurnuso solo in una pagina: a me non piace raccontare tutto, mi piace che il lettore possa intervenire con la sua immaginazione. Avrei potuto descrivere la Napoli settecentesca per pagine e pagine. Potevo sviluppare la storia ma non ho voluto: ho introdotto molti personaggi e per scelta li ho sviluppati poco. Ho voluto che ci fosse un dialogo tra: lentezza e leggerezza, tanto e poco, passato e presente.
Non so scrivere romanzi come si fa nelle scuole di scrittura. Se preparo una scaletta, come insegnano di fare, se butto giù uno scritto, so che non lo svilupperò mai. Se prendo appunti non li adopero. Gli altri romanzi hanno avuto una gestazione completamente diversa da questo. Con Rossovermiglio non sapevo neppure come si cominciasse. Sapevo che volevo scrivere la storia di una donna che non si sentiva a casa sua da nessuna parte. Sono una scrittrice visuale. Mi piace vedermi davanti quello che andrò a scrivere. La prima stesura è stata molto lunga: è durata circa 10 anni, era un volume di circa 500 pagine che è sempre stato rifiutato. Dopo i rifiuti ricominciavo a lavorarci togliendo, eliminando.
Il secondo libro è stato meno faticoso. Ed il terzo è stato una passeggiata: dopo la prima fase ho continuato senza ripensamenti e l'ho scritto in 4 mesi: avevo già la storia davanti a me dovevo solo scriverla.
Qual'è il tuo rapporto con i libri?
 Lo Scurnuso nasce con questa mancanza di incertezze, perché nasce da solide letture. Ho letto di tutto senza fare distinzione tra letteratura alta media o bassa. E' il tempo che colloca l’oggetto non la legge del mercato e così accade pure per i libri. Come formazione vengo dal cinema. Mi piace Alfred Hitchock, che all'inizio della sua carriera non era considerato: è stato in seguito che è diventato importante. Sono una lettrice onnivora: leggo di tutto e amo anche i classici. Le cose che avevo da dire in questi tre romanzi le ho dette. Lo scrittore vive e osserva,  ma le cose vissute si devono un po’ sedimentare. Non sono stata un esordiente giovanissima: avevo 40 anni quando ho iniziato.
Ora sento il bisogno di leggere.
I tre libri sono diametralmente diversi: ciò spaventa il mio editore, che spererebbe seguissi l'andamento dell’uno o dell’altro.
Alla scrittura ci sono appunto arrivata tardi, già madre di 4 figli, moglie di un manager che mi ha trascinato in giro per il mondo. All’inizio non sapevo quasi nulla, anche di letteratura. Mi è capitato di incontrare colleghi scrittori di cui non avevo letto nulla. In seguito questa mia mancanza l’ho considerata una sorta di privilegio perchè mi ha consentito di avere un privato.

Le domande del pubblico

Lo scurnuso perché questo titolo?
“ Non volevo chiamarlo scurnuso. E' un titolo che non fa venir voglia di leggerlo. In realtà ho avuto più difficoltà a trovare il titolo che a scrivere il libro. E'stato l’editore: durante il nostro incontro per definire un titolo, aprendo a caso una pagina mi ha guardato dicendo “ ma il titolo l’hai già scritto è lo scurnuso”.

Il suo primo libro “Rossovermiglio” l’ha dedicato a suo padre, perché ?
“Perché è stato il primo a capire la mia passione per la scrittura".

Nell’intervista di qualche anno fa disse: “Da quando ho ricevuto il si alla pubblicazione del libro è come se avessi smesso di essere - la figlia di, la moglie di,  la mamma di - : sono diventata io. Cosa è cambiato da quel momento ? La carriera quanto è importante per lei?
“Io ho desiderato tutta la vita scrivere, ma mi hanno sempre detto di fare qualcosa d’altro. Quando ero ragazzina e mia madre mi vedeva scrivere mi diceva studia, quando ero sposata mi dicevano di occuparmi d' altro. Nessuno capiva quanto fosse importante per me scrivere.
Il pensiero mi è balenato visitando la casa di Jane Austen. Lì ho pensato all'operosità femminile della Austen, che passava dal ricamare un merletto, dall' incerare il pavimento allo scrivere.  Anch’io ho pensato che potevo fare lo stesso. Ma è scrivere che mi fa stare bene.
Quando Feltrinelli mi ha chiamato avevo avuto un rifiuto da un altro editore e quindi mi sono presentata all’appuntamento pensando che anche lui mi avrebbe detto: "non mi interessa", ed invece firmai il contratto. Fu una felicità enorme. E quando uscii dall’ufficio pensai: a chi lo dico? A mio figlio, a mio marito... No, non lo dico a nessuno. Tutto quel mondo alll'improvviso mi era esploso".

Sempre riferendoci a Rossovermiglio vorrei che mi spiegasse come mai il marito le chiede di lasciare l’eredità al figlio che lui ha avuto dalla sua seconda donna?
Non essendosi mai separati legalmente, il marito sa che la moglie è benestante, perciò le chiede di rinunciare alla sua parte
Perché la protagonista non ha tenuto il figlio che aspettava? E poi quando lei cerca di rivelare al figlio di essere la madre lui, sembra non capire?
Non perché è un figlio illegittimo ma perché è stata abbandonata: è una sorta di scudo, più che altro è amarezza. E’ difficile credere che tua madre ti viva accanto tutta la vita senza mai dichiarasi.
E’ una donna piena di vigliaccheria: ha avuto una educazione anaffettiva, fatta di sentimenti negati e congelati. E’ una donna che fa finta di essere coraggiosa,  ma ha paura anche della sua ombra. Di ben altra caratura è il marito che l’ha amata moltissimo senza essere ricambiato e che successivamente sceglie una compagna che lo fa sentire amato.

Nel nostro GDL ci siamo un po’ lamentati perché questi personaggi non sono stati molto indagati.
Inoltre con "Rossovermiglio" e "Sotto  cieli noncuranti " ho vissuto la discriminazione per la donna. Lei nell'ambiente della scrittura l'ha vissuta mai?
Vedo segni positivi di cambiamento. Io ho fatto la pace con un sentire maschile diverso. Penso che siamo equivalenti ma diversi: uno specifico maschile e uno femminile. La famiglia di mia madre per tradizione è matriarcale, dominata da figure femminili forti. La discriminazione l’ho vissuta fuori dalla famiglia. Nel mondo della scrittura non l’ho percepita. Mi inalbero quando parlano di scrittura femminile. Se ritagliate dei paragrafi, ciascuno di autori diversi, non è riconoscibile il genere di chi lo ha scritto, se è maschio o se è femmina. Non esiste una scrittura femminile o maschile. Jane Austen ha una prosa maschile, trasparente. Lo scurnuso non è una storia femminile.
Spesso mi chiedono come concilia il lavoro di scrittrice con gli impegni famigliari. Nei paesi anglosassoni nemmeno lo chiederebbero perchè non è politicamente corretto.  E' discriminante. A nessun manager viene chiesto come fa a lavorare e avere quattro figli.

Come è stata l’esperienza del Campiello?
Feltrinelli ha mandato il libro senza che lo sapessi. Immaginate lo stupore quando mi hanno chiamata. Durante la serata mi hanno detto che facevo parte dei cinque nomi dei possibili vincitori : Bouchard, Tani, Gamberale e Di Stefano. Non mi aspettavo di vincere.

I tre libri da lei scritti sono diversi dal primo all’ultimo
Rossovermiglio è fatto di flashback, avanti e indietro nel tempo. Racconta quasi un secolo. E' molto condensato. E' stato un lavoro di struttura. Lo Scurnuso ha dei titoletti che non corrispondono al dialogo, è un opera di fiction. Non ho voluto usare il dialetto ma restituire un senso alla napolanità. E' in un italiano che riecheggia un modo di parlare dialettale.

La protagonista di Rossovermiglio non ha un nome perché?
Non ho dato un nome alla protagonista di Rossovermiglio non riuscivo a trovarlo. Nessun nome le corrispondeva  perché c’erano troppe donne in una. Corrisponde a una certa elusività: è una donna che tiene a distanza i suoi affetti.

C’è un filo comune che caratterizza tutti i personaggi e le situazioni dei suoi tre romanzi : sono i sentimenti celati, non detti, come se non ci fossero "le parole per dirli", sia che si tratti di un "sentire" positivo che negativo (come per esempio il dolore della perdita in Sotto i cieli non curanti). E’ una scelta voluta dalla scrittrice perchè espressione del suo modo di essere?
Non c’è bisogno che uno scrittore indugi su quella che è la grammatica dei sentimenti.   A volte in alcune scritture questo soffermarsi mi sembra un po’ morboso. Non c'è bisogno di approfondire: parliamo di cose che tutti conosciamo.
La protagonista di "Sotto i cieli non curanti" è Matilde. Matilde, non è una persona sola,  è frutto di un collage di bambini che sono stati miei coetanei. I bambini, specie se non capiscono, hanno bisogno di riportare l’equilibrio e l’armonia. Matilde si inventa una realtà parallela che fa si che tutto riacquisti un equilibrio.



Tratto da: GIORNALE DI BRESCIA, GIOVEDÌ 16 FEBBRAIO 2012 - CULTURA&SPETTACOLI

BENEDETTA CIBRARIO
«La mia Napoli, forte e fragile lungo i secoli del declino»

La scrittrice di origine partenopea, premio Campiello 2008,
ha presentato a Castel Mella l’ultimo romanzo «Lo scurnuso»

Lo «scurnuso» evocato nel titolo del terzo romanzo di Benedetta Cibrario è un «pastore», una statua del presepe napoletano modellata a fine ’700 dal giovane Sebastiano, pastoraio dal carattere selvatico e dal gran talento.

L’uomo raffigurato -colui che dà l’impressione di «mettersi scuorno», vergognarsi -è Tommaso Iannacone, l’artigiano che è stato maestro e padre adottivo di Sebastiano.

L’allievo lo ritrae con «le mani e i piedi contorti in uno spasmo»: una malattia ha gravemente limitato le sue capacità di lavoro. «La vergogna spiega la scrittrice -è quella che Iannacone prova quando immagina cosa accadrà nel momento in cui non potrà più usare le mani: il pensiero di una vita che si chiude in un modo non voluto».

Benedetta Cibrario, fiorentina di madre napoletana e padre torinese, ha presentato il libro l’altra sera all’auditorium di Castel Mella, nel-l’ambito della rassegna «Un libro, per piacere!» promossa dal Sistema Bibliotecario Sud Ovest Bresciano.
Ha dialogato con Diego Trapassi, giornalista di Teletutto, e risposto a molte domande di un pubblico preparato e curioso. Parlando anche dei primi romanzi, a partire da quel «Rossovermiglio» -edito, come i successivi, da Feltrinelli -premio Campiello nel 2008.

Il suo scurnuso «viaggia per le invisibili e argentee strade del tempo» attraversando i secoli e destando in chi lo vede un misto di ammirazione e disagio. Lo rincontriamo nella Napoli ferita dai bombardamenti della Seconda guerra mondiale, in mano al collezionista Girolamo Valcarel duca di Albaneta; infine ai giorni nostri, nella penisola sorrentina. La città pulsa sullo sfondo della vicenda: «Ogni scrittore fa i conti col proprio serbatoio d’emozioni. La mia visione di Napoli è filtrata dal ricordo della nonna materna, dei suoi racconti, della passione con cui ci guidava per la città. Sapevo che Napoli era lì, che avrei dovuto misurarmici. Ma è difficile, si rischia il banale, ci si confronta con autori come La Capria e la Ortese. Da questa mia paura è venuta forse la scelta di parlare d’una Napoli antica».

Come è nata l’idea di un romanzo su una statuetta del presepe?

Ho sempre guardato con stupore queste sculturine, piccoli capolavori di artisti spesso anonimi. Ho provato a immaginare cosa ci fosse dietro: un mestiere ma anche una passione. La loro fragilità è commovente, ma mi sono resa conto che commovente non era tanto la fragilità degli oggetti, quanto quella degli uomini che li avevano prodotti. Le cose, belle o brutte, alla fine ci sopravvivono sempre. Racconto anche la «follia» di chi colleziona questi come altri oggetti: il duca di Albaneta, che «non avrebbe interrotto la consuetudine di montare la scena sacra nemmeno sotto una pioggia di bombe».

Perché ha scelto quei determinati periodi storici?
Sono tre momenti molto critici. Alla fine del ’700 a Napoli va via un grande re, Carlo III di Borbone, e per la città comincia il declino. Il 1942-43, sotto le bombe, è di nuovo un momento in cui la città è stata devastata e si sono prodotte molte cose che hanno determinato la Napoli di oggi.
Infine l’attualità, nel breve epilogo: un altro passaggio delicato, nel quale la città è in bilico tra sopravvivenza e morte definitiva.

Lo stile e il linguaggio, molto asciutti, non sono quelli di un romanzo storico...
Ho scelto di raccontare una storia del passato, ma in filigrana traspare un sentire contemporaneo. Nessuno degli eventi che narro è poi perfettamente compiuto: ho scritto un romanzo breve, ma ogni sua parte avrebbe potuto crescere all’infinito.
Potevo descrivere per pagine e pagine la Napoli del ’700. Invece ho scelto di dare semplicemente uno scorcio, un fascio di luce a illuminare un attimo, per poi spostarmi altrove.

Anche le emozioni dei personaggi sono trattenute.
Il contenimento delle emozioni è una caratteristica comune anche agli altri miei romanzi. Sono una persona schiva e riservata, e ho sempre pudore a descrivere fino in fondo storie di sentimenti. Preferisco fermarmi un attimo prima, lasciare che sia il lettore a completare con la sua immaginazione e la sua visione del mondo quello che io gli ho fatto appena intravedere.

Come ha lavorato sulla lingua?
Non volevo usare parole dialettali, ma restituire un senso di napoletanità, di lingua antica. È un italiano che riecheggia un modo di parlare dialettale, senza avere assolutamente nulla del dialetto. Cerco sempre di scrivere storie leggibili, che non annoiano il lettore, ma al loro interno faccio un lavoro complesso. Nel mio secondo romanzo, «Sotto cieli noncuranti», c’era un andamento temporale a incastro, con voci narranti in prima e terza persona. «Lo scurnuso» unisce in successione tre epoche storiche; ogni capitolo ha titoletti «narrativi» che ricordano quelli delle fiabe.

Ha un suo metodo di scrittura?
Non so scrivere romanzi come insegnano alle scuole di scrittura. Se abbozzo la scaletta di un libro, è sicuro che quell’idea non la svilupperò. Non prendo appunti per strada o in viaggio, perché non li adopero. Quando ho cominciato «Rossovermiglio» sapevo solo che volevo scrivere la storia di una donna che non si sentiva a casa da nessuna parte. A furia di star seduta alla scrivania, il «Nelle mie storie del passato scelgo un sentire contemporaneo» racconto si è formato. La stesura è stata lunghissima, ci son voluti dieci anni. Con «Lo scurnuso» invece è stata una passeggiata di salute! Ho scritto tutto subito, senza ripensamenti, in quattro mesi. La storia per la prima volta mi scorreva davanti agli occhi, un’esperienza esaltante.

Nicola Rocchi



martedì 17 gennaio 2012

Rossovermiglio di Benedetta Cibrario

Martedì 17 gennaio 2012 , ore 20,30
 Rossovermiglio
di Benedetta Cibrario
edizioni Feltrinelli
Trama: La protagonista del romanzo è una giovane donna appassionata e ribelle, ma è cresciuta in una famiglia - e in un ambiente - dove l'eleganza, la compostezza, la sobrietà e il rigore sono più che dei valori, sono l'unica forma di vita concepibile. Appena ventenne, accetta dunque un matrimonio combinato per lei dal padre. Non sarà una scelta felice, probabilmente anche perché il destino ha messo sulla sua strada l'affascinante ed enigmatico Trott, che nell'arco di un decennio, con tre impreviste apparizioni, comprometterà definitivamente il precario equilibrio del suo matrimonio. La protagonista incarna infatti un momento di trasformazione di un'intera società: troppo moderna per adattarsi docilmente a proseguire nel solco tracciato dalle altre donne di famiglia e al tempo stesso ancora troppo fragile, e soprattutto troppo poco abituata a dare ascolto ai sentimenti e alle emozioni, per vivere la propria ribellione sino alle estreme conseguenze. Ma è come se Trott l'avesse risvegliata da un incantesimo e fin dal primo incontro avesse innescato in lei un processo di cambiamento che non può più essere arrestato. Da qui la scelta di trasferirsi da sola nella campagna senese, a San Biagio, abbandonando una città, Torino, che sta rapidamente cambiando sotto l'impulso della nascente industria, e un marito che ha sempre sentito estraneo e che la tradisce sfacciatamente.

Citazioni: " Sposarsi per amore, che volgarità!"
"Frequenti mia moglie, se le capita, ne apprezzi l'indole e lo spirito senza secondi fini, la giudichi per quello che è: una donna il fuga, da un' epoca da un mondo perchè non ha avuto il coraggio di seguire le regole nè di mutarle. Tutto ciò che ha fatto l'ha fatto non per coraggio ma per una forma di viltà."
"Chi mi guardava vedeva una donna bella e altera e una buona dose di coraggio. e invece non c'era nulla se non uno smisurato orgoglio e la paura del mondo e delle chiacchere della gente."
"Ho dato via un figlio. Ho vissuto accanto al lui tutta la vita, l'ho visto crescere, correre, andare in bicicletta, gli ho insegnato a gestire questa tenuta, che un giorno sarà sua, ma non sono stata una madre."


Il confronto:
Una donna che nasce a Torino agli inizi del secolo, si sposa scegliendo il marito tra un numero di 5 nomi proposti dal padre, decide di sposare il conte Villaforesta perchè anche lui ha la passione per i cavalli, è un matrimonio infelice.
Nella sua vita fa tre scelte, la prima a Torino nel 1939 una donna educata in maniera ottocentesca che sceglie di diventare un’amante per un pomeriggio. La seconda scelta (1945) segue il consiglio dell’amante ritrovato dopo gli anni della guerra e lascia Torino per la Toscana e impiantare un’azienda vinicola. La terza scelta : negare l’esistenza del figlio. La ragione della sua vita è l’azienda vinicola e inseguire l’amore.

AB.: mi è piaciuta la lettera del marito. A volte mi sembra una protagonista forte, tenace. L’autrice in un'intervista  dice che ha operato la terza scelta: il figlio. In realtà non ha fatto scelte, è una donna debole. “Chi mi guardava vedeva una donna bella.”  "Ho dato via un figlio e non ho avuto il coraggio di essere madre". E’ una donna con una personalità un pò complessa.
Ha amato il Trott. Un  personaggio meschino che accettato i soldi da Villaforesta.
Del marito dice: "Un uomo che credeva di proteggermi e mi ha derubata di tutto".
MR. : Ci ha messo dieci anni ad abbandonare lo schifo di marito. Il tempo forse l’ha rivalutato ma non è stato un grand’uomo.
G.: Lei è debole per quello che non ha riconosciuto il figlio.
A.:. No, dice, di non averlo riconociuto per le chiacchiere della gente.
G. : anche una non-scelta è una scelta,  la terza via è quella di non intervenire.
R. : Provava un odio sordo per il bambino. Ormai vecchia quando decide di svelare la sua vera identità al figlio, che ha sempre avuto vicino, viene trattata quasi come una vecchia rimbambita. Come se stesse straparlando on non parlando affatto.
Lei è vittima delle convenzioni sociali anche il marito dice: "scappi ma non le affronti".
AB. : Villaforesta ha sempre tenuto i rapporti con la moglie.
R : Sì, però tramite l’avvocato: segue la vita della moglie dando anche una svolta importate: pagando il Trott per allontanarlo da lei.
A. B. .: il libro comunque non è male, si legge velocemente.
E. : il romanzo secondo me è un'occasione mancata, avrebbe potuto arricchirlo, fare un libro migliore. Poteva tratteggiare meglio i personaggi, farli parlare tra di loro, ed anche il periodo della guerra andava approfondito. E’ ricco di spunti ma avrebbe potuto essere di più.
P. : I personaggi sono stereotipati,  poteva essere un libro più breve.
E. : Mi è piaciuto lo rileggerei anche se incompleto.
A. : Credo di non averlo capito fino in fondo. Ci sono piani temporali diversi. Passa tutto il libro a parlar male del marito. In realtà lui ha passato tutta la vita prendersi cura di sé. Il centro del libro è l'incomprensione. Lei alla fine accusa  il marito di aver pilotato la sua vita e  anche con il Trott.
AB.: Lei sceglie il marito da una lista (fatta dal padre) di 5 nomi. Non ha scelto lei i nomi: è per questo che mi chiedo se è forte?!
A. : Anche noi crediamo di scegliere, ma in realtà, nella vita, abbiamo una cerchia ristretta di possibilità.
P. : Poteva essere un buon matrimonio, forse.
G. : è una storia di emancipazione e di nascita: si è trovata con un uomo anaffettivo ed era giovane.
AB : Alla fine lo critica ancora o no? Da pagina 210 “ Perché hai allontanato Trott da me? Perché ti sei intromesso nella mia vita, perché non mi hai lasciata andare per la mia strada…".
G. : Dietro il controllo dei sentimenti e delle emozioni c’è una fame d’amore ma non positiva.
E. : Non è stato facile nemmeno per lui stare con una persona che si è presentata in modo ostile e istaccato.
A. : Ribadisco: è un libro sulla mancanza di comprensione .
P. : Lei cede a Trott,  perché lui sa cosa vogliono le donne.
G. : Per me è una donna irrequieta.
E. : Lei si definisce “ Lunediante" cioè pigra di sentimenti, troppo poco abituata a dare ascolto alle emozioni.
R.: In fondo il  Trott le ha insegnato a conoscere il vino, come coltivarlo. Le ha insegnato un lavoro e questo è un aspetto positivo della loro relazione.
E. : Il rapporto con la madre è un po’ controverso.
CB : il marito si rivaluta molto, alla fine lascia un’immagine di sé più intensa. Lei ha trascorso parte della sua vita a fare la “principessa” e quando decide di essere libera si immerge nel lavoro duro e sodo della tenuta “La bandita”. In realtà si esilia.
A: Non c’è un buono che fa cose giuste e il cattivo che fa cose cattive.
Va anche letto nel periodo storico in cui è ambientato.
E. : Secondo me marito e moglie si equivalgono: provengono dallo stesso ambiente. assumono gli stessi comportamenti  e  trovano in seguito due persone molto diverse da sè: una prostituta e un libertino.

martedì 20 dicembre 2011

La metà di niente di Catherine Dunne

martedì 20 dicembre, ore 20,30

La metà di niente
di Catherine Dunne
Guanda


Trama: Una mattina come tante nella cucina in disordine, nell'aria pungente di una Dublino ancora addormentata. Una mattina come altre quella in cui Ben decide di dire addio alla moglie Rose, ai suoi tre figli e a vent'anni di vita assieme. Rose non parla, non reagisce, non sa nemmeno cosa provare. Con questa scena si apre "La metà di niente", il felice romanzo d'esordio di Catherine Dunne, il diario lucido e drammatico di una donna che, di punto in bianco, si trova sola, senza soldi e con una famiglia da mantenere. Come in un album di fotografie, la nuova vita di Rose si alterna a flashback della vita passata, dei suoi sogni giovanili, delle sue illusioni romantiche sul matrimonio. Ma tra lacrime e disperazione, tra rabbia e sensi di colpa, Rose diventa forte.

Citazione: "Ogni giorno ha la sua pena, quanto basta per arrivare a sera"

G.F.: non è un grande romanzo, più che la metà di niente avrei detto il doppio di niente. Il genere non mi interessa.
M.: A me piace la qualità con cui struttura i romanzi. Si tratta del primo libro: poi la scrittura nei succeccivi diventa più matura ed articolata.
Il libro è stato citato da Veronica Lario, nella famosa lettera a Berlusconi, nella quale lei si è paragonata alla protagonista.
C.: Sì, ma nel suo caso alla pena del naufragio di un matrimonio, non si sono aggiunte le preoccupazioni economiche, per la sua sopravvivenza e per quella dei figli. Rose è stata chiamata a reagire subito.
G.: “L’amore o quasi “ è il seguito.
P.: Forse per la scrittrice il marito è l'antagonista del romanzo.
F. : Forse bisognerebbe sapere di più.
C.: Si prova piacere ad apprendere che al marito, a partire dalla relazione con l'amante, gli vanno tutte storte. Non è un gran persona. Neppure come padre.
G.: E' la visione di una donna combattiva che ha un tratto maschile molto forte. E' la storia di un cambiamento interiore che ho visto in moltissime donne. Donne che hanno fatto fatica e hanno trovato un sacco di risorse. Quello che cambia le persone è la capacità di scegliere. Nel matrimonio c’è stata accettazione e poca possibilità di scegliere. La scelta consapevole avviene quando più che la fine di una relazione vi è la fine di una condizione, di una sudditanza.
F.: Per il cambiamento ci deve essere un motivo scatenante. Non siamo facili ai cambiamenti.
G.: Nei momenti di crisi fai un salto in avanti.
C.: E' nel dolore che si cresce, ahimè.
E. : Ha toccato vari punti ma non è andata oltre. Ho preferito “ Se stasera siamo qui” mi ha dato la sensazione che le donne si conoscono poco. Le donne mi sembrano sempre non complete, scivolano sempre sulla strada dell’altra. Donne che non si conoscono, che si ritrovano sempre a chiedere a qualcuno dove sono. Forse dovremmo essere educate a conoscerci di più e a fare delle scelte per noi.
C.: Mi ha ricordato "Una donna spezzata" della Simone de Beauvoir. La lettura di quel libro mi aveva messo una grande angoscia, che qui non ho provato. Le protagoniste sono caratterialmente diverse. Rose sa riscattarsi dalla perdita del marito e non si lascia sopraffare dal dolore e dalla delusione, che pur c'è.
P.: Ricorda vagamente le scrittrici Sud-Americane: Isabel Allende per esempio. 

mercoledì 16 novembre 2011

Se stasera siamo qui di Catherine Dunne

Martedì 15 novembre 2011
alle ore 20,30
Se stasera siamo qui
di Catherine Dunne
edizioni Guanda

Trama: Una riunione tra quattro amiche del cuore per festeggiare la loro amicizia: un quarto di secolo di intimità condivise, tradimenti superati, differenze appianate. C'è Claire, con i suoi uomini sempre sbagliati; e la certezza che la vita non le darà mai l'unica cosa che ha sempre voluto. Nora, la casalinga perfetta, che ha tenuto nascosto un segreto alle amiche per più di venticinque anni. Maggie, che è sposata infelicemente con Ray da più tempo di quanto voglia ricordare. E poi Geòrgie, altezzosa e supponente, che ha fatto a modo suo più di quanto le sarebbe convenuto. Ma stasera la complessa trama di mariti, amanti e segreti che le ha tenute insieme sta per dipanarsi. E una delle quattro donne non ha intenzione di esserci. A questo punto, le cose non potranno più essere le stesse... (tratta da IBS)

Leggi la recensione di Wuz

Citazione: "Ho idea che questa sera verranno rivelati molti segreti. So che Maggie ha qualcosa per la testa e Georgie è stata particolarmente evasiva l’ultima volta che ci siamo viste tutte insieme. Quanto a Claire, con tutto il suo talento e la sua bellezza, a volte mi fa pena. Credo che sarebbe stata felice di diventare madre. Mi sbaglierò, ma ho il sospetto che sia per questo motivo che ha avuto tanti uomini." 

Il confronto

M.: Ho apprezzato il romanzo per l’intreccio. E’ stata capace di mescolare le storie. Non sono d’accordo sulle tesi di fondo, in quanto ho visto che quasi tutti questi uomini sono dei cialtroni.
A.: Secondo me, in questo romanzo, gli uomini non sono stati ritratti male. In fondo Georgie lascia tutto per un uomo. Paul, l’uomo di Claire, risulta non essere poi tanto male. Non ho visto questa distinzione di sessi. La scrittrice è bravissima a far recitare quattro protagoniste diverse:  probabilmente queste corrispondono a donne da lei realmente conosciute. Inoltre non mi sembrano infelici. La stessa Nora ha una vita adeguata a quel che lei è.
Mi domando se esiste veramente questo tipo di amicizia fra le donne, non riesco a concepire lo stesso tipo di rapporto fra gli uomini.
F. : Non c’era né molta felicità né molta amicizia. Non mi è sembrata vera amicizia quella che le legava poiché avrebbero dovuto confidarsi prima su ciò che le riguardave reciprocamente.
A.: Hanno avuto bisogno di un percorso per arrivare ad aprirsi.
M.: Gli uomini non sono più rigidi delle donne.
G.: Sono d’accordo con A. Gli uomini sono stereotipati, ma non sono bastardi.
Per quanto riguarda l’amicizia spesso si ha bisogno di relazioni simbiotiche e totalizzanti: in realtà non è necessario aprirsi totalmente.
R.: Ho apprezzato anch’io il modo di scrivere e mi ha ricordato la sceneggiatura di certi film contemporanei. Non trovo che gli uomini siano descritti in modo così negativo. Vedo in Georgie un comportamento molto maschile. Mi ha colpita Maggie per il suo atteggiamento positivo, creativo emblematica la sua frase: “la vita è una sfilza di casuali disastri e di occasionali felicità tenuti insieme, quando ti va bene, dal cemento dell’amicizia e dal collante della famiglia”.
Non mi è piaciuto il suo ruolo di gregaria di Georgie. Maggie ha subito le scelte del marito, un essere egoista, infantile, il peggio del peggio.
La voglia di Toscana di Georgie mi è sembrata un luogo comune, banale.
Il marito di Nora è una persona di tutto rispetto.
Confermo che può esistere un rapporto duraturo di amicizia fra donne, queste dinamiche fra donne esistono.
L.: Leggendolo mi sono chiesta a quale di queste donne si identifica la scrittrice?
G.: Dentro di me ritrovo una parte di Nora, in varie fasi della mia vita mi sono sentita un po’ Claire, un po’ Georgie, un po’ Maggie. Georgie è una tipologia di donna molto moderna che può anche spaventare, può essere l’amante ideale.
A.: Claire è poco credibile.
C.: Anche secondo me. Non credo che una donna bella e intelligente non abbia avuto altre occasioni d’amore e sia stata legata ad un solo uomo per tutta la vita.
G.: Claire è segnata dall’abbandono della madre, abbandono che subisce e attiva quando ha una storia, è inserita in questo destino.
M.S.: tutte queste donne che fanno e che vogliono fare sono più infelici rispetto alle altre che scelgono di fare le casalinghe. Nora per esempio è più serena e tranquilla, naturalmente questo dipende molto anche dal carattere.
Inoltre sia Georgie che Maggie ad un certo punto lasciano i figli.
Se ci sono personaggi negativi questi sono i genitori di Nora che tenevano la figlia sotto stretta sorveglianza a causa della sua maternità.
Nella sua tranquillità Nora non vedeva l’ora di far sapere alle sue amiche che anche lei aveva avuto un’esperienza non ordinaria.
E.: La storia di queste quattro amiche è stata intrecciata benissimo. L’ho letto tutto d’un fiato perché mi intrigava,  ma poi l’ho riletto per capire meglio la personalità di ognuna.
Questa amicizia è vera, ammesso che  fra donne possa esistere. Ho provato a ricondurla un po’ nella mia realtà: non sempre sei psicologicamente nel momento giusto di confidarti, ma poi lo fai. In noi c’è un po’ di tutte e quattro. In me ho visto di più Nora e Claire; Georgie mi è molto lontana. L’attaccamento di Maggie a Georgie, al marito, non l’ho trovato così strano e neanche così poco comprensibile: lei ha l’animo della crocerossina è sempre stata protettiva. Mi sono sembrate tutte coerenti con la loro vita.
Nora ha subito la durezza dei genitori ma ha trovato un marito che l’ha aiutata. Altro è stato il conflitto con Georgie che le ha rubato la scena fino all’ultimo e che probabilmente era gelosa del rapporto che aveva con le altre due (Nora non lo sa ancora ma le darà un grosso dispiacere). Georgie ha sempre trovato chi le ha parato il "sedere".
Non ho avvertito un abbandono dei figli ma una coerenza ai canoni anglosassoni secondo cui i figli ad una certa età devono andare per la loro strada.
C.: Mi è piaciuto tantissimo. Soprattutto il punto di vista di ognuna rispetto ai fatti. Non sono d’accordo con M. riguardo alla negatività degli uomini. Ci sono anche comportamenti femminili che sono negativi.
Fra i personaggi meno reali il marito di Nora che accetta in modo buonistico e senza troppo recriminare l’abbandono da parte di Nora della figlia.



mercoledì 12 ottobre 2011

Sharon e mia suocera di Suad Amiry

Martedì 11 ottobre 2011  alle ore 20.30
Sharon e mia suocera
di Suad Amiry
Feltrinelli edizioni

Trama: Una donna palestinese, colta, intelligente e spiritosa, tiene un "diario di guerra". Gli israeliani sparano ma, nella forzata reclusione fra le pareti domestiche, "spara" anche la madre del marito, una suocera proverbiale. In pagine scoppiettanti di humour e di lucidità politica e sentimentale, i colpi bassi di Sharon e del suo governo finiscono per fare tutt'uno con le idiosincrasie della suocera petulante, con la quale l'autrice si trova a trascorrere in un involontario tête à tête il tempo dell'assedio.
Approfontimenti sul sito dell'editore Feltrinelli

Citazione: "Forse un giorno riuscirò a perdonarvi di averci tenuti sotto coprifuoco per trentaquattro giorni consecutivi, ma non riuscirò mai a mandare giù che ci abbiate costretti a vivere con mia suocera per quelli che, allora, ci sono sembrati trentaquattro anni”.

Il confronto:
G: Rispetto alla tragedia in corso la protagonista mi sembra molto staccata. Non mi è piaciuto, non mi ha lasciato molto. Non ho percepito un grande coinvolgimento.
A :  E' un libro leggero. E' la leggerezza che permette alle parole di superare la tragedia. Con l’umorismo descrive  le assurde politiche del popolo israeliano. E' un diario personale, scritto con risvolti ed effetti terapeutici, durante i coprifuoco israeliani, da Suad Amiry, scettica palestinese. E' un libro malinconico, da cui emerge la straordinaria forza d’animo dell’autrice che, attraverso l’ironia, sogna un futuro migliore per il suo popolo. E' un libro triste, perché nelle sue parole si percepisce il senso di soffocamento dato dal vivere come prigionieri nella propria casa. Sharon è il falco, il bulldozer. La suocera è petulante.
E. : Mi è piaciuto molto perché l'autrice è molto ironica. Nella tragedia si percepisce un senso di abitudine alla guerra.
L.: Mi ha fatto ridere la telefonata con Bush. Stiamo parlando di una famiglia benestante, che ha vissuto questa guerra ad un certo livello. Infatti la disturba maggiormente il coprifuoco che la guerra. Non ho colto la sofferenza, ma più che altro una denuncia nei confronti degli israeliani. Non mi è piaciuto molto.
G.: L’aspetto più umano di questa donna emerge quando ricorda la sua infanzia.
M. : Dal punto di vista letterario non mi ha molto colpito e non mi è piaciuto molto. Non sono riuscito a capire se era un racconto o un romanzo. La seconda parte "Se questa è vita" mi è piaciuta maggiormente perché ci sono racconti meditati. Ciò che mi ha colpito di più non è la leggerezza anzi, l’ho trovato angosciante. Per esempio un fatto che la scrittrice descrive sorridendo è che bisogna fare 20 km con 10 posti di blocco…non mi fa sorridere...
La parte considerata leggera è un pretesto che l'autrice ha colto per raccontare. E’ un libro pieno di odio e sembrerebbe dai fatti che con questo sentimento da entrambe le parti non si approderà mai a nulla. E’ un libro pieno di odio che definirei sorridente.
C. : Non credo che ci sia questo odio così radicato. La scrittrice ha molti amici israeliani e fa parte di un tavolo di trattative per la pace. C’è la volontà e l’intenzione di molti, soprattutto gli intellettuali sia israeliani che palestinesi, di trovare dei punri di incontro e di aprie un dialogo. Ma, a livello politico, forse no.
La seconda parte "Se questa è vita" è contenuta solo nell'edizione più recente.
M.R.: Mi è piaciuta Amy Suad, soprattutto perchè ha passato dei brutti momenti ma li ha superati con dignità.
E’ una persona ricca benestante dalla nascita. Comunque una privilegiata.
E. : Sono rimasta perplessa poiché non ho sentito questa rabbia, questo odio nei confronti del popolo israeliano, ma ho visto il dolore.
La suocera, a differenza delle premesse, non era poi così insopportabile.
C. B.: Mi è sembrato strano vedere una donna così intraprendente, che si muoveva con la paura ma aveva comunque determinazione. Era una donna forte, consapevole e sicura, nonostante la paura. Una donna coraggiosa.
C.: Non ho percepito neppure io quest’umorismo di cui tanto si parla nelle critiche. Non mi faceva sorridere, ma come a M. mi ha riempito di angoscia. Semmai ciò che fa onore alla protagonista-autrice è l’assenza totale di vittimismo. La dignità nella tragedia.
Con la scrittrice Manuela Dviri, israeliana, Suad Amiry ha condiviso il Premio Internazionale Viareggio-Versilia, che viene attribuito a personalità che operano in favore della pace tra i popoli .

PAROLE RICORRENTI NELLA SERATA : distacco, umorismo, dignità, assenza di vittimismo, odio sorridente, coraggio nella paura.

mercoledì 14 settembre 2011

Una pace perfetta di Amos Oz


Ci siamo incontrati
Martedì 13 settembre 2011
alle ore 20,30
nella sede della Biblioteca Comunale
 e confrontati sulla lettura del libro
Una pace perfetta
di Amos Oz
Feltrinelli Editore


TRAMA: Kibbutz Granot. È un inverno piovoso, interminabile. Il buio cala presto, fa freddo e solo il calore dentro le case è capace di consolare. Yoni e Rimona sono due giovani sposi malinconici: lei sogna i figli che non ha avuto, lui il deserto, la fuga. Hava e Yolek invece rimuginano su vecchi rancori e nuove delusioni. Bolognesi, un ex detenuto graziato, un tipo strano ma con delle mani d'oro, lavora a maglia e borbotta frasi incomprensibili. Poi, nell'ennesima sera di pioggia, fa la sua comparsa Azariah, un ragazzo tutto ingenuità ed entusiasmo. Da quella sera, le cose a poco a poco cambiano. Ciascuno sembra andare progressivamente verso il proprio destino. E forse smetterà di piovere. Ambientato alla vigilia della Guerra dei Sei Giorni, nel 1967, "Una pace perfetta" incastona la vita di un kibbntz nella storia d'Israele e nel presente.

mercoledì 27 luglio 2011

Revolutionary road di Richard Yates

Ci  siamo incontrati
Martedì 26 luglio 2011
alle ore 20,30
nella sede della
Biblioteca comunale
in via Onzato, 56, Castel Mella
per confrontarci sulla lettura del libro:
Revolutionary Road
di  Richard Yates edizioni Minimum fax


 
Trama : È il 1955; i Wheeler sono una coppia middle class dei sobborghi benestanti di New York, che coltiva il proprio anticonformismo con velleità ingenua, quasi ignara della sua stessa ipocrisia: la loro esistenza scorre fra il treno dei pendolari, le cenette alcoliche con i vicini, le recite della filodrammatica locale, ma Frank e April si sentono destinati a una vita creativa e di successo, possibilmente in Europa. Nella storia della giovane famiglia in apparenza felice la tensione è nascosta ma crescente, il lieto fine impossibile, e l'inevitabile esplosione arriva con una potenza da dramma shakespeariano.

mercoledì 15 giugno 2011

Mio amato Frank di Nancy Horan

Ci siamo  incontrati
Martedì 14 giugno 2011
alle ore 20,30
nella sede della
Biblioteca comunale
 in via Onzato, 54, Castel Mella
per confrontarci sulla lettura del libro:
Mio amato Frank 
di Nancy Horan edizioni Einaudi

Trama : Prima del Guggenheim di New York, prima della Casa sulla cascata, Frank Lloyd Wright nel 1909 era solo un giovane promettente architetto. Così, quando Mamah Cheney e il marito decisero di affidargli il progetto della loro nuova casa, sembrava un incarico come un altro. Nessuno poteva sapere che quella casa sarebbe finita nei manuali di architettura. Né che sarebbe stata la scintilla di un adulterio e di un amore scandaloso. Sette anni di ricerche storiche, diari, lettere e documenti per un romanzo che è al tempo stesso l'avvincente ritratto di un'anima femminile e del suo tormento, e un affresco di un'intera epoca storica.


mercoledì 11 maggio 2011

I fuochi del Basento di Raffaele Nigro

Ci siamo incontrati 
Martedì 10 maggio 2011
alle ore 20,30
nella sede della
Biblioteca comunale
 in via Onzato, 54, Castel Mella
per confrontarci sulla lettura del libro:
I fuochi del Basento
di Raffaele Nigro edizioni Bur 
Trama: Al centro di questo struggente romanzo corale ambientato nel Sud (in Puglia, Basilicata, e Calabria tra il 1784 e il 1861) c'è il sogno di una repubblica contadina. Una saga di sangue e poesia, di eventi surreali e visioni, di dialoghi con i morti e gli animali, di affetti quotidiani e devastanti passioni.

mercoledì 6 aprile 2011

Signora Ava di Francesco Jovine

Ci siamo incontrati
Martedì 5 aprile alle ore 20,30
nella sede della
Biblioteca Comunale
per confrontarci sulla lettura del libro

Signora Ava
 di Francesco Jovine editore Donzelli

Trama: Un mondo intero in un romanzo. É l'impresa che riesce a compiere Francesco Jovine, scrittore tra i più arditi del nostro Novecento, in questo che è stato il suo libro più noto e amato, prima di cadere nel dimenticatoio che negli ultimi vent'anni ha ingoiato tutto ciò che ci ricorda l'Italia che eravamo - a meno di un paio di eccellenti eccezioni come "Il Gattopardo" e "Cristo si è fermato a Eboli". Il mondo che Jovine ritrae, infatti, è lo stesso di quei due capolavori, e di quel mondo il romanzo intreccia storie ed emozioni nuove a vecchie credenze e leggende risalenti ai tempi mitici della "Signora Ava", dure a morire in una comunità contadina quale è il Molise, tra il 1859 e il 1860, alla vigilia dell'Unità d'Italia e della fine del regno borbonico. Fatto sta che in questo mondo sospeso tra un presente immobile e un passato che non passa, tra le beghe di paese, il notabile, il curato, il maestro, il proprietario e il bracciante, ecco che a un tratto fa irruzione la "Storia" con i suoi protagonisti. L'impatto è brusco, il pacato ritmo del paese ne esce sconvolto. Immobilismo e azione, folklore e storia, tradizione e futuro: quanti romanzi riescono a mescolare così tanti registri? Non a caso la critica ha evocato, a proposito di Jovine, il realismo manico di un Garda Màrquez: per questa capacita di trasporre un pezzo vivido di realtà in un tempo sospeso tra il fantastico e il mitico. (Prefazione di Goffredo Fofi, postfazione di Francesco D'Episcopo)