"Ci sono libri che si posseggono da vent'anni senza leggerli, che si tengono sempre vicini, che uno si porta con sè di città in città, di paese in paese, imballati con cura, anche se abbiamo pochissimo posto, e forse li sfogliamo al momento di toglierli dal baule; tuttavia ci guardiamo bene dal leggerne per intero anche una sola frase. Poi, dopo vent'anni, viene il momento in cui d'improvviso, quasi per una fortissima coercizione, non si può fare a meno di leggere uno di questi libri di un fiato, da capo a fondo: è come una rivelazione."

Elias Canetti

«Un classico è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire»

(I. Calvino, Perché leggere i classici, def. 6)

mercoledì 6 aprile 2011

Signora Ava di Francesco Jovine

Ci siamo incontrati
Martedì 5 aprile alle ore 20,30
nella sede della
Biblioteca Comunale
per confrontarci sulla lettura del libro

Signora Ava
 di Francesco Jovine editore Donzelli

Trama: Un mondo intero in un romanzo. É l'impresa che riesce a compiere Francesco Jovine, scrittore tra i più arditi del nostro Novecento, in questo che è stato il suo libro più noto e amato, prima di cadere nel dimenticatoio che negli ultimi vent'anni ha ingoiato tutto ciò che ci ricorda l'Italia che eravamo - a meno di un paio di eccellenti eccezioni come "Il Gattopardo" e "Cristo si è fermato a Eboli". Il mondo che Jovine ritrae, infatti, è lo stesso di quei due capolavori, e di quel mondo il romanzo intreccia storie ed emozioni nuove a vecchie credenze e leggende risalenti ai tempi mitici della "Signora Ava", dure a morire in una comunità contadina quale è il Molise, tra il 1859 e il 1860, alla vigilia dell'Unità d'Italia e della fine del regno borbonico. Fatto sta che in questo mondo sospeso tra un presente immobile e un passato che non passa, tra le beghe di paese, il notabile, il curato, il maestro, il proprietario e il bracciante, ecco che a un tratto fa irruzione la "Storia" con i suoi protagonisti. L'impatto è brusco, il pacato ritmo del paese ne esce sconvolto. Immobilismo e azione, folklore e storia, tradizione e futuro: quanti romanzi riescono a mescolare così tanti registri? Non a caso la critica ha evocato, a proposito di Jovine, il realismo manico di un Garda Màrquez: per questa capacita di trasporre un pezzo vivido di realtà in un tempo sospeso tra il fantastico e il mitico. (Prefazione di Goffredo Fofi, postfazione di Francesco D'Episcopo)

domenica 6 marzo 2011

Incontro con l'autore: Giuseppe Pederiali


Incontro con l'autore GIUSEPPE PEDERIALI
intervistato da Alex Rusconi

SABATO 5 marzo ore 21
CASTEL MELLA
Auditorium "G. Gaber"
Via Onzato, 54

Rassegna "Un libro, per piacere! Storie d'Italia"

A cura di Michele Curatolo, del GDL di Castel Mella


Le vorremmo chiedere, prima di tutto, una definizione del suo modo di essere scrittore.

A me è sempre piaciuto raccontare. Da piccolo, quando ancora frequentavo la scuola elementare, gli unici momenti piacevoli li passavo durante la lezione di italiano, mentre la maestra leggeva alla classe i miei temi, che già da allora erano delle piccole storie. Quando dovevo studiare matematica, invece, ero il più asino di tutti.

Dunque il suo talento di scrittore nasce da una predisposizione naturale.

Direi di sì. Ma vorrei precisare ancora meglio: più che scrittore, io mi considero un cantastorie, uno dei quei personaggi che, un tempo, se ne andava in giro per paesi e città con un po’ di fantasia e una scorta di storie da raccontare alla gente nelle piazze. In realtà non sono un cantastorie, anche se pubblico perlopiù romanzi storici. C’è però una differenza tra il mio modo di scrivere e quello degli storici ufficiali o dei saggisti.

In che senso?

Chi scrive un saggio deve essere scientifico, rigoroso, persino un po’ freddo rispetto ai fatti che tratta. Mestiere nobilissimo quello del saggista, sia chiaro. Ma io scrivo romanzi, non saggi: la mia narrativa ha l’ambizione di dare ai lettori emozioni, e non solo nozioni. Secondo me il compito del romanziere è di arrivare con l’immaginazione là dove lo storico, con i fatti, non può o non riesce a giungere. Il limite dello storico è proprio la tirannia del fatto: senza fatti, senza prove, senza fonti non può scrivere, resta senza voce. Lo scrittore, al contrario, con la fantasia può creare emozioni e personaggi e, in questo modo, aiutare il lettore a meglio interpretare l’epoca che sta descrivendo. Ma attenzione: il romanziere che si occupa di storia non deve mai allontanarsi dalla verità, non deve mai mentire. La sua fantasia deve essere sempre sorvegliatissima.

Cioè?

Chi scrive romanzi storici o, almeno, di argomento storico, deve impegnarsi a mantenere un equilibrio fra realtà e finzione. È un discorso lungo, ma per riassumerlo direi che il romanziere storico, per essere davvero credibile e coerente, può e deve creare, ma non deve mai inventare gratuitamente. Insomma, anche se fa opera di finzione, lo scrittore che tratta di storia deve essere sempre preparato e documentato, in modo che il realismo delle sue opere sia sempre perfetto. Per conseguire ciò, è necessario che vada sempre a fondo, controllando ogni particolare che ha messo sulla pagina, senza dare mai nulla per scontato.

Non le è mai capitato, nonostante la sua attenzione, di commettere qualche errore nei suoi scritti? Di inserire cioè dettagli erronei o palesemente falsi? E di essersene reso conto solo a opera pubblicata?

Certo che mi è successo. Ad esempio, proprio perché non ho operato su un mio romanzo il controllo di cui vi dicevo, ho fatto comparire in una città che credevo mi fosse perfettamente nota - come Modena - una strada che di fatto non esisteva – come via Lenin, che non è a Modena, ma a Carpi. E a volte mi è anche capitato di essere colto in fallo da qualche lettore attento. Anzi, nel caso della fantomatica via Lenin ho fatto una scommessa con un signore modenese, mio affezionato lettore, che mi aveva contestato l’errore.
Naturalmente ha perso la scommessa?

Certo, e ho dovuto pagargli una cena nel migliore ristorante della città. E voi sapete come, e soprattutto quanto si mangia da quelle parti!

Da quale storia (o da quali storie) nasce l’ispirazione dei suoi romanzi?

La storia mi piace moltissimo. Soprattutto la storia contemporanea. Le vicende che amo di più sono legate al periodo della seconda guerra mondiale, con particolare riguardo agli episodi della persecuzione degli ebrei. Quanto alla mia ispirazione… bè, forse “ispirazione” è una parola troppo grossa. Direi piuttosto che le idee per i miei romanzi, oltre che dalla grande storia, nascono da piccoli particolari, da momenti di riflessione, o a volte anche da avvenimenti minori (o minimi) che io stesso vengo a sapere, e poi rielaboro.

Per esempio?

Nel romanzo che ho appena pubblicato, Il ponte delle sirenette, tutto è nato dalla storia minore di un piccolo ponte di Milano, la città dove oggi risiedo. È un ponte in metallo, al parco Sempione, adornato dalle statue di quattro sirene che, come tutte le sirene, non sono mai troppo vestite. I milanesi le chiamano affettuosamente “le sorelle di ghisa” o, più familiarmente, parlano del ponte come “el pont dei ciapp”. È anche diffusa la credenza che porti fortuna accarezzare il didietro di queste statue.

Questa è l’idea iniziale. Ma la storia delle sirenette come prosegue?

Forse vi dovrei invitare a leggere il romanzo, ma per adesso vi basti questo: c’è una leggenda a Milano secondo la quale le sirene, venendo dal mare, entravano nella città risalendo i Navigli, si accoppiavano volentieri con gli uomini, e davano poi alla luce dei figli, anzi, per una particolarità della loro stirpe, unicamente delle figlie, anch’esse sirene. Questo è lo sfondo della vicenda. Le protagoniste della storia sono, ovviamente due sirene milanesi, madre e figlia. Si chiamano Colombo, cognome che in quella città si dà ai trovatelli, ai senza padre, ai figli di N.N., così come a Firenze queste stesse persone vengono chiamate Innocenti e a Napoli Esposito.

Se poi volete una risposta da scrittore vero e proprio, vi potrei dire che la vicenda delle mie sirenette è un pretesto per narrare la storia della Lombardia e, in particolare, della città di Milano.

Che lingua usano i suoi milanesi? Il dialetto?

Vedete, a me non piacciono gli impasti linguistici, in cui italiano e dialetto vengono mescolati nella medesima frase. Preferisco piuttosto riportare per intero qualche espressione dialettale, cercando però di non esagerare mai. D’altra parte neppure amo chi usa una lingua del tutto distaccata dai propri personaggi. Persino in autori sommi come Manzoni capita a volte di assistere a scivolate francamente ridicole, come quando Renzo e Lucia, nei Promessi Sposi, si servono di espressioni toscaneggianti (“passami codesta tazza”) che mai e poi mai i popolani del contado lecchese del Seicento avrebbero potuto usare.

Insomma, quello della lingua è veramente un problema arduo da affrontare in un romanzo di genere locale. Ne Il ponte delle sirenette, più che largheggiare con il dialetto, ho preferito dare all’italiano, che nel testo è prevalente, una lieve coloritura meneghina, di cui mi sono impadronito leggendo e rileggendo le poesie milanesi di Delio Tessa, uno dei più grandi autori dialettali del Novecento. Ma notate bene: non ho voluto usare la poesia del Tessa come repertorio di termini fini a se stessi. Piuttosto mi sono servito di essa per meglio calarmi nello spirito del tempo e nella città che andavo raccontando.

In ogni caso possiamo dire che la sua Milano è un po’ diversa dagli stereotipi correnti.

Diversa non lo so. La mia Milano io l’ho conosciuta nelle notti in cui, giovane giornalista appena arrivato dall’Emilia, un po’ per lavoro e un po’ per divertimento, mi capitava di frequentare i cabaret. Anzi, a quell’epoca, alla fine degli anni Cinquanta, a Milano il cabaret vero e proprio era uno solo, il CUP 64, oggi scomparso. Al CUP ho conosciuto dei giovani che tentavano di farsi strada nel mondo dello spettacolo: fra di loro c’era Giorgio Gaber, un grandissimo artista, cui questo auditorium è intitolato.

Non era però la Milano da bere; era piuttosto la Milano del miracolo economico, piena di idee, di stimoli e di incontri. Anzi, allora tutti incontravano tutti in città. Immaginate che bastava andare in libreria per imbattersi in scrittori del calibro di Dino Buzzati, o anche di Giancarlo Fusco. Oggi, a parte qualche occasione pubblica, è impossibile incontrare gli scrittori, e tanto meno in libreria. Non ci vanno mai. O forse ci vanno quando sono sicuri di non trovare i giornalisti.

Dino Buzzati lo conosciamo tutti, mentre Giancarlo Fusco è uno scrittore oggi quasi del tutto dimenticato. Ci sembra di capire che lei lo apprezzi molto. Ce ne può parlare?

Giancarlo Fusco, eccellente scrittore e giornalista, era un grande bugiardo, ma estremamente piacevole da ascoltare. Le balle, infatti, sapeva raccontarle benissimo. Il meglio di sé, oltre che nelle sue opere, lo dava di notte, al cabaret: era un instancabile conversatore e un grande bevitore. Pensate che alla ditta Nardini, suo fornitore abituale di grappa, per anni furono convinti che all’indirizzo milanese di Fusco, cui periodicamente inviavano un grande numero di bottiglie, non corrispondesse l’abitazione di una sola persona ma, addirittura, la sede di un bar con molti avventori! Solo molto tempo dopo si resero conto che tutti quegli ettolitri di grappa se li scolava solo lui!

Non escludo che, anche grazie a questo suo furioso etilismo, Fusco fosse un ottimo scrittore. Ricordo solo uno dei suoi romanzi, Le rose del ventennio, che ancor oggi mi sentirei di consigliare.

Torniamo allo scrittore Pederiali, e facciamo un gioco. Noi le citeremo alla rinfusa i titoli di alcuni suoi romanzi, e lei, per ognuno di essi, troverà una frase, un ricordo, un pensiero adatto per descriverli o caratterizzarli? Le va?

Proviamo.

“Il tesoro del Bigatto”.

Uno dei miei primi romanzi, pubblicato nel 1980. È ambientato nel Medioevo, al tempo della lotta per le investiture. Un romanzo storico dunque, ma anche una bella storia per ragazzi.

“La vergine Napoletana”.

Questo è un romanzo recente, uscito nel 2009. Anch’esso narra una storia medioevale, che ha come protagonista una donna. Anzi, il romanzo ha proprio l’ambizione di descrivere la condizione femminile in quel periodo.

“I ragazzi di Villa Emma”.

Uscì nel 1989, e narra l’avventura di un gruppo di ragazzi ebrei, perseguitati dai nazisti, che, durante la seconda guerra mondiale, vennero protetti e messi in salvo dagli abitanti di una cittadina italiana, Nonantola, in provincia di Modena. Dal libro è stato anche tratto uno sceneggiato televisivo.

I romanzi di Camilla.

È giusto che diciate “i romanzi”. Di Camilla, che di professione fa l’investigatrice, ho scritto diverse storie a partire dal 2003 (la prima si intitolava Camilla nella nebbia). Camilla è un personaggio fortunato: alcune delle sue storie sono state tradotte e pubblicate in Germania e in Giappone. A questo proposito vorrei farvi notare come per me sia ancor oggi un mistero il modo in cui i traduttori dei miei libri siano riusciti a trovare i toni e le parole adatte per rendere alcune sfumature così italiane, che io credevo impossibili da capire per degli stranieri. Eppure sembra ci siano davvero riusciti: non solo per la loro competenza, ma soprattutto perché, come mi ha spiegato il mio traduttore tedesco, le esperienze e i fatti da me narrati li avevano vissuti nello stesso modo, anche se a migliaia di chilometri di distanza dall’Italia, e dunque sapevano bene di che cosa stessi scrivendo.

Si può dire che Camilla sia il suo personaggio preferito?

Vi dirò di più. Io sono innamorato di Camilla. Se davvero esistesse, mi ci fidanzerei all’istante. In realtà è il personaggio che utilizzo, nella cornice del romanzo giallo, per indagare l’animo femminile nella società moderna: per renderlo più credibile mi sono documentato, incontrando, fra l’altro, alcune donne-poliziotto. Partendo dalle loro testimonianze, ho poi cercato di trasporre nei romanzi di Camilla le modalità con cui una donna affronta le indagini per risolvere un omicidio.

L’ultimo della serie Camilla si intitola “Camilla e il Rubacuori”.

Sì, “Camilla e il Rubacuori” è una storia diversa dalle solite. Più che un giallo classico come i precedenti, alla Agatha Christie per intenderci, dove l’intelligenza e la logica prevalgono sull’azione, qui la mia protagonista è alle prese con una vera e propria vicenda “nera”. O, se volete, nero-camilliana: dà infatti la caccia a un serial killer.

Che cosa può dirci de “Il sogno del maratoneta”, il romanzo che è stato recentemente scelto, letto e commentato dal nostro GDL?

“Il sogno del maratoneta”, uscito nel 2008, è un romanzo dedicato alla figura di Dorando Pietri, il famoso podista italiano. Nativo di Carpi, mio conterraneo, Dorando è passato alla storia non per una vittoria, ma per una sconfitta. Tutti si ricordano infatti di come, alle Olimpiadi di Londra del 1908, dopo aver staccato gli avversari, entrò nello stadio gremito di folla e giunse in solitudine in prossimità del traguardo della maratona. Purtroppo era così prostrato dallo sforzo da non riuscire a superare la fettuccia bianca se non grazie all’aiuto di un giudice compassionevole. Proprio per questo aiuto indebito fu squalificato, e privato del primo posto. Ma Dorando, pur perdendo la medaglia d’oro, suscitò la simpatia e la compassione universale, e divenne immediatamente famoso in tutto il mondo.

Una bellissima storia.

Sì, molto bella. Tuttavia vi confesso che, prima di iniziarla, sono stato a lungo incerto se scrivere su Dorando Pietri un romanzo o una biografia.

È il dilemma fra lo storico di professione e il cantastorie di cui parlava all’inizio.

Proprio così. Sta di fatto che su Pietri mi ero preparato, avevo raccolto molto materiale, e avrei potuto ricavare un saggio biografico, con il quale tentare un’analisi, da una prospettiva un po’ diversa dalle solite, della società italiana della prima metà del secolo scorso, a partire dalla belle époque fino alla seconda guerra mondiale.

Perché ha deciso infine per il romanzo?

Perché in me ha prevalso lo spirito del cantastorie. Perché i miei personaggi, più che lasciarsi imbrigliare nella saggistica, hanno cominciato a parlare, e a reclamare di diventare veri protagonisti, di essere narrati, di essere mostrati in azione più che descritti.

E così?

E così, una volta di più, anche questo romanzo è venuto fuori come una via di mezzo fra realtà e finzione. Lo potrei definire una biografia romanzata: da un lato c’è l’impalcatura storica, con gli avvenimenti memorabili che si succedevano nel corso del tempo; dall’altro c’è l’intreccio che lega Dorando e gli altri personaggi, un intreccio che a volte è di fantasia, e a volte è autentico. Nel libro c’è anche un piccolo scoop, di cui mi vanto di essere lo scopritore. Un fatto vero: è la storia d’amore, nata su una nave durante una traversata atlantica, fra Dorando, diretto in America per una serie di gare, e una bella emigrante italiana, che stava viaggiando con la famiglia verso il Nuovo Mondo in cerca di fortuna. Pochissimi conoscevano questo fatto: anche perché a quell’epoca Dorando Pietri era fidanzato con la donna che sarebbe poi diventata sua moglie; mentre lei lo aspettava in Italia, lui nel corso di un viaggio di qualche settimana ebbe tutto il tempo per organizzarsi un amore clandestino.

Da questo romanzo è stato tratto un altro sceneggiato televisivo, vero?

Sì, è una fiction prodotta da Luca Barbareschi che uscirà sugli schermi televisivi fra poco. Dorando Pietri è interpretato da Luigi Lo Cascio, mentre il ruolo della bella emigrante è stato affidato a Laura Chiatti.

Lei l’ha già visto? Che ne pensa?

È ovvio che assistere a un lavoro tratto da un mio libro non possa che farmi piacere. Tuttavia devo dire che, come talvolta capita, gli sceneggiatori, per amore di spettacolo, hanno trattato un po’ troppo liberamente la mia storia.

In che occasione?

Per esempio nella rappresentazione della storia d’amore fra Dorando e l’emigrante. A un certo punto nella fiction si apprende che lei non solo è l’amante di Dorando, ma che lo è stata anche di un altro atleta. Guarda caso, proprio di quel maratoneta di New York che, a causa della squalifica di Pietri a Londra, gli aveva soffiato la medaglia d’oro olimpica. Questo non solo è falso, ma è del tutto inverosimile. In ogni caso, se vi capiterà di vedere lo sceneggiato, sappiate che questo sviluppo non è farina del mio sacco, e che anzi io me ne dissocio totalmente.

Per finire, qualcosa di meno impegnativo, almeno all’apparenza. Vorremmo chiederle, come si fa con tutti gli scrittori, qualche consiglio di lettura. Se, per non offendere nessuno, non vuole fare nomi di colleghi italiani, o dei loro libri, può sempre ripiegare sugli stranieri.

L’unico straniero che vorrei citare è John Irving, autore del romanzo che, sinceramente, avrei voluto scrivere io: Il mondo secondo Garp. Quanto agli italiani, non ho nessun problema a parlarne. Anzi, confesso che mi fanno ridere coloro che, rispondendo a questa domanda, dicono sempre: “Sto rileggendo Proust”, oppure: “Ho giusto ripreso in mano Dostoevskij”. Ma quale Proust? A un’età come la loro Proust deve essere già stato letto e riletto. Confessino piuttosto che non conoscono le opere dei colleghi, o che le invidiano, o che non le possono sopportare!

Comunque sia, fra gli scrittori italiani che apprezzo cito Giancarlo Fusco, di cui già abbiamo detto, e Luciano Bianciardi. Degni di nota sono anche Bruno Gambarotta e Inisero Cremaschi (un milanese residente a Palazzolo sull’Oglio). Ricordo volentieri infine un amico, Roberto Barbolini, con cui ho collaborato, e che è l’autore di Piccola città bastardo posto, un romanzo biografico dedicato a Antonio Delfino, scrittore, poeta e giornalista di Modena.

Ringraziamo dunque Giuseppe Pederiali e auguriamogli il meglio per Il ponte delle sirenette, il suo ultimo libro.

Vi prego, non parlate mai a uno scrittore del suo “ultimo libro”. Stasera è la seconda volta che usate questa funerea espressione, e per la seconda volta mi vengono i brividi. Non sapete che porta male? Non sapete che chi è arrivato all’“ultimo libro” di solito non potrà più scriverne nessun altro? Ditemi piuttosto: “il suo libro più recente”. Almeno mi rimarrà qualche speranza di vivere ancora per un po’. Non preoccupatevi, però: il mio è solo uno scherzo. Però ricordate che dietro allo scherzo talvolta si cela la verità.

Grazie e arrivederci a tutti.



Per informazioni sulla rassegna di letture e spettacolari e incontri con l'autore "Un libro, per piacere! Storie d'Italia" 
è possibile consultare il sito: 
http://www.sistemasudovestbresciano.it/

mercoledì 23 febbraio 2011

Il sogno del maratoneta di Giuseppe Pederiali


Ci siamo incontrati

Martedì 22 febbraio 2011 
alle ore 20,30

nella sede della biblioteca

per confrontarci sulla lettura del libro

 Il sogno di un maratoneta di Giuseppe Pederiali

giovedì 16 dicembre 2010

Il passato davanti a noi di Bruno Arpaia

Ci incontriamo

MARTEDI' 18 gennaio 2011
 alle ore 20,30

nella sede della biblioteca

per confrontarci sulla lettura del libro 

Il passato davanti a noi di Bruno Arpaia

martedì 30 novembre 2010

La banda di brocchi di Jonathan Coe

Trama: Trotter, Harding, Anderton e Chase: sembra il nome di un prestigioso studio legale; in realtà si tratta di un quartetto di giovani amici, che frequenta un liceo elitario di Birmingham, quel tipo di scuola che preleva giovani intelligenti dal loro background ordinario e li fa atterrare in una classe sociale diversa da quella dei loro genitori. I ragazzi sono destinati a carriere importanti, mentre i genitori rimangono impantanati nel loro mondo di matrimoni sciovinisti, scontri sindacali, guerre di classe e di razza e ignoranza culturale. Siamo negli anni Settanta, anni in cui si susseguono sconvolgimenti sociali, lotte politiche, attentati dell'Ira. Su questo mare in tempesta cercano di destreggiarsi, con alterne fortune, i quattro ragazzi.
  
Recensione di Michele su Anobii:
 http://www.anobii.com/01db33a328ee3bbd85/comments?public=0

Leggetelo e saprete finalmente che cosa sono l’estratto di carne Bovril e il cioccolato Dairy Milk. Leggetelo e misurerete una volta per tutte la distanza fra il rock progressivo degli Yes e il punk dei primi Clash. Leggetelo e vi sarà davvero chiara la differenza che a Birmingham passava fra il King William, la scuola migliore della città, e il quartiere-ghetto di Handsworth, dove vivevano (e forse vivono ancora) gli immigrati giamaicani.
Insomma, se lo leggerete, sulle labbra, nelle orecchie, davanti agli occhi e nella testa in poco tempo vi resteranno i sapori, le musiche, le immagini e le idee di un paese che ormai non esiste più se non nel ricordo, di un paese dove governava con pugno di ferro la signora Thatcher, dove Enoch Powell annunciava l'avvento dei "fiumi di sangue", e dove esplodevano le bombe degli indipendentisti irlandesi: in breve, dell’Inghilterra degli anni Settanta.
Tante volte ci sono passati per le mani i cosiddetti “romanzi di formazione”. Tante volte ci siamo immersi nelle storie di ragazzi e di ragazze colti nel problematico tragitto dalla condizione di bambini a quella di giovani. Anche "La banda dei brocchi" di Jonathan Coe rende omaggio a questo modello, e ci narra la storia della maturazione di quattro adolescenti di Birmingham, il protagonista Benjamin Trotter e i suoi compagni Harding, Anderton e Chase, in una rappresentazione corale ove si dipanano anche le vicende parallele dei loro familiari e dei loro amici, lungo un percorso ininterrotto di felicità e di tragedie, di miserie e di amori.
Eppure c’è qualcosa di diverso in questo libro, qualcosa che lo rende più fresco, più leggero e insieme più pregnante rispetto a tanti altri esempi ultimamente pubblicati. Qualcosa che ce lo fa considerare una inaspettata, preziosa sorpresa, e un po’ ci fa rimpiangere il tempo trascorso, inconsapevolmente persi in altre letture, senza averlo potuto conoscere prima. Se, raffreddando l’entusiasmo, tentiamo poi di dare una forma più razionale a ciò che tanto ci è piaciuto dell’arte di Coe, due sono le qualità che in questo romanzo ci balzano agli occhi, due aspetti che, a ben giudicare, sono uniti saldamente, quasi fossero parti indistinguibili nate dall’esercizio di un medesimo talento.
La prima caratteristica non costituisce, a dire il vero, una novità, dal momento che accade spesso di incontrarla in molti testi moderni, libri o film che siano. Si tratta della tipica struttura a incastri giustapposti, ove la materia appare all’inizio franta e dispersa, e viene declinata in molteplici scansioni di generi e di stili, per poi chiarirsi nel finale della storia. Appare evidente che anche "La banda dei brocchi" non si offre alla lettura come un "unicum", ma anzi risulta composto di parti distinte e giocato su approcci linguistici e tematici differenti. Così, accanto alle classiche descrizioni di ambienti e di personaggi si trovano frammenti di diario e stralci di dattiloscritti; ai dialoghi e alle riflessioni d’autore si alternano testi di canzoni alla moda e articoli di giornale; alla narrazione in terza persona, che è la voce predominante della vicenda, si affiancano qua e là “storie nelle storie” in prima persona singolare, come lo splendido racconto che apre la seconda parte del libro e il sorprendente monologo interiore del capitolo finale. Dobbiamo comunque ammettere, dopo la lettura di questo romanzo, che da tempo non gustavamo un’abilità di costruzione tanto funzionale al racconto, e nel contempo così fluida e apparentemente priva di artificio.
Tutto, a differenza di altri testi, ha un senso ne "La banda dei brocchi". Tutto sembra collocarsi con facilità nel posto giusto al momento giusto. È difficile infatti notare una vera e propria stonatura nel romanzo di Coe: potremmo forse segnalare qualche eccesso nella tragicità di alcuni accadimenti, tanto dolorosi da apparire stereotipati, o qualche sporadica ingenuità nella rappresentazione dei sentimenti di alcuni personaggi. Ma si tratta, a nostro giudizio, di peccati veniali, facilmente perdonabili se paragonati all’impressione di credibilità dell’opera, e alla sua capacità di rendere mimeticamente la complessità del reale. Questa intrinseca naturalezza è da attribuire alla seconda caratteristica vincente dell'autore: alla sua scrittura o, per dir meglio, alla pieghevolezza e alla duttilità del suo stile. Sorreggendosi sulla struttura di cui si è già parlato, la sua prosa - coadiuvata, per quello che possiamo intendere, da un’eccellente traduzione - riesce infatti scintillante e a tratti spassosa senza essere dozzinale, precisa nella rievocazione senza essere calligrafica, nostalgica e a volte struggente senza scadere nella melensaggine, netta nei giudizi senza indulgere al moralismo. Da questa capacità di orchestrare, anche con qualche ricercata dissonanza, le molte voci della vicenda derivano, a nostro giudizio, la leggibilità e il fascino insieme sorridente e pensoso del libro.
Proprio all’inizio de "La banda dei brocchi", uno dei personaggi afferma che la storia che si appresta a raccontare (che è poi la storia narrata nel libro stesso) “non ha una vera fine, [anzi] si interrompe e basta”. Sembra quasi una dichiarazione programmatica, in cui l’autore affermi, per interposta persona, la mancanza di senso di ogni umana vicenda, al di là dello scorrere indifferente e meccanico della vita.
Eppure, se ci si chiedesse, come si faceva un tempo, di ravvisare in questo romanzo la morale suggerita dall'autore, noi la indicheremmo nei valori della tolleranza e, se non proprio del perdono, del bisogno di comprensione fra gli esseri umani. È questa, come spesso accade nella letteratura moderna, un’affermazione tutt’altro che netta, anzi un po’ dubbiosa, quasi che Coe la negasse proprio nel momento in cui la fa intravvedere ai lettori.
Tuttavia se ne scorgono qua e là i segni, disseminati soprattutto nella seconda parte del libro, proprio quando Benjamin inizia a riappacificarsi con se stesso e con il mondo: è questo, secondo noi, il senso della storia del suo incontro-scontro, insieme all’amico tedesco, con i fratelli ebrei conosciuti durante la vacanza in Danimarca; è questo il senso del suo rapporto in chiaroscuro con il patriota gallese, zio di Cicely, che gli consente, forse, di rendersi conto delle durezze della dominazione inglese e, retrospettivamente, di farsi una ragione dell’attentato subito dalla sorella Lois da parte dell’IRA; è questo il senso dell’amore sbocciato fra gli stessi Benjamin e Cicely che, a nostro modo di vedere, non simboleggia solo un’esplosione di sensualità, ma segna anche il sorgere di un nuovo equilibrio dopo una lunga vicenda di incomprensioni e di dubbi che non aveva mai permesso loro di incontrarsi veramente.














































domenica 24 ottobre 2010

E la chiamano estate...2010

Ci siamo incontrati
Martedì 26 ottobre alle ore 20,30
nella sede della biblioteca comunale
con il seguente programma:
1. resoconto giornata di incontro "La nave dei fogli" dei gruppi di lettura bresciani,
2. nostra partecipazione al concorso della Microeditoria di Chiari,
3. le nostre letture dell'estate,
4. programmazione attività per il prossimo anno.
 

giovedì 30 settembre 2010

La nave dei fogli : Lettori In Barca Remano Insieme

Giornata di incontro

dei gruppi di lettura bresciani

Domenica 10 Ottobre 2010
Monastero di San Pietro in Lamosa
Provaglio d'Iseo

martedì 15 giugno 2010

Il giovane Holden di J. D. Salinger

Ci siamo incontrati
Martedi' 6 luglio 2010
alle ore 20,30
nella sede della biblioteca,
in via Onzato, 54
per confrontarci sulla lettura del libro
Il giovane Holden di Salinger
E' stato gradito ospite il gruppo di lettura di Ospitaletto.

mercoledì 9 giugno 2010

Tortuga di Valerio Evangelisti


Ci siamo incontrati
martedì 8 giugno 2010  
alle ore 20, 30

nella sede della biblioteca di Ospitaletto
e abbiamo condiviso con il  
Gruppo della biblioteca ospitante
le impressioni sul libro: Tortuga di Valerio Evangelisti

Trama (Da IBS): Nel 1685, i giorni dei pirati raggruppati nella confraternita detta dei Fratelli della Costa, obbedienti al re di Francia, sono contati. Luigi XIV ha fatto la pace con la Spagna e le scorribande dei filibustieri dei Caraibi, che hanno per base l'isola della Tortuga (La Tortue), sono diventate scomode. Un nuovo governatore ha preso possesso dell'isola e intende normalizzarla. È in questa situazione che un nostromo portoghese, Rogério de Campos, ex gesuita dal passato torbido, è catturato dal comandante pirata Lorencillo e arruolato a forza. Si trova a vivere tra gente sconcertante, dalla vita libera e indisciplinata e dalle imprevedibili esplosioni di crudeltà. Lentamente, Rogério è conquistato dalle regole a volte fraterne, a volte feroci, di quella comunità singolare. La sua è una progressiva discesa all'inferno - un inferno, però, fondato sullo scatenamento degli istinti, e a suo modo "democratico". La stessa Tortuga, covo della Filibusta fedele in teoria alla Francia, ha le apparenze di una repubblica, eppure si fonda sul più rigido schiavismo. Rogério, passato al servizio del tetro cavaliere De Grammont, partecipa all'ultima grande avventura dei pirati della Tortuga: la presa, sanguinosissima, della città di Campeche, sulle coste messicane. Unica luce, in quella conquista infernale, l'amore del portoghese per una schiava africana da cui lo stesso De Grammont è attratto. Sarà l'episodio che volgerà il viaggio di ritorno in tragedia.

Citazioni 
«Crederò all'anima quando l'avrò sulla punta del mio bisturi. Siamo esseri senzienti, sì, ma solo perché fisiologicamente più complessi degli animali. In realtà ci comportiamo come loro, senza riconoscerlo.» (De Lussan a Exquemeling)
«Ritengo giusto che un uomo ne possieda un altro, se è più forte di lui. Che lo torturi e lo squarci come un sacco vuoto, purché ciò rientri nella sua convenienza. Ma, per favore, non si invochi qualche norma morale nel fare ciò. Mi piacciono i Fratelli della Costa proprio perché rubano, uccidono, torturano e violentano senza giustificazioni etiche. Gli spagnoli mi sono odiosi perché fanno lo stesso, però ogni volta dicono che Dio benedice le loro azioni.» (De Lussan a Exquemeling)

Il confronto:
Mi ha colpito il personaggio di Rogeiro: all'inizio sembrava essere una figura positiva poi si è manifestato debole e senza carattere. E' un falso perbenista. La schiava è sicuramente il personaggio più forte e li ha fregati tutti.

Emerge qui la caratteristica di Evangelisti riscontrata anche negli altri suoi romanzi: i personaggi principali sono sempre figure negative, i personaggi minori sono positivi. Non è auspicabile che il lettore si identifichi troppo con il protagonista.

Pur non essendo il mio genere, non l'avrei mai scelto nè letto, se non mi fosse stato proposto dal gruppo di lettura, il libro superato l'impatto con la crudeltà, presente sin dalle prime pagine, mi ha coinvolto molto.

A me le pagine in cui l'autore descrive le crudeltà dei pirati mi hanno carpito e affascinato.

I pirati da un punto di vista etico e morale non erano certo migliori della chiesa, dei francesi e degli spagnoli. I governi si sono serviti della filibusta per raggiungere i propri scopi e, a seconda di questi, hanno lasciato che agisse indisturbata o l' hanno combattuta.

Verso la fine ci si aspettava forse un riscatto o una visione ottimistica ma non è stato così. Anche nel finale permane il tono greve e drammatico che ha accompagnato l'intera narrazione. Due sono le prospettive delineate: "Homo homini lupus" e il mito del buon selvaggio.

Più che nella storia mi sono immedesimata nel gesuita Rogerio, perchè mi sono trovata nella vita in situazioni difficili in cui sono dovuta scendere a compromessi con me stessa, ho fatto cose che non avrei mai pensato di fare. Così anche Rogerio, che non ha avuto scelta, si è ritrovato a fare il pirata ed è diventato la persona che non era.

Questo libro mi ha risvegliato la passione per i pirati. A me piace il genere splatter, ma non mi piacciono gli scrittori italiani, compreso il modo di scrivere di Evangelisti. Mi hanno però molto interessato le tematiche.

Ho trovato la figura della schiava Reina eccessivamente moderna. Mi piace che i personaggi siano coerenti, lei non lo era. Il suo essere così illuminata, così forte, nonostante la mia simpatia per questo tipo di donna, l'ho trovata una forzatura.

Io amo l'avventura e la fantasy. Tortuga non l'ho trovato abbastanza avventuroso.
Ho trovato più filosofico "Le braci" : Marai analizza di più l'animo umano.
Il personaggio che ho preferito è lo schiavo Bamba, perchè è vivo e reale, più vivo di Reina che è collocata, per la sua bellezza, al di sopra di tutti.

Il capitano De Grammont è il più brutale, ma rispetta la dignità umana.

Leggendolo ho avuto l'impressione del già scritto, mi ha richiamato Salgari e Stevenson.
E' più interessante di quello che può essere un libro di avventure ma e' un pò troppo piatto e non mi è piaciuto molto.
Evangelisti è uno storico e tenta di arrivare a tutti.

Concordo con chi ha detto che il finale è inverosimile. La schiava Reina è il simbolo della speranza.

Mi piacciono le letture sui pirati. Mi ha richiamato alcuni romanzi della Isabel Allende, che ho trovato molto avventurosi. Il finale mi ha stupito: mi aspettavo che l'amore vincesse, come sempre, invece ha vinto la giustizia.
Ho provato un pò di compassione per la fine di Rogerio.
Il capitano De Grammont ha rispettato la schiava solo perchè non era in condizioni fisiche per fare diversamente.
Parteggio per i pirati perchè non sono ipocriti.

All'inizio le crudeltà mi hanno disturbato, anche di più di quelle contenute nei libri di Steven King, forse perchè ho pensato che potevano essere accadute per davvero.
Rogerio lo considero comunque una persona mediocre, come è stato definito alla fine da chi gli ha dato la libertà.
I due medici hanno fatto un percorso per lui.
E' un esempio di cololonialismo. La visione storica è precisa: si vede che si l'autore si è documentato.
La schiava non è un personaggio incoerente, è il punto di vista del narratore, che prima ci ha appassionato alla lettura e poi ci ha svelato la trama e il personaggio.
Lo scrittore mi è piaciuto perchè è consapevole di quello che fa.

Mi è piaciuta la descrizione del governatore e del re di Francia, viene considerato e dipinto come un subdolo.

Rogerio è un mediocre, e per questo motivo, molto umano. Non riesco a giudicarlo perchè tutti noi cambiamo e non sappiamo come.

Il capitano De Grammont è il male puro,  ma molto idealista. Sa che Rogerio lo tradirà.

Essere uomini è un'altra cosa dall'essere come Rogerio: il capitano è un uomo. E la schiava lo capisce.

Tutti si innamorano della schiava, assumendo posizioni tra il mercanteggio e l'adorazione.

All'inizio, abituato alle letture di Salgari e dei suoi pirati, l'impatto è stato un pò forte. E' comunque avvincente. Non trovo ci siano dei passaggi bellissimi, in alcuni punti è addirittura ripetitivo. Ho l'impressione che lo scrittore abbia fatto una ricerca storica approfondita ma poi abbia scritto il romanzo di getto.

Non mi ha coinvolta. Sono arrivata alla fine perchè me lo sono imposta. Non ho trovato nessun momento di alta letteratura. Lo scrittore è capace di amalgamare i personaggi, ma ci sono davvero molte ripetizioni. La schiva è ossessionante. La narrazione molto pulp, oltre il mio limite.

A me è piaciuto molto perchè, a parte il fatto che Evangelisti è uno storico e i fatti che narra sono tutti verificabili, mi piace lo stile, che ho torvato appassionante e coinvolgente. I pirati sono stati dei sanguinari: la verità storica è questa. Ci sono dei personaggi, come per esempio i due medici, descritti in punta di fioretto. Stilisicamente è scorrevole. Non ricordo ripetizioni, forse perchè presa dalla lettura.

Inizialmente mi ha ricordato le letture di Salgari, poi invece no. Se lo rapportiamo ai nostri giorni i pirati odierni sono la borsa e la finanza.

Non mi è piaciuto e i pirati mi interessano poco. Ripensandoci forse non ho colto la positività del romanzo, che è scritto abbastanza bene. La storia non mi ha coinvolto. I personaggi non li ho trovati così approfonditi da trarne insegnamenti particolari. Rogerio pur di sopravvivere si vende a tutto e a tutti, di positivo ci rimane ben poco. Il capitano è cattivo ma fascinoso, con un certo rispetto per l'umanità: prende la schiava per proteggerla. La schiava è l'espediente per tenere un pò in suspance il lettore, è anche un simbolo.

I pirati sono più attuali oggi di quanto non lo fossero nel seicento. Facendo dei raffronti potremmo paragonare, De Grammont ad Agnelli, Rogerio a Poggiolini, e i poveri mozzi alle vittime comuni. Il capitano De Grammont può essere definito un uomo cattivo, ma con una forte personalità.

Rogerio è umano, ma nel senso più pietoso e peggiorativo del termine.


sabato 24 aprile 2010

Venere privata di Giorgio Scerbanenco



Ci siamo incontrati
Martedì 11 maggio 2010
alle ore 20,30
nella sede della biblioteca comunale
per confrontarci sulla lettura del libro:
Venere Privata
di Giorgio Scerbanenco