"Ci sono libri che si posseggono da vent'anni senza leggerli, che si tengono sempre vicini, che uno si porta con sè di città in città, di paese in paese, imballati con cura, anche se abbiamo pochissimo posto, e forse li sfogliamo al momento di toglierli dal baule; tuttavia ci guardiamo bene dal leggerne per intero anche una sola frase. Poi, dopo vent'anni, viene il momento in cui d'improvviso, quasi per una fortissima coercizione, non si può fare a meno di leggere uno di questi libri di un fiato, da capo a fondo: è come una rivelazione."

Elias Canetti

«Un classico è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire»

(I. Calvino, Perché leggere i classici, def. 6)

mercoledì 25 febbraio 2026

Bambino di Marco Balzano



Libro vincitore del Premio Letterario Internazionale Alessandro Manzoni - Città di Lecco al Romanzo Storico 2025

Libro vincitore del Premio Acqui Storia 2025 - categoria Romanzo Storico

Trama: 

Un romanzo palpitante in cui il giudizio – anche di fronte alle azioni più estreme – è sempre fuori scena. Con una scrittura trascinante e tagliente, Marco Balzano torna a indagare il rapporto tra individuo e collettività, tra le scelte personali e i grandi rivolgimenti della Storia. «La vita è aggredire o difendere, distruggere o prendersi cura».

Siamo a Trieste, la guerra è appena finita. Un uomo beve un caffè al bancone del bar. Qualcuno lo chiama, lui si gira ma sente già la canna di una pistola puntata contro la schiena. Tutti lo conoscono come «Bambino»: è stato la camicia nera più spietata della città. «Ho ucciso e fatto uccidere. Ho sempre cercato di stare dalla parte del più forte e mi sono sempre ritrovato dalla parte sbagliata». Una storia veloce quanto un proiettile che attraversa guerre, confini, tradimenti. Come in “Resto qui”, Marco Balzano torna al grande romanzo storico e civile. E lo fa con il suo personaggio più duro, impossibile da dimenticare. Mattia nasce a Trieste nel 1900. La sua infanzia irrequieta, forse, è già un presagio: un fratello che parte per l’America, un amico che presto lo abbandona. Quando scopre che la donna che lo ha cresciuto non è la sua vera madre, dentro di lui qualcosa si spezza e nel petto divampa un fuoco freddo che non saprà mai domare. L’ingresso tra le file degli squadristi è una conseguenza quasi naturale. Nonostante il soprannome che gli hanno affibbiato per il suo viso da fanciullo, «Bambino», Mattia ostenta una ferocia da boia. Ma prima ancora dell’ideologia, prima della violenza e della brutalità antislava, il motivo per cui indossa la camicia nera e batte palmo a palmo le terre contese è la speranza di ritrovare quella madre senza nome né volto. La ricerca di una donna che non ha mai conosciuto diventa il senso di tutto. Suo padre, un vecchio orologiaio sicuro che le persone si possano riparare come gli ingranaggi, è l’unico a conoscere la verità ma la tiene sigillata in un silenzio blindato quanto una cassaforte. Nella frontiera d’Italia più dilaniata, la vita di Bambino scivola su un piano inclinato: ogni giorno una nuova spedizione, un nuovo assalto, una nuova rapina. E poi, tutto d’un fiato, lo scoppio della guerra, i nazisti in città, l’occupazione jugoslava di Trieste, le foibe. Un’esistenza vissuta da cane sciolto, scandita da un implacabile conto alla rovescia.

Il confronto 

L’incontro del Gruppo di Lettura di Castel Mella del 25.02.2026 dedicato al romanzo Bambino ha suscitato una discussione intensa e a tratti difficile, segnata dal forte impatto emotivo della storia e dalla complessità del protagonista. Il libro ha portato i partecipanti a riflettere non solo sul contesto storico del fascismo nelle zone di confine, ma anche sulla natura della violenza e sulle contraddizioni dell’essere umano.

Un primo aspetto molto apprezzato è stato il contesto storico, ritenuto da diversi lettori ben documentato e narrato con attenzione. È stato ricordato come nelle terre di confine tra Italia e Jugoslavia le tensioni fossero già presenti prima ancora che il fascismo si affermasse pienamente in Italia. Trieste, città cosmopolita e culturalmente vivace, diventa nel romanzo uno scenario emblematico di conflitti identitari e nazionali. In particolare è stata richiamata la distruzione della Casa della cultura slovena, evento simbolico che segna l’inizio di un clima di violenza e sopraffazione. Nel confronto è emersa anche la consapevolezza che in quelle terre la violenza non apparteneva a una sola parte: sia italiani sia slavi hanno compiuto brutalità, mostrando come nelle guerre raramente esista una sola verità.

Il protagonista del romanzo ha suscitato reazioni molto forti. Alcuni lo hanno definito il personaggio peggiore incontrato finora nelle letture del gruppo: un individuo violento, sociopatico, incapace di empatia. La sua aggressività sembra nascere da una rabbia interiore profonda, che trova sfogo nel contesto politico e nella possibilità di esercitare potere sugli altri. Più che un’adesione ideologica al fascismo, il suo comportamento appare come un modo per sfogare la propria violenza o per stare dalla parte dei più forti. Il fatto di diventare delatore, sfruttando la conoscenza della lingua slovena per denunciare altre persone, è stato visto da molti come uno degli aspetti più inquietanti del personaggio.

Altri interventi hanno cercato però di cogliere anche la dimensione umana di questa figura. In alcuni momenti emergono infatti brevi tentativi di autoanalisi o piccoli segni di coscienza, come quando entra in chiesa e accende una candela chiedendo di non sapere quale destino toccherà alle persone che ha denunciato. Per alcuni questo episodio suggerisce che, nonostante tutto, alla radice rimanga una traccia di umanità.

Il romanzo è raccontato in prima persona, scelta narrativa che ha creato un effetto ambivalente. Alcuni lettori hanno osservato che, nei momenti in cui il protagonista mostra esitazioni o fragilità, il lettore rischia quasi di essere portato dalla sua parte. Questo rende la lettura ancora più complessa e disturbante, perché si entra nella mente di un personaggio moralmente molto problematico.

Un altro elemento centrale della discussione è stato il tema della violenza, presente in molte forme nel romanzo. Per alcuni lettori la lettura è stata difficile proprio per questo motivo: la violenza descritta è cruda e costante. Allo stesso tempo è emersa una riflessione più ampia: la violenza non appartiene solo a un’ideologia o a una parte politica, ma può essere una componente dell’essere umano che emerge con particolare forza nei contesti di guerra e di conflitto.

Molto apprezzata è stata la figura del padre, vista da molti come uno dei personaggi più profondi del romanzo. Nonostante il comportamento del figlio, il padre continua ad amarlo e a prendersi cura di lui. Alcuni hanno interpretato il suo silenzio sull’identità della vera madre come un gesto di rispetto verso la donna che ha cresciuto il protagonista. In questa scelta si intravede una forma di dignità e di protezione dei legami familiari.

Proprio il mistero della madre è stato uno degli aspetti che ha lasciato più interrogativi. Alcuni lettori avrebbero voluto che l’autore approfondisse maggiormente questa parte della storia, mentre altri hanno apprezzato il fatto che il segreto resti tale fino alla fine.

Il romanzo ha inoltre suscitato collegamenti con memorie familiari e racconti tramandati, che hanno reso la discussione ancora più intensa. Alcuni partecipanti hanno ricordato episodi legati alla guerra e al periodo fascista ascoltati dai propri genitori o nonni, trovando nel libro elementi che rispecchiano la brutalità e la complessità di quegli anni.

Nel complesso, Bambino è stato percepito come un romanzo duro ma significativo. Più che raccontare solo la storia di un individuo, il protagonista sembra rappresentare un fenomeno più ampio: quello di persone che, in un contesto di violenza e ideologia, trovano nel potere e nella sopraffazione un modo per dare sfogo alle proprie frustrazioni.

La discussione del gruppo ha mostrato quanto questo libro riesca a mettere il lettore di fronte a domande scomode: sulla responsabilità individuale, sulla natura della violenza e sul modo in cui la storia può trasformare le fragilità personali in tragedie collettive.

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