"Ci sono libri che si posseggono da vent'anni senza leggerli, che si tengono sempre vicini, che uno si porta con sè di città in città, di paese in paese, imballati con cura, anche se abbiamo pochissimo posto, e forse li sfogliamo al momento di toglierli dal baule; tuttavia ci guardiamo bene dal leggerne per intero anche una sola frase. Poi, dopo vent'anni, viene il momento in cui d'improvviso, quasi per una fortissima coercizione, non si può fare a meno di leggere uno di questi libri di un fiato, da capo a fondo: è come una rivelazione."

Elias Canetti

«Un classico è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire»

(I. Calvino, Perché leggere i classici, def. 6)

giovedì 26 marzo 2009

"L' amante" e "L'amante della Cina del Nord" di Marguerite Duras

Trama: La piccola quindicenne figlia di coloni sfortunati dell’Indocina francese con la sua relazione inopportuna non fa più vergognare la madre, né la povertà – fatta anche di felici miserie e di dignità nascoste – turba più gli equilibri della comunità “bianca” che sopporta lo scandalo per pietà verso una famiglia ormai rovinata per sempre.Nella prima stesura di questa vicenda personale e ormai lontana nel tempo, l’Autrice, sopraffatta dal cumulo dei ricordi, narra gli eventi incollando istantanee di passato più e meno remoto in un metaforico album: il rapporto con la madre e la sua evoluzione fino alla morte di questa donna “pazza” eppure amatissima; quello complicato con i due fratelli: il maggiore, violento e profittatore per tutta la propria esistenza, odiato con indifferente remissività eppure parte di un sangue impossibile da disconoscere; e il minore, fragile e incompreso, sopraffatto da tutto e da tutti e perciò amato teneramente dalla scrittrice che tuttavia non potrà salvarlo da se stesso e dalla vita.
E poi l’amante, il giovane cinese ricco dal futuro già confezionato su misura secondo tradizioni immutabili. Quella che nel secondo romanzo sarà chiamata “la bambina” con un occhio di indulgente tenerezza, qui è l’io narrante dell’Autrice che spesso in prima persona ripercorre le tappe di un amore impossibile per la differenza di età, di razza, di ceto sociale, di mentalità.
Piccola donna segnata dalle disgrazie di una famiglia dagli equilibri instabili, la protagonista accetta l’iniziazione all’amore per curiosità famelica nei confronti di una vita incomprensibile, scoprendo nel giovane cinese innamorato di lei una dimensione del sentimento assolutamente nuova, difficile da confrontare con gli affetti fino a quel momento vissuti. Nel successivo romanzo questo sentimento sarà ricordato come un amore bruciante, una passione assoluta e travolgente, qui la Duras è forse più sincera anche se meno gentile con se stessa, osa ammettere che probabilmente quello era davvero amore solo quando ricorda con quale lucidità straordinaria la piccola “bianca” povera rinuncia per sempre a un futuro accanto all’uomo amato, inducendolo ad obbedire al padre, apertamente ostile verso i programmi del figlio, e seguendo la propria famiglia nel triste ritorno in Patria.

Citazione: "il difficile non è raggiungere qualcosa, è liberarsi della condizione in cui si è".

Il Confronto:

M.S.: Il Cinese l'ha amata moltissimo, tant'è che va dal padre implorandolo di farla rimanere ancora un anno. A Parigi, molti anni più tardi, quando lui le telefona dice: "io ti ho sempre amata" lei, indecisa, pensa:"forse l'ho amato anch'io". La ragazzina, così viene chiamata in tutto il libro, è sempre molto eccessiva, propensa al piacere della carne. Anche Hèlen Lagonelle, che vive con lei nel pensionato statale a Saigon, nuda le provoca desideri sessuali. Così come con il fratello piccolo l'amore non è puro.
Mi meraviglia molto che la colonia in cui essi vivono, quando sono diventati poveri, li eviti e non offra loro solidarietà.
Mi ha colpita il dolore, il dispiacere che la ragazza ha dato alla madre frequentando il cinese, della quale ella dice che: "è viva ma morta dentro". La madre chiamava "figlio" solo il primogenito, che è stato, pur avendola fatta soffrire, il più amato. Mi ha disturbata il suo mercanteggiare il prezzo della figlia, l'attribuire un valore in denaro ad una  ragazzina.

P.: "La protagonista è una persona che non ha vissuto l'infanzia e quindi vive questa fisicità da grande. L'amante, il Cinese, è decadente, squallido. Ho fatto fatica a leggerlo. La storia non mi ha coinvolto più di tanto, ho avuto la sensazione che la scrittrice provasse gusto ad essere così cruda. I personaggi mi hanno suscitato molta antipatia, soprattutto la madre per la quale non provo indulgenza.  Non credo che tutto si debba giustificare con la povertà. La Duras ha una scrittura molto originale. Il secondo libro è in effetti una sceneggiatura."

R.:Il film omonimo era molto corrispondente al libro, del quale mi è piaciuto lo stile. Le descrizioni sono molto belle. Il filo conduttore è la decadenza sia della famiglia che del periodo. La Bambina  porta con sè una problematicità, anche di ordine morale. Il sentirsi un po' abbandonata la spinge a reagire a questo modo.

M. C.: la lettura di questo libro non mi ha dato niente.  E' una stesura molto moderna: un parlare del problema "intorno al proprio ombelico". Ho odiato il modo in cui i francesi considerano gli indigeni: il cinese, pur essendo molto ricco, lo trattano come un paria. Un libro sterile.

C: Io ritengo il libro il contrario di sterile. La scrittrice ha esternato il suo vissuto, l'ha presentato agli altri sensa nessun pudore e senza nessuna remora. La Bambina non era nelle condizioni di capire se amava o meno il Cinese. Manteneva una linea di difesa nei confronti di tutto e quindi anche dei sentiment che le ha permesso di vivere. La ragazzina ha messo in atto alcuni meccanismi per non essere schiacciata, come invece è successo al fratello piccolo, dalla sua condizione. Si è concessa l'esperienza carnale perchè oggettiva, il corpo è una realtà vissuta come esterna da sè. Invece è fuggita da tutto ciò che poteva coinvolgerla nell'intimo. Non ha il senso del pudore, è anticonformista e non  fa alcuna discriminazione di razza. E' molto umana ma la conseguenza è una sofferenza che viene offerta,  senza autocompassione.



L.F.: Il libro non mi è dispiaciuto. Rappresenta il tentativo di "buttare fuori" tutto il vissuto per trovare un po' di pace,  un po' di serenità. Ho riscontrato la presenza di questo istinto,  a volte animalesco. Lei inizia la sua ribellione quando guarda il cinese perla prima volta: lo fa per rompere con la famiglia: la madre è un po' pazza e con  il fratello ha un rapporto contrastante.  I termini che usa per definirlo sono molto forti, per esmpio"assassino". Incomincia la storia con il cinese per curiosità, però, secondo me, successivamente questo sentimento acquista una dimensione che nemmeno lei si aspettava. Sono due esseri soli che si trovano, due frustrati che quando stanno insieme si capiscono. Il sentimento del cinese è più comprensibile perchè lui l'ama. Nonostante tutto, senza mai dichiararlo,  anche lei lo ha amato, si è sentita compresa, accettata.


A. T. : Ho fatto fatica a leggerlo: per me è una lettura negativa. Mi è sembrato di essere in ascolto di una persona che ti racconta tutti i suoi malanni e tutte le sue disgrazie. Il concetto della morte che è presente mi da fastidio, ti lascia l'amaro. E' un libro squallido.

C.: Non sono d'accordo. E' un libro struggente che talvolta mi ha commossa.

mercoledì 18 febbraio 2009

L' edera di Grazia Deledda



Trama: La vicenda del romanzo si svolge in un paese della Sardegna all’inizio del XX secolo. Lo sfondo della narrazione è il decadimento tanto della nobiltà sarda quanto quello economico del posto. In primo piano viene descritta la drammatica situazione economica di una famiglia aristocratica di campagna, i Decherchi. La famiglia, in origine ricca, possiede ancora alcuni poderi ma ha diversi debiti. Per sbarcare il lunario, i Decherchi sono costretti a tenere in casa ziu Zua, un lontano parente ricco, vecchio e malato. Quest'ultimo paga alla famiglia un contributo in cambio delle cure di cui ha bisogno. Ziu Zua si lamenta in continuazione di tutti membri della famiglia: le sue proteste prendono di mira soprattutto Annesa, la giovane protagonista del romanzo. È principalmente lei a prendersi cura del malato, che poco a poco diventa insopportabile. Ormai, in famiglia tutti sperano nella morte del vecchio. Nel corso del romanzo si delineano anche i contorni dell'amore tra Annesa e Paulu, uno dei componenti della famiglia Decherchi. Le loro vicende si intrecciano sullo sfondo di una situazione familiare assai complessa.

Citazioni:" lascia passare trenta giorni per un mese".

Il Confronto:

"Una bella novella nella quale viene focalizzato uno scorcio di Sardegna. La vicenda si svolge in un luogo isolato dal resto del mondo (non c'è alcun legame storico-sociale). Il romanzo è triste, decadente, molto fatalista. I personaggi sono già segnati dal destino e ognuno percorre inesorabilmente il cammino già tracciato al quale è impossibile sfuggire. Un delitto inutile, il messaggio è: "mai l'iniziativa umana è in grado di contrastare la volontà del destino; nè la ragione può presumere di penetrarne la legge". Anche la natura è triste, severa: lo spettacolo delle albe, dei tramonti, dei boschi, delle vallate non ti infonde gioia ma angoscia e timore. Paulo debole, vigliacco, incapace, rispecchia la decadenza dei ricchi proprietari terrieri che hanno ormai fatto il loro tempo e non sanno rinnovarsi ma si piegano su se stessi e muoiono. Annesa, piena di amore e di riconoscenza, con un gran bisogno di essere amata, si aggrappa come l'edera alla famiglia che la ospita per la quale arriva fino al delitto. Si è autopunita allontanandosi dall'amante e dai suoi benefattori. Per l'espiazione completa accetta di ritornare e sposare Paulo che è nuovamente ridotto ad una larva ed in rovina".


"Un libro a lieto fine ma dal sapore amaro. Annesa è una figura ben riuscita: è orfana, intelligente, fidata e serva devota, amante appassionata, fredda assassina, poi pentita e, infine, anziana rassegnata ad espiare la sua colpa. E' il vero pilastro della famiglia, però il suo vivere in funzione degli altri ha suscitato in me un sentimento quasi di rabbia. E' sottoposta a continui capricci del destino, il quale, per un certo periodo le regala un buon livello di vita per poi farla ricadere nell'abisso e nella miseria. La vita del paese e le regole della società avvicinano il romanzo alla corrente del verismo. Queste passioni contrastanti, il sacrificio di un innocente, l'ossessione della colpa e del rimorso, mi fanno pensare a "Delitto e Castigo" di Dostoevskij".

"E' un romanzo estremamente realista. Il verismo io l'ho colto nella cattiveria della gente, che è così da sempre e nello sfacelo sia da un punto di vista economico che genetico della famiglia".

"Ricorda il romanzo "I vecchi e i giovani" di Pirandello, che è la storia della catastrofe di una famiglia e di una generazione. Mi tocca molto da vicino perchè ho vissuto la stessa esperienza nella mia famiglia: quando i fratelli si sono divisi l'eredità tutto è andato a catafascio".

Fosca di Igino Tarchetti


Trama: è la storia dell'amore morboso di un giovane ufficiale, Giorgio, dal temperamento squilibrato e convulso per Fosca, donna isterica e deforme, e, quasi per difesa o reazione contro la consapevolezza della ripugnanza ch'essa è destinata a suscitare in chi l'avvicina, pronta ad affezionarsi "ma in modo violento, subìto, estremo", a quanto la circonda. Ambedue i protagonisti sono anime malate, ma la parte è invertita: la vittima, l'elemento passivo, è l'uomo, che viene trascinato nel gorgo.
Citazioni: "Il matrimonio è l'unione di due creature che si tollerano, e si amano qualche volta di amicizia, mai l'unione di due anime che si amano perennemente di amore.".
"Da 5000 anni l'umanità piange sulla caducità dell'amore".
"Nessuno può addossarsi la somma dei tuoi dolori, o versarti la dolcezza delle sue gioie, nessuno può togliere o aggiungere un atomo al tuo essere: non riporre le tue cure che in te stesso".
"L'onestà non fu mai né il retaggio né il privilegio della sapienza".
Il Confronto:
"E' un libro interessante, l'ho letto senza lasciarmi coinvolgere per paura di questo amore. La trama è ricca di eventi patologici. Il personaggio più importante è Fosca, una donna malata, un vampiro che succhia la vita di Giorgio e gli trasmette il suo morbo: è l'immagine della morte. L'entrata in scena di Fosca è inquietante: il posto a tavola sempre accanto a quello di Giorgio, ancora prima di vederla si assiste ad una manifestazione della sua malattia.
Il tema dell'amore nel libro è rappresentato secondo modelli contrapposti: l'amore romantico con l'adulterio, che assume valore di conflitto con le regole sociali e l'amore nei suoi risvolti morbosi, patologici, associato alla malattia e alla morte. L'amore con Clara è un amore vissuto, l'amore con Fosca è subito. E' un libro autobiografico, Giorgio è Tarchetti e le stesse nevrosi di Fosca sono la sua stessa malattia".
"Tarchetti fa parte degli "scapigliati", i quali con il culto del vero, con l'attenzione a ciò che è patologico e deforme, con il proposito di analizzarlo come anatomisti, introducono in Italia il gusto del nascente naturalismo".
"Fosca è pazza, è una vittima che aspettava qualcuno da imbrigliare nella sua rete. Con il marito non ce l'ha fatta. Giorgio era instupidito dal suo grande amore per Clara. Fosca comincia a irretirlo a poco a poco: quando lui si ritira lei lo ricatta con le crisi. Giorgio subisce tutto fino alla conseguenza estrema".
"La difficoltà maggiore di questo romanzo è la forma. Gli scapigliati si proponevano di rinnovare la letteratura e si scagliavano contro il Manzoni senza considerare che il Manzoni era un gigante rispetto a loro. Fosca per Tarchetti non è un caso clinico ma una metafora di come lui vede le donne: mostri e vampiri che riducono l'uomo alla loro stregua, prosciugandone le energie. Fosca non è una donna brutta, in realtà è solo magra: viene descritta con bei capelli ed elegante: oggi non sarebbe più considerata così brutta, potrebbe essere una modella. Clara non aveva lo stesso spirito di abnegazione e la stessa intensità nell'amare. In realtà chi amava di più era Fosca: era nata per amare, voleva vivere d'amore ma purtroppo il suo aspetto non l'ha favorita".
"Giorgio non la vede brutta perchè, a differenza degli altri, ravvisa in lei altre qualità. Ha subito l'amore di Fosca per pietà".
"Ho letto questo libro con difficoltà. Fosca come personaggio l'ho odiato, però ho cercato di cogliere qualche aspetto positivo. Mi sono imposta di arrivare alla fine per capire un po' la situazione della donna nella seconda metà dell'ottocento. La mentalità era abbastanza libera:
anche allora si tradiva allegramente. La bellezza per una donna era tutto mentre al giorno d'oggi conta anche l'intelligenza. Non vi è confronto fra l'infelicità che la bruttezza può cagionare ad una donna ricca e quella che può cagionare ad una donna povera: per la prima è di gran lunga maggiore".
"Non mi è piaciuto molto. Fosca ha avuto una vita molto sfortunata. Non ama se stessa e di conseguenza non sa veramente amare, ma tuttavia ha un grande bisogno d'amore. Molta poesia, molto pathos, struggente".

mercoledì 14 gennaio 2009

Le braci di Sandor Marai

Trama: Dopo quarantun anni, due uomini, che da giovani sono stati inseparabili, tornano a incontrarsi in un castello ai piedi dei Carpazi. Uno ha passato quei decenni in Estremo Oriente, l'altro non si è mosso dalla sua proprietà. Ma entrambi hanno vissuto in attesa di quel momento. Null'altro contava per loro. Perché? Perché condividono un segreto che possiede una forza singolare: "una forza che brucia il tessuto della vita come una radiazione maligna, ma al tempo stesso dà calore alla vita e la mantiene in tensione". Tutto converge verso un "duello senza spade" ma ben più crudele. Tra loro, nell'ombra il fantasma di una donna. Mentre racconta la vita di questo aristocratico generale, asserragliato nella tana solitaria di un castello ai piedi dei Carpazi, Sandor Marai, compiendo il solito percorso a ritroso nel tempo a lui molto caro, scava dentro il suo animo con spietata precisione, perlustrando vaste zone d’affetti e d’ombre e consegnandoci il ritratto indelebile di una figura emblematica di un’epoca che volge irreversibilmente al tramonto.
Questi consuma la propria esistenza in un clima pietrificato di dolorosa attesa e di desolato rimpianto nella speranza che Konrad, artista parvenu e simbolo di un’emergente borghesia cinica e rancorosa, gli riveli le ragioni ultime di un comportamento che, aprendo uno squarcio nell’apparente tranquillità della sua vita familiare, ha spento la funzione vitale di Kristina ed ha confinato la sua in un’atmosfera di gravosa sospensione. Con l’attenta scrupolosità di un fuochista egli alimenta ostinatamente la vampa del ricordo rinvigorendola ogni giorno con l’aggiunta di nuovi ceppi, affinché si mantenga accesa fino a quando il tempo scoccherà il vano rintocco della verità. La storia si conchiuderà infine là dove era principiata, nello spazio di un equivoco insanato, di un’amicizia incapace di resistere al richiamo dell’artificio e dell’inganno.

Citazione: "L'uomo comprende il mondo un po' alla volta e poi muore".
"Esiste una cosa peggiore della morte e di qualsiasi sofferenza: la perdita della stima in se stessi"

Il Confronto:

"Il titolo è appropriato, è la storia di una passione che si è spenta trasformandosi in braci. In questo libro c'è tutto: l'amicizia, l'amore, il tradimento, la tentazione dell'omicidio, il sospetto, la fuga e l'attesa. Il lungo monologo è veramente toccante, il Generale vuol conoscere la verità ma allo stesso tempo non vuol sapere, dice: "Per te sarebbe un sollievo se mi raccontassi i fatti concreti, ma io non voglio che tu provi questo sollievo....". "Che importanza hanno alla fine della vita la verità e la menzogna?, che importanza ha che io sappia dove, quando e quante volte Krizstine, l'unico grande amore della mia vita, mi abbia tradito con te, il mio unico amico?"."Che cosa abbiamo guadagnato con il nostro orgoglio e la nostra vanità?". Una esistenza consumata nella speranza dell'attesa di Konrad. La storia si conclude laddove era incominciata, nella ricerca di risposte a domande che forse non era neanche giusto porsi. Il tempo è la risposta a molte domande".

"Mi ha lasciato un po' di amaro in bocca, poichè arrivi alla fine e l'unica risposta che interessava al lettore e al protagonista, l'interlocutore si rifiuta di darla. E' scritto molto bene, con suspence. Non ce la fa a stancare anche se in effetti si tratta di un monologo. Si conosce solo il punto di vista del generale, non c'è contradditorio. Konrad è tornato dopo 41 anni ma non si capisce a fare che, dal momento che ascolta soltanto, senza mai intervenire. Non sai che opinione farti nè di lui, nè di Krizstine, ti vien voglia di pensare che, se fosse stato scritto in terza persona, avrebbe soddisfatto le tue curiosità, fatto scaturire dall'animo degli altri due personaggi le contraddizioni, le emozioni, la passione, i sentimenti d'amore e di odio".

"La figura dell'amico (Konrad) è deludente: non dice niente, si rifiuta di rispondere all'unica domanda che il generale gli pone e che ha ossessionato quest'ultimo per tutta la vita. Mi è piaciuto molto quando, durante la scena della caccia, descrive l'attimo che precede il giorno: nella vita di ciascuno di noi si possono verificare momenti di passaggio fra il buio e la luce in cui si intravede qualcosa ma non è del tutto chiara. Il generale si accorge che l'amore per l'amico non era corrisposto, poichè lo ha odiato al punto da desiderare di ucciderlo".

"Il protagonista quando è in Francia con la mamma, si ammala e guarisce solo con il contatto fisico della balia, ha bisogno d'amore. Egli si attacca a Konrad ma il suo è un amore opportunistico. Secondo il generale la cosa più importante della vita è la passione, ma in fondo se la sono giocata tutti e tre, avevano un'occasione d'amore e tutti l'hanno perduta".

"Ha bruciato il diario della moglie perchè aveva paura di conoscere la verità? Perchè la conosceva già? Perchè si era reso conto che ormai non era più importante conoscerla? ".

"Krizstine ha espiato in vita la sua colpa e quindi ne esce dignitosa".


Libri citati: "Quel che resta del giorno" di Ishiguro Kazuo

Il vecchio che leggeva romanzi d'amore di Luis Sepulveda

La Trama: Il vecchio Antonio José Bolivar vive ai margini della foresta amazzonica equadoriana. Vi è approdato dopo molte disavventure che non gli hanno lasciato molto: i suoi tanti anni, la fotografia sbiadita di una donna che fu sua moglie, i ricordi di un'esperienza, finita male, di colono bianco e alcuni romanzi d'amore che legge e rilegge nella solitudine della sua capanna sulla riva del grande fiume. Ma nella sua mente, nel suo corpo e nel suo cuore è custodito un tesoro inesauribile, che gli viene dall'aver vissuto "dentro" la grande foresta, insieme agli indios shuar: una sapienza particolare, un accordo intimo con i ritmi e i segreti della natura che nessuno dei famelici gringos saprà mai capire.


Le Citazioni:
"I coloni rovinavano la foresta costruendo il capolavoro dell'uomo civilizzato: il deserto. "
"Nessuno riesce a legare un tuono, e nessuno riesce ad appropriarsi dei cieli dell'altro nel momento dell'abbandono".

Il Confronto:

"All'inizio mi sono trovata un po' spiazzata poichè dal titolo non avrei mai immaginato l'ambientazione in Amazzonia. E' scritto in modo semplice e diretto. I personaggi, con pochi tratti, son ben delineati. La seconda parte è più avvincente. E' un romanzo scorrevole con una sua morale:
- non sempre i più istruiti sono anche i più intelligenti;
- la natura ha le sue regole che devono essere rispettate, altrimenti si ribella e ce la fa pagare;
- se non sei nato e vissuto a contatto con la natura, hai perso l'atavica sensibilità a capire e assimilare le sue leggi;
- se non sei riuscito ad integrarti nel modo civile nè nella natura, è inutile prendersela per tutte le cose storte che vedi fare dai tuoi simili, tanto vale rifugiarsi nella lettura di libri che ti diano forti emozioni,  parlandoti di struggenti storie d'amore a lieto fine."

"Molto bello. Provo un pò di invidia per l'autore, perchè ha saputo confezionare un romanzo così avvincente con due semplici trovate. Il  romanzo d'amore vero lo si legge nell'episodio finale, in cui il tigrillo femmina costringe Antonio, il nostro vecchio, a seguirla per portarlo dove si trova il suo compagno, il tigrillo maschio, ferito gravemente dai bianchi, affinchè lo uccida, ponendo fine alle sue sofferenze. La natura viene esaltata nella sua bellezza e potenza, ma bisogna rispettarne le regole. Il vecchio lo sa e maledice il gringo che ha dato inizio a questa tragedia. Le ultime pagine sono le più belle: Antonio e il tigrillo femmina si affrontano: l' odio e l'amore, sono presenti in entrambi, ed entrambi lottano con orgoglio. E' nella parte finale che emerge la grandezza del romanzo".

"Ho trovato molto interessante il rapporto fra il mondo civilizzato e quello degli indigeni, già affrontato da molti scrittori e anche visto in numerosi film, in particolare i western, ma qui è stato reso in maniera più originale. Forse anche perchè viene introdotto il tema della lettura.
E' sorprendente come la scoperta di saper leggere abbia avuto un impatto fortissimo nella vita del vecchio. La lettura diventa per lui un conforto, la desidera ed è l'attività che preferisce e che pregusta per gli anni a venire. La scelta di leggere romanzi d'amore è strana ma anche coraggiosa. E' un libro che ti lascia serenità.
"Il suo gusto per i romanzi d'amore forse è scaturito dal fatto che con la moglie, sposata in gioventù e morta prematuramente, non abbia potuto vivere appieno la passione, che è l'ingrediente che cerca nei libri. La lettura diventa un modo per completare la sua troppo breve esperienza d'amore e di viverla ancora ."

"Mi sono reso conto che, quando si parla d'amore, si pensa al sentimento tra uomo e donna, mentre in questo libro l'autore esplora il concetto d'amore nelle sue varie forme: verso la natura, verso il prossimo, verso gli animali. E' scritto molto bene, immediato e semplice, senza costruzioni mentali."

"Libro interessante. Il protagonista Antonio Bolivar è vecchio e legge romanzi che parlano d'amore, racconta la sua vita e ciò che più gli sta a cuore la grande foresta amazzonica.
Ha vissuto parte della sua vita con gli indios e da loro ha imparato a capire le regole della foresta. Quando uno dei gringo viene trovato dilaniato, il vecchio capisce che è stato ucciso da un tigrillo femmina e che è l'inizio di una tragedia umana alla quale sarà difficile mettere la parola fine. La cattiveria, l'odio, l'incoscienza turbano la nostra serenità e la maggior parte di noi è portato a isolarsi come ha fatto il protagonista, consapevole che non c'è soluzione."
"Vi ho ritrovato alcune delle tematiche che abbiamo analizzato fin'ora. La prima è la diversità: il vecchio è stato un disadattato, come i diversi che abbiamo incontrato nelle precedenti letture, fino a quando, trasferitosi nella foresta a contatto con la natura, trova se stesso e la propria dimensione di vita. Il secondo tema è il tradimento, che è emerso nella disputa tra i due amici su cui si basa il libro "Le braci". Nel libro che stiamo commentando il tradimento non avviene, a differenza de "Le braci", nell'amicizia o nell'amore, ma riguarda la violenza che l'uomo fa alla natura".
"E' il sindaco l'incarnazione di questo tradimento, è lui, che dovrebbe essere uomo di legge e di conoscenza, a rappresentare invece l'ignoranza e l'inciviltà. Il vecchio nel villaggio è il più colto perchè possiede il sapere necessario per vivere in quell'ambiente."
"Il sindaco è caratterizzato dalla stessa stupidità con cui vengono dipinti nella letteratura sudamericana i gerarchi dell'America latina, vedi per esempio in "Cent'anni di solitudine" . Il libro di Gabriel Garcia Marquez è molto più fantasioso e per questa ragione mi è piaciuto meno."
"Senza nulla togliere al libro di Sepulveda, esso non è paragonabile alla ricchezza di pensieri, storie e situazioni di "Cent'anni di solitudine", che è decisamente più bello.
Ci sono "libri delle conferme" la cui lettura è comunque piacevole e vi ritrovi i pensieri che ti sono famigliari e i valori in cui già credi. Ce ne sono altri che vivi intensamente, che sono un viaggio emotivo forte. Questi ultimi costituiscono una sorta di esperienza e ti cambiano dentro: averli letti o meno fa la differenza, perchè affrontarli sognifica fare un percorso di crescita. Penso ad esempio, oltre che a "Cent'anni di solitudine", a "Le braci", "Le voci del mondo", a "Un fardello di grazia" a "Gli uccelli".
"Il vecchio che leggeva..." è il libro delle conferme ed è bello per questa levità".

Libri evocati:
Cent'anni di solitudine di Gabriel Garcia Marquez.
Le Braci di Sandor Marai

giovedì 11 dicembre 2008

Una banda di idioti di John Kennedy Toole

Trama: La "Banda" è ambientato nella città natale di Toole, New Orleans, e racconta la storia di Ignatius O'Reilly, un personaggio definito da Walker Parcy "senza alcun precedente nella storia della letteratura mondiale". Ignatius, grasso e indolente giovane uomo di talento, laureato in filosofia medievale, se la prende con tutto e con tutti. Accusa il mondo intero di buttare nella spazzatura una vita fatta di tv, musica inascoltabile e fesserie varie. Senonché trascorre lui stesso gran parte della giornata in questo modo. Si ritiene un genio, ma non riesce a produrre nulla di convincente, se non pasticci. La madre lo salva in svariate situazioni, finché un giorno viene arrestato in stato di ubriachezza, e lei cerca di ricoverarlo...

Citazione: "Quella che vedi sul pavimento è la mia visione del mondo, la devo ancora sistemare, quindi bada a dove metti i piedi"
"Quando la ruota della fortuna gira verso il basso, vattene al cinema e dimentica tutto il resto"

Il Confronto:
"Libro interessante. Descrive il comportamento di Ignatius, uno stravagante personaggio: intellettuale, ideologo, fannullone, parassita e paranoico che parla un linguaggio tutto suo, eccentrico e pericoloso, con un immenso senso di autostima e quindi incapace a relazionarsi con il resto del mondo. La madre iperprotettiva è stata la causa dei problemi del figlio".

"Passabile, se non altro ci vuole una bella fantasia a mettere insieme tutti questi idioti. Il protagonista però non è un idiota, è un pazzo intelligente che vive la vita con una sua logica, ha una grande considerazione di se stesso. Vi sono situazioni umoristiche che sfiorano l'assurdo, a tratti è divertente e a tratti diventa un po' pesante".

"Tutti i personaggi di questo libro, dal poliziotto alla padrona del locale "Notti di follia", alla ragazza con il pappagallo, alla signorina Trixie, sembrano scarti della società. Dal titolo pensavo ad un libro spiritoso invece è triste, tristissimo. La madre è un personaggio che fa tenerezza. Come in "Un fardello di grazia" la madre ha amato molto il figlio aiutandolo come poteva. Ella diventa però una persona debole, beve e non sa badare più nemmeno a se stessa e il figlio la disprezza."

"Molto cinematografico, come un film demenziale. E' stato scritto negli anni 60, ha una valenza provocatoria oggi come allora. E' il periodo della guerra in Vietnam. Ci sono molti tratti autobiografici: la madre dell'autore è stata severamente punita con la morte del figlio, che si è suicidato. Forse il messaggio che egli vuole dare è che le madri dovrebbero pensare un po' più a se stesse senza intervenire eccessivamente nelle scelte dei figli. E' interamente permeato dalla tristezza e dallo squallore, non è un libro umoristico come sembra."

"Quando ha finito la scuola non ha trovato lo sbocco giusto ai suoi studi. E' un intellettuale, è contro lo sfruttamento. L'unico suo gesto affettuoso è nei riguardi di Mirna quando alla fine del libro le accarezza la treccia"

"Madre e figlio hanno in comune il senso dell'opportunismo:" si salvi chi può".

martedì 18 novembre 2008

Un fardello di grazia di Adalinda Gasparini

Trama: in questo romanzo, di forte ispirazione autobiografica, la protagonista racconta la storia della propria famiglia, divisa a metà tra la follia e la ragione. In particolare si sofferma sul legame che unisce Ida (la zia della protagonista) al figlio Antonio, un legame possessivo e amoroso insieme, che è causa o forse conseguenza del loro squilibrio mentale. Consapevole di quanta irrazionalità ci sia nel mondo ragionevole del babbo, la protagonista - attratta da entrambe queste figure del vivere, che nella propria casa sembrano coesistere pacificamente - si avvia a diventare depositaria delle loro storie, nel tentativo di trovare nel racconto una mediazione: è la genesi di quella psicoanalisi che eserciterà da adulta.

Citazioni: "Una famiglia senza storia è come un popolo senza miti "scompare"."
"La normalità non è che un caso particolare e fortunato della vita psichica, mentre il pensiero comune vuole considerarlo il solo esistente."
"Non so se qualcuno può essere così sfortunato da non specchiarsi nemmeno una volta negli occhi di un altro essere umano come giovinezza e speranza di vita, credo che sarebbe una sfortuna mortale, pietrificante come lo sguardo di Medusa".

Il Confronto:
"E' un libro notevole, più che da un punto di vista letterario, anche se per una saggista l'impresa è più che apprezzabile, per l'aspetto umano. E' un capolavoro di umanità. Tratta il tema della diversità, "il genio e l'antigenio" che abbiamo affrontato con quest'ultime letture, ne completa l'analisi e ne da una definizione splendida: "fardello di grazia". Abbiamo notato nel nostro percorso quanto la mancanza di doti particolari, o addirittura l'idiozia, e il suo opposto, l'eccesso di talento, costiutiscano una difficoltà nella vita, un fardello appunto, ma consentano d'altro canto un'apertura su altri mondi, altre possibilità di vita, altre sensibilità, che sono la grazia concessa a chi è diverso.
Non ho trovato la lettura difficile, come alcuni mi hanno manifestato. Alcuni concetti sembra non si comprendano del tutto, forse per l'uso ricorrente della metafora, che, pur chiedendo uno sforzo in più, aiuta però a capire meglio l'essenza, i molteplici messaggi.
Il ricorso continuo alla geometria ha un significato preciso, che è legato agli studi della scrittrice, che ha azzardato un interessante parallelismo tra questa scienza e la psicoanalisi. La geometria rappresenta le figure, i disegni che tracciamo con il nostro incedere nella vita, ed è un aspetto ricorrente anche nella malattia mentale. In essa i segni sono spesso poco comprensibili all'esterno e a volte ripetitivi, perchè è nella ritualità che si ritrovano le proprie certezze (Tatantonio compie moti circolari verso la madre che è il centro del suo mondo). La distinzione attuata è tra la geometria euclidea, razionale, con postulati condivisi e le geometrie non euclidee, che non si basano su certezze, lasciano più aperture, più possibilità di movimento e per questa ragione sono più vicine al mondo fantastico e misterioso dei folli. Altrettanto vicina è la toponomastica, che è gommosa, plasmabile, non rigida, non statica. Anche Mattis de "Gli uccelli", come Tatantonio, ricorre spesso a rituali, compie le sue geometrie e le ricerca nel mondo, ad esempio nelle traiettorie, tracciate dal volo della beccaccia."

"Il libro non è una una semplice biografia, è nato dalla necessità dell'autrice, di fissare la sua vita. Di comprendere da dove viene per sapere dove sta andando. La narrazione è un elemento molto importante. E' lo strumento per cercare le proprie radici, quelle della propria famiglia, ma costituisce anche una sorta di autonalisi. Il fenomeno si manifesta negli incontri operosi delle donne della famiglia, che nel loro raccontarsi storie "false che sembrano vere", nel loro alludere e nel loro esplicare, nel loro tessere una storia familiare, compiono una sorta di autonalisi collettiva. L'assistervi è per la nostra Adalinda una sorta di iniziazione al racconto, alla storia, al mondo femminile e all'analisi, anche se la sua mente è razionale come quella del padre e non sempre riesce a capire, e a dominare con la logica, il mistero."

"L'autrice traccia la storia della sua famiglia in maniera molto leggera, forse per amore, o forse per rispetto. Non so. Le donne della casa che raccontano (nonna, mamma, zia) sono sempre d'accordo e lei, bambina, ascolta con attenzione. Solo il padre è fuori dal coro. La persona più tenera è zia Ida dalla quale, da una storia con Gavino, nasce Antonio che, pur essendo pazzo, lei amerà molto, lo difenderà per tutta la vita.
Le situazioni difficili nel corso degli anni sono parecchie, ma questa famiglia le affronta con grande naturalezza: non un commento per la zia nubile con un figlio, nessun disagio trapela per i pazzi (anche il nonno lo era), tutto procede in quella casa con grande tranquillità.
L'autrice dice cose che fanno pensare, però non parla mai della malattia, che oltre all'interessato vivono anche le persone della famiglia. Avrà taciuto volutamente e sarà poi vero che seguire i malati di mente, averli in casa o in istituto può essere, come dice la Gasparini un "fardello di grazia"?
Gli episodi che mi hanno maggiormente colpita:
- quando Ida si reca al maniconio di San Salvi per far visita e portare le paste "al su figliolo", quelle di Robiglio, "le più bone di Firenze", che è un momento veramente poetico e toccante;
- la storia delle rane spellate che vogliono raggiungere l'acqua, dove credono di potersi ancora rigenerare e salvarsi dalla morte e che mi ha fatto pensare alla moltitudine di persone che ri reca a Lourdes, tutti per salvare il corpo: anche chi ha fede nell'aldilà prega per rimanere qui, su questa terra.
Ho trovato una stonatura nella narrazione quando la scrittrice parla del figlio: ho avuto l'impressione, io che sono piccola di statura, che considerasse un merito il fatto che il ragazzo avesse raggiunto un'altezza ragguardevole".

"L'ho definita una narrazione autobiografica che non mi ha coinvolto ma, ascoltando le vostre osservazioni, ritengo di averlo letto superficialmente e mi propongo di rileggerlo".

"Mi è piaciuto ma ha un limite, parla della famiglia e non di se stessa. Da una psicanalista mi sarei aspettato un'analisi più approfondita".

"Anche a me sembra sia mancato l'approfondimento, che abbia avuto paura di svelarsi, non entra nel vivo della malattia, ".

"Non ha voluto analizzare la malattia mentale da un punto di vista psichiatrico e clinico. E' un racconto non un saggio, pertanto non era necessario descrivere dettagliatamente la pazzia nelle sue manifestazioni, che peraltro si possono intuire. Ha voluto invece gettare luce sugli aspetti di solito non considerati: la ricchezza, la fantasia, la grazia che si accompagnano alla follia".

"Mi è piaciuto molto per questo aspetto narrativo, che richiama le storie raccontate dalle scrittrici sudamericane. L'autrice ha voluto parlarci di Antonio, della sua diversità, ma in particolare voleva tratteggiare l'immagine della mamma Ida".

"Ida rappresenta la maternità, in tutte le sue manifestazioni materiali e spirituali: incarna "i misteri gaudiosi e dolorosi della madre e del figlio che si amano di amore assoluto, folle divino". E' la vergine, l'immacolata concezione, poiché Ida ha concepito senza essere sverginata e Gavino il padre non ha avuto altro ruolo che questo. E' la "mater dolorosa" alla quale è toccato in sorte un figlio malato e per il quale lei è la "stella mattutina", la "turris eburnea", il "refugium peccatorum". E' l'amore di Ida, l'amore materno per eccellenza, cieco e incondizionato, che rende Tatantonio, non diverso, non uguale ad alcuno, ma bensì speciale e che fa dire all'autrice: "Kafka forse non lo sapeva di come può una mamma trovare bello uno scarafaggio se le si da il modo di considerarlo suo".

Libri citati: La Metamorfosi di Kafka, Gli Uccelli di Tarjes Vesaas

giovedì 6 novembre 2008

Gli uccelli di Tarjei Vesaas

Trama : in un piccolo paesino fra i boschi norvegesi, la giovane Hege vive sola con il fratello Mattis, lavorando duramente per mantenere entrambi. Mattis è l'idiota, così lo chiamano tutti; per la Bibbia, il povero di spirito. Dopo la morte dei genitori, ha sempre tentato di contribuire al bilancio familiare, ma il suo posto non è con le persone normali, con gli intelligenti, così li chiama lui. Non sa lavorare, non sa pensare, se non al ritmo sereno della sua piccola barca a remi. Il mondo rurale, pur con il suo amore concreto e semplice come la terra, prova per lui un affetto sincero, ma egli è pur sempre lo "scemo del villaggio". I normali ridono di loro due, soli e isolati come i due pioppi che si vedono in lontananza dalla loro casa, simbolo naturale dell'immobilità del pensiero e delle persone.

Citazione: "Loro pensano che io non capisca niente"
Il Confronto: Il protagonista, Mattis, è una persona con problemi che non è mai stata seguita in modo adeguato: è senz'altro fragile, carente di affetto. Vive in un mondo rurale, ma non riesce ad essere costante nel lavoro dei campi forse perchè non gli è congeniale. Nel corso del libro più di una volta dice:"loro pensano che io non capisca niente, ma io capisco". Nell'incontro con le "ragazze", al lago mentre si illude di svolgere il lavoro inventato e improvvisato da lui stesso di traghettatore, esse non pensano che sia stupido, altrimenti non salirebbero in barca. Le domande che rivolge loro non sono di una persona idiota e spera di essere visto in loro compagnia in modo che gli altri smettano, per questo, di dire che è uno scemo.
Quando Mattis si accorge che le beccacce hanno cambiato il loro volo per passare sopra la sua casa, egli si sente orgoglioso: parla con loro, ne decifra i messaggi, le aspetta ed è felice. Per me non è nè pazzo nè troppo stupido. E' un individuo che fa fatica a relazionarsi e a farsi comprendere: in un altro contesto, forse avrebbe potuto avere altre possibilità ed essere considerato quasi normale. Mi ha fatto pensare a "Le voci del mondo".

"Condivido: Mattis non da l'impressione di essere un idiota. Egli ispira tenerezza e simpatia. E' gravato dalla sofferenza di essere un diverso e compie sforzi sovrumani per far qualcosa che lo renda simile agli altri (ad esempio nel comportamento tenuto durante l'incontro con le ragazze). I dialoghi con la sorella spesso sono ermetici, non espressi totalmente. Il libro è ricco di pensieri, di monologhi interiori, che stimolano la riflessione. L'ho letto volentieri poichè mi sono sentita trasportare in un mondo poetico e sovranaturale. Bello anche il suo attaccamento alla natura, la descrizione del vento, degli uccelli, del lago. Esiste una contrapposizione tra il mondo dei diversi e il mondo di chi è normale: quello dei diversi è più simpatico".

"Ho impiegato un po' a leggerlo poichè è molto lento. Concordo che il protagonista sia un po' ritardato, uno sprovveduto forse ma non idiota. Mi ricorda certe persone di potere, in particolare un mio compagno di infanzia, che, pur essendo tutt'altro che intelligente, ha fatto carriera in politica ".
"La definizione idiota è legata anche a questa specifica traduzione. In un'altra il termine viene tradotto con perditempo."
"Mattis si sente in colpa nei confronti della sorella, è oppresso da questo senso di impotenza: sa di vivere in un guscio da cui non riesce ad uscire. I paesaggi sono raccontati, resi visibili. C'è tanta umanità, a differenza di tanti libri, anche di quelli letti in precedenza, non c'è violenza. Alla fine non ti rimane la bocca amara e qualcosa insegna".
"La lentezza mi ha aiutata ad entrare nel romanzo".

"L'autore ci fa conoscere il mondo di un diverso, di un idiota, di un povero di spirito, dello scemo del villaggio. Un mondo di cose semplici, di attimi, di segni, di ascolti, di sorrisi, di una parola, dove non c'è posto per i diversi, condannati all'infelicità, un mondo che i normali non riescono a cogliere perchè travolti dalla quotidianità. Mattis, con la sua sensibilità, percepisce da alcuni segni della natura che la realtà intorno a lui sta cambiando (il pioppo abbattuto dal temporale, il passo delle beccacce sulla sua casa ...).
Questo libro è stato scritto in età matura dall'autore, che è sicuramente un osservatore e un conoscitore della natura ("gli occhi di Hege sono strani, sempre sfuggenti come quelli degli uccelli. Hege è intelligente, è lei che mi mantiene, parola amara da masticare come la corteccia di un pioppo"). Se un idiota capisce che in questo mondo non c'è posto per i diversi, non è proprio un idiota."
"Mi è piaciuto molto anche lo stile, si sposa con il mondo che presenta. Lo scrittore ha voluto fornire il punto di vista dell'idiota, però sembra che nel suo farsi un'idea della realtà egli procedesse per tentativi. Infatti in persone con questo tipo di problemi l'estrema consapevolezza della propria diversità forse non c'è. Mi ha fatto comunque riflettere sul mio atteggiamento nei confronti di persone con handicap, che ora chiamiamo "diversamente abili". Una giusta definizione visto che Mattis ha delle abilità diverse da quelle comuni che se potesse esprimere, forse sarebbe felice. Invece nel villaggio è considerato normale chi riesce ad essere autosufficiente e lui non lo è.
Ho molta simpatia per la sorella, magari non aveva per lui l'attenzione che sarebbe stata necessaria, ma gli voleva bene, lo manteneva con il suo lavoro, sacrificando la sua giovinezza.
Quando la sorella si sta innamorando del taglialegna lui lo capisce dal comportamento strano di lei. In alcuni passaggi la scrittura è un pò ambigua, sembra quasi che Mattis sia innamorato della sorella e per questa ragione diventi geloso. Egli però sa cosa vuol dire essere innamorati: l'idea se l'era fatta osservando la coppia che lavorava nel campo, la cui forza, intelligenza e bellezza erano espressioni dell'amore stesso.
Non sono d'accordo invece con il ritenere che le ragazze straniere che Mattis ha trraghettato non abbiano capito la sua diversità: esse hanno avuto la sensibilità, che gli abitanti del villaggio non avevano, e si sono comportate come se fosse uno normale per non offenderlo".

"La sorella per me non ha vuto una grande attenzione educativa. Si preoccupava dei bisogni primari, della loro sussistenza, ma non è stata capace di stimolarlo intellettivamente."
"La vicenda di Mattis è fortemente impregnata di contenuti simbolici: per esempio il più significativo è stato il passaggio delle beccacce, lo ha fatto sentire importante. Forse se fossimo più attenti anche noi vedremmo dei segni nella nostra vita".
" I segni si vedono solo ad una certa età, i giovani non li possono vedere".
"Emerge costantemente il tema della morte, anch'esso legato al simbolismo. I due pioppi davanti a casa venivano chiamati dagli abitanti del villaggio con il suo nome e quello della sorella, Mattis e Hege, ma Mattis non riesce a scoprire chi è l'uno e chi è l'altro. Quando un fulmine ne abbatte uno dei due Mattis è spaventato, perchè per lui è senz'altro un segno premonitore della imminente morte di uno di loro, ma chi? Se si trattasse della sorella la tragedia sarebbe ancora più grave perchè verrebbe meno il suo sostentamento e non potrebbe comunque sopravvivere. Il libro si conclude però con il suicidio, almeno così appare, di Mattis, causato dal senso di abbandono in seguito alla relazione della sorella con il taglialegna. Poichè si sente escluso ed isolato, la sua condizione è il segno del destino, che voleva che fosse lui a morire. In realtà non v'è la certezza che Mattis desideri davvero farla finita perchè comunque, quando la barca affonda perchè lui forza il fondo marcio con il piede, non si abbandona all'acqua, ma si aggrappa ai remi".
"In extremis vede nei remi ancora una possibilità di salvezza, ma lascia che il destino decida della sua fine."
"Ci sono nel libro anche dei momenti di grande umorismo, talvolta inconsapevole e involontario. Ad esempio quando Mattis conta i capelli grigi della sorella, senza capire che sta offendendola."
"Non mi è piaciuto, l'ho trovato noioso per via della scrittura molto lenta. Anche i sudamericani hanno una scrittura molto lenta, ma è ritmica, quasi musicale e ha un senso: questo tipo di lentezza non c'è l' ha".

"Il ritmo per me è invece molto coerente sia con la personalità di Mattis, sia con il fluire dei suoi pensieri, sia con il suo mondo. E' lieve e poetico."

"Anch'io ho fatto fatica per via della lentezza, soprattutto nella prima parte. Mi sono piaciute le descrizioni della natura, degli alberi, del lago. Più che un idiota è un autistico, ha difficoltà di comunicazione e di comprensione, sembra che equivochi sempre quello che dicono gli altri, interpretandone i comportamenti in maniera esagerata. Il finale è improbabile: Mattis non può desiderare di suicidarsi perchè non è consapevole della sua condizione. Il suicidio semmai potrebbe essere visto come un gesto per punire gli altri che lo hanno abbandonato."

martedì 7 ottobre 2008

Le voci del mondo di Robert Schneider

Trama: "Questa è la storia del musicista Johannes Elias Alder, che all'età di 22 anni si tolse la vita, avendo deciso di non più dormire.
Nel villaggio alpino di Eschberg, abitato dalle due stirpi dei Lamparter e degli Alder, ebbe la sfortuna di nascere, nei primi dell'ottocento, Johannes Elias, un bambino dal prodigioso talento musicale, destinato però a non poter essere compreso e coltivato in una piccola comunità contadina, per poi spegnersi nell'indifferenza generale.
"Quanti uomini meravigliosi, filosofi, pensatori, poeti, pittori e musicisti il mondo avrà perduto solo perchè ad essi non fu concesso di imparare la propria arte?"

Citazione: "Chi ama non dorme."

Il confronto: "Emerge la figura del genio e il suo essere diverso rispetto al resto del mondo, anche fisicamente. Non ho ben capito questo libro. Il rapporto degli uomini con Dio è costante, ma è un Dio che non li aiuta. E' un libro che tratta di personaggi infelici, della durezza della vita, un libro molto triste. "

"Pur non appartenendo al genere di libri che mi piace, mi ha molto coinvolta e l'ho letto tutto d'un fiato. Forse perchè è scritto molto bene: in particolare quando narra dell'esibizione di J. E. Adler, nel concerto per il concorso per organista, al quale partecipa. La musica te la senti fremere nelle ossa, trattieni il fiato dall'emozione. Il protagonista sa usare delle note molto forti che raggiungono il cielo e ti riportano all'inferno, e ti fanno pensare a quale sublime sensazione deve provare il genio quando sfiora la perfezione.
La storia ti fa pensare anche a quanto crudele e beffarda sia la natura (o Dio), che distribuisce doni a chi non può farne uso, solo perchè nasce nel posto e nel momento sbagliato."

"L'ho letto velocemente e lo sto elaborando. E' uno stile epico simile a quello delle saghe, dove il protagonista è l'eroe e l'antagonista è Dio.
Il dono della musica è più simile ad un castigo. Non ci sono eventi fortunati, tutto sfocia in tragedia. Un libro piacevole, ma un po' insolito. "

"L'ho trovato divertente, mi è piaciuto molto. Si capisce che è stato scritto da un contemporaneo e che l'epoca in cui è ambientato non appartiene al periodo in cui vive lo scrittore. Si rifà a storie teutoniche dove c'era molta violenza."

"La violenza mi da fastidio. E questo è un libro molto violento su tutti i piani, nei rapporti interpersonali e famigliari, e mi ha angosciato. Neppure i barbari vivevano così. Infatti i longobardi, che erano considerati un popolo barbaro, erano uniti fra loro e avevano in grande considerazione la famiglia e un rispetto reciproco tale da renderli coesi e vincitori.
Questo libro ci porta in una realtà triste, ci mostra la violenza di Dio, la violenza degli uomini , che è il lato peggiore dell'essere umano.
Ascoltare gli interventi degli altri mi ha comunque fatto riflettere e attenuare il giudizio negativo. E' scritto molto bene, l'autore ha la capacità di farti partecipare al racconto.
La religione è vista in un modo violento.
L' umorismo c'è ma è tragico."

"Fa riflettere sulla genialità: da un lato essa apre a possibilità umanamente impensabili ma dall'altro rende difficile il vivere il quotidiano. Il protagonista non riesce ad avere una vita normale proprio a causa delle sue capacità musicali straordinarie e della sua sensibilità. Le persone geniali forse non riescono a fare le cose più semplici: Elias Adler, nonostante le pene e i tormenti, non riesce a dichiarare il suo amore ad Elsbeth."

"Non l'ho finito perchè è pesantuccio. Si legge bene ma sono gli argomenti che non mi entusiasmano: l'eroe romantico, l'onore, la morte. Non avevo voglia di affrontare questi temi.
Mi ha colpito la sua infelicità, più che la religiosità. Il protagonista è un incompreso: la sua vita è difficile poichè nessuno lo capisce."
"E' scritto bene, ma è triste. Evidenzia la crudeltà delle persone, i sentimenti negativi: la grettezza della madre che nasconde il proprio figlio perchè è diverso. L'autore è bravo nel descrivere le sensazioni che prova il protagonista."
"E' un romanzo di formazione al contrario, perchè in realtà il protagonista non fa un percorso di crescita ma invecchia istantaneamente.
Nel protagonista c'è una continua tensione verso la perfezione, e non solo musicale. Infatti egli ritiene che la vera ragione per cui Elsbeth non l'ha corrisposto è che lui non aveva amato abbastanza.
Il suo interlocutore è Dio, il responsabile della tragedia è sempre Dio, c'è la presenza maligna di una natura cattiva.
Gli uomini sono per natura maligni, subiscono la cattiveria e la sperimentano con le loro azioni. La genialità dello scrittore sta nel riuscire a coniugare momenti tragici con l'umorismo (vedi l'incendio della strega che diceva di parlare con i morti).
Tutti sono assolti dalle loro malefatte: li giustifica il vivere in cattività, in continua lotta per la sopravvivenza, nelle difficoltà quotidiane. Anche la religione, così cupa e negativa, non è un sollievo.
La vera condanna è la vita stessa che sono costretti a vivere.
Oltre la trasformazione del protagonista c'è anche quella finale di Peter, un individuo cinico e crudele, che si riscatta con l'amore. Ciò che trasforma Peter e lo muta nell'animo è l'amore per l'amico e la sua perdita lo riconcilia con tutti.
E' un libro che ti trascina, lo percepisci con i sensi e va oltre la semplice lettura, lo senti in pancia. E' scritto in modo musicale ed è stato una forte esperienza."
"E' un libro interessante e all'inizio molto fantasioso: vedi ad esempio la trasformazione di Elias sulla pietra, in mezzo al fiume, che è una vera e propria mutazione. Poi, nel proseguo, la narrazione diventa la storia cupa di un villaggio.
I personaggi sono ben descritti e comprensibili. Elias è un essere fuori da ogni norma, sia per l'aspetto fisico sia per il pensiero. Il personaggio si fa seguire con molta curiosità: l'amore per Elsabeth, l'amicizia con Peter, il suo aspetto fisico, gli occhi gialli e la sua maturità precoce.
Ben descritto il suo rapporto con Dio. Mi è piaciuto quando dice che Dio non da più dolore di quanto non se ne possa sopportare.
L'ho letto con molto piacere."
"Le voci del mondo" e "Profumo", sono due libri abbastanza paralleli. Nel primo però, c'è più misura nella narrazione e nella descrizione delle scene violente.
La religione è quella contadina in cui il sacro e il profano sono mescolati. E' una religione cupa, che non da speranza. E' la religione della paura, durata secoli."
"L'autore mette in evidenza questo aspetto della vita: fatti o parole che sembrano banali a chi li trasmette, possono avere un forte impatto in chi li riceve, al punto di segnarne l'esistenza. Mi riferisco per esempio alla frase pronunciata dal viandante:" Chi ama non dorme", che ha avuto su Elias effetti fatali."
Libri citati: "Il profumo" di Patrick Suskind

mercoledì 4 giugno 2008

Ergo Sum - Basilius, principe di santa croce di Aldo Trapuzzano

L'autore: Aldo Trapuzzano è nato a San Lucido (CS) il 20 luglio del 1955. Ha vissuto dal 1971 al 1981 a Genova dove ha conseguito il diploma di perito chimico. Attualmente vive a Castel Mella (BS) e lavora presso l’Azienda Sanitaria Locale di Brescia.
Trama: Siamo nel dodicesimo secolo, dopo la dissoluzione dell’impero romano, quando l’Europa è divisa fra tre poteri dominanti: la Francia, la Germania e i regni normanni. Il libro racconta le peripezie di Basilius, conte di Perugia e principe di Santa Croce. Fin da piccolo affronta viaggi molto lunghi, faticosi e poco sicuri per l’epoca, ma soprattutto a Niceta, in Calabria, incontra quella che diventerà il suo punto di riferimento per tutta la vita: za Cuncetta. L’anziana donna gli insegna a curare i malati meglio dei medici attraverso particolari metodi ed erbe medicamentose. Basilius è un uomo coraggioso e forte, al servizio del papa e dei bisognosi, che intende combattere per la pace, proprio come aveva fatto prima di lui suo padre, tanto amato dal popolo perugino. Aldo Trapuzzano, con una prosa semplice e diretta, parla del Medioevo, dei suoi lati oscuri, delle crociate e dell’ambiente ecclesiastico, ma getta una luce anche sugli animi più umili – primo fra tutti, san Francesco d’Assisi – che hanno fatto la storia tanto quanto i celebri personaggi, o forse di più.

Il confronto con l'autore:

D.: Il protagonista Basilius è l'incarnazione di alcuni valori quali la famiglia e l'amore.
R.: Nei miei libri ho sempre evitato tutto ciò che ha a che fare con la violenza. Inoltre a me piacciono molto i libri storici, riescono a coinvolgermi e ad indurmi a fare approfondimenti.
Spesso trovo la narrativa contemporanea sterile.


Trama: Depressione e narrativa. La storia di una persona semplice che suo malgrado deve affrontare una malattia subdola, maledettamente presente: la depressione, nella sua veste più cattiva. Una malattia che lo accompagna dall'età di otto anni con l'intenzione di annientarlo, giorno per giorno. Una lotta quotidiana, una lotta per la vita. Le difficoltà di tutti i giorni e poi la partecipazione a tutto ...

Il confronto con l'autore:

D.: Perchè non hai descritto la depressione e i suoi effetti in maniera approfondita ?
R.: Mi sono mostrato come una persona debole, pensavo che andare oltre fosse rischioso, alcune cose ho preferito tacerle.
D.: Secondo me avresti dovuto fare uno sforzo in più perchè questo è il dovere di uno scrittore.
R.: Era il mio primo libro, nel prossimo "Coscienza" lo farò. La malattia non mi ha consentito di andare in profondità, avrei rischiato di perdermi.


D.: Il comportamento del protagonista spesso non da l'impressione che si tratti di una persona malata o debole.
R.: Non so se è stata la malattia a rendermi buono o se lo sono di carattere.
D.: Come è possibile che una persona così problematica, riesca comunque ad aiutare gli altri? Se non fossi stato malato, chissà cosa avresti potuto dare. Sicuramente sei stato seguito molto sin da bambino e non ti è mancato l'appoggio e l'amore della famiglia.
R.: Questo è vero, sia per quanto riguarda la mia infanzia che per il presente. Infatti ho la fortuna di avere una moglie ed un figlio che mi accettano per come sono. In un anno almeno 90 giorni li passo a letto, senza forze, e le medicine non mi sono di grande aiuto. Quando sono a letto faccio fatica a risalire. Nella depressione l'autodistruzione è sempre presente. Il depresso non vede il futuro, non fa sogni, per lui il domani è peggio dell'oggi.
D.: Il libro sembra suddiviso in due parti: nel momento in cui il protagonista rivela la sua nobiltà è come se la narrazione cambiasse registro e approdasse a un tempo attuale il cui fatto saliente potrebbe essere la morte di Giovanni Paolo II. Si nomina invece Celestino VI che sembra essere un papa di altri tempi.
R.: La scelta del papa Celestino VI è di pura invenzione. Non è mai esistito ma aderisce bene alla storia e ha una grande vocazione umanitaria che lo accomuna a papa Giovanni Paolo II.
D.: Mi è piaciuta la prima parte quando parli della tua famiglia, avrei preferito anch'io che approfondissi il tema della depressione.
R.: Visto che hai suscitato in noi interesse sul tema della depressione, attendiamo tutti di poter leggere il tuo prossimo libro "Coscienza".