"Ci sono libri che si posseggono da vent'anni senza leggerli, che si tengono sempre vicini, che uno si porta con sè di città in città, di paese in paese, imballati con cura, anche se abbiamo pochissimo posto, e forse li sfogliamo al momento di toglierli dal baule; tuttavia ci guardiamo bene dal leggerne per intero anche una sola frase. Poi, dopo vent'anni, viene il momento in cui d'improvviso, quasi per una fortissima coercizione, non si può fare a meno di leggere uno di questi libri di un fiato, da capo a fondo: è come una rivelazione."

Elias Canetti

«Un classico è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire»

(I. Calvino, Perché leggere i classici, def. 6)

mercoledì 14 marzo 2012

Conversazione con Catherine Dunne

Il Gruppo di lettura
Martedì 13 marzo
alle ore 20,30
ha incontrato, in videoconferenza su Skype,
in diretta da Dublino,
 la scrittrice Catherine Dunne 

[Il testo che segue, cui è premessa la presentazione dell’evento, dovuta a Cristina, trascrive e traduce fedelmente, a parte qualche piccolo ritocco, la videoconversazione del gdl di Castel Mella con la scrittrice irlandese Catherine Dunne, tenuta nella biblioteca comunale nella serata di martedì 13 marzo 2012.
Vi sono compresi tutti gli interventi, e anche qualche frase fuori contesto, a volte un po’ sgrammaticata.
Data l’abbondanza del materiale a disposizione, avrei potuto strutturare il testo come una tipica “intervista all’autore”, con una serie di domande impersonali e di risposte rivedute e corrette.
Ho invece preferito mantenerlo, per quanto mi è stato possibile, in una forma colloquiale o, per dir così,“live”, poiché mi è sembrato che soltanto in questo modo esso riuscisse a catturare per intero l’atmosfera della serata.
Oltre a Catherine Dunne per l’incredibile disponibilità, a Cristina per la perfetta organizzazione, e a tutti gli intervenuti, desidererei ringraziare Rosario e Graziano per l’assistenza tecnica e Isabel per l’inappuntabile traduzione in tempo reale dall’inglese all’italiano.
M.C.]

Presentazione dell’evento
(a cura di Cristina)

Il Gruppo di lettura della biblioteca di Castel Mella è costituito da circa una ventina di persone che hanno in comune un interesse: la lettura, e un bisogno: il confronto. Il momento della lettura resta individuale, intimo e personale; collettivo è invece il momento della condivisione con gli altri di quanto è emerso in ciascuno durante la lettura.
Dal 2008, anno di inizio della nostra attività, abbiamo intrapreso un percorso, di letture e di incontri, vissuti con grande intensità e significato, nel quale il gruppo è cresciuto e maturato. Ma ogniqualvolta che ci è stata data la possibilità di incontrare gli autori delle opere lette, allora, qualsiasi sia stato il gradimento delle stesse, abbiamo avvertito davvero un senso immediato di trasformazione, e siamo usciti dall’incontro molto più ricchi e molto più consapevoli.
Voglio ringraziare subito Michele, che ha speso tempo, impegno ed energie, per offrirci questa occasione, che sappiamo già essere una tappa importante per tutti noi, e Catherine Dunne, per la disponibilità che ci sta dimostrando, che la qualifica prima come persona che come scrittrice.
La scrittrice del resto è talmente conosciuta e riconosciuta che non ha bisogno di presentazioni.
Inoltre so che il gruppo è molto preparato, anche più di me.
Non voglio sprecare tempo, che questa sera è più che mai prezioso. Ma una cosa mi sento di dire.
Nelle nostre letture abbiamo incontrato l’amore passionale e impetuoso, che rompe ogni schema e convenzione, che avverti subito nelle viscere, come quello descritto in “Mio amato Frank” di Nancy Horan o ne “Le braci” di Sandor Marai. Abbiamo incontrato l’amore taciuto, reticente di “Rossovermiglio” di Benedetta Cibrario, che si coglie con l’intelletto e che costituisce prima di tutto un’esperienza della mente.

Di Catherine Dunne hanno detto che arriva immediatamente al cuore delle donne. Condivisibile ma un po’ limitante, come lo sarebbe per noi bibliotecari collocare le sue opere nella narrativa femminile. Esse infatti hanno il pregio, a differenza di alcune autentiche scritture indirizzate alle donne, di raggiungere al cuore anche gli uomini, come abbiamo visto dal loro interesse animoso nel nostro gruppo. E non solo. A volte la sua scrittura provoca dei turbamenti tali che sono le viscere ad avvertirli, talvolta ci tocca al cuore, raggiungendoci nei sentimenti più intimi, ed infine con il suo linguaggio nitido, immediato e universale, la sentiamo puntare diritto alla mente, stimolando pensieri e riflessioni, regalandoci così la sensazione di aver vissuto, non solo vite parallele, ma proprio un po’ di vita in più.
Catherine Dunne, non solo nei romanzi ma anche nei saggi, arriva alla persona, che colloca sempre al centro, tocca ogni sua sfera, e le dona un’esperienza umana completa. A questo, a mio parere, deve la sua meritata fama.
[di Catherine Dunne il gdl di Castel Mella ha letto i romanzi “Se stasera siamo qui” e “La metà di niente”, e i racconti “Cape Town, Johannesburg” (dalla raccolta “Dignità!”) e “Eoin”.]

Trascrizione in italiano
Michele. Catherine?
Catherine Dunne. Ciao! Mi vedi bene?
M. Mi senti?
C.D. Perfettamente.
M. Vedi sullo schermo il gruppo dietro di me?
C.D. Sì!
(applauso)
M. Benvenuta! Buona sera e benvenuta al Gruppo di Lettura della Biblioteca comunale di Castel Mella.
C.D. È un vero piacere essere con voi.
M. Prima di tutto vorrei ringraziarti per avere accettato il nostro invito. Sei stata gentilissima. Ho visto che oggi hai messo sulla tua pagina di Facebook il link al nostro gruppo.
C.D. Sì.
M. Grazie anche per questo. Ne siamo felici e non vediamo l’ora di ascoltare quanto vorrai dirci. Solo, prima di iniziare, vorrei presentarti la bibliotecaria.
(a Cristina) Fa’ un saluto a Catherine!
(Cristina saluta)
C.D. Ciao! Come va?
M. Cristina, senza la quale questa conversazione non sarebbe stata possibile. Poiché ci ha messo a disposizione i locali della biblioteca, dove siamo in questo momento. A quest’ora della sera. Per questo dobbiamo essere tutti riconoscenti a Cristina.
C.D. Ottimo lavoro, Cristina!
M. Poi vorrei presentarti Isabel, che è…
I. Ciao, Caterina!
C.D. Ciao!
I. È un piacere incontrarti.
C.D. Anche per me. Come va?
I. Benissimo, grazie. E tu?
C.D. Bene. E tu?
I. Benissimo.
M. Come avrai capito, Isabel è una madrelingua, ed è scozzese, non inglese. Le abbiamo chiesto di aiutarci per la traduzione. Io proverò a porti le domande, e lei poi “impersonerà” la tua voce…
(C.D. sorride divertita)
M. Insomma, Isabel tradurrà in italiano le tue risposte.
C.D. Benissimo.
M. Se mi dài ancora qualche minuto, vorrei introdurre in italiano ai presenti la conversazione. Poi potremo partire. Solo qualche minuto, per favore.
(M. si rivolge ai presenti)
Allora signori, vi presento… Stasera, ragazzi, abbiamo il piacere di avere una scrittrice importante, che è Catherine Dunne, di cui noi abbiamo letto chi due, chi tre, chi quattro testi: Dirò brevissimamente come l’ho conosciuta, a chi non lo sa. L’occasione è stata perché quest’estate io sono stato a Dublino al gruppo degli scrittori irlandesi con un gruppo di amici, quasi tutti scrittori, giornalisti o anche attori. L’ho conosciuta… non vorrei parlare adesso delle sue opere perché tutti le abbiamo conosciute, tutti ce ne siamo fatti un’idea, in realtà. Voglio solo dirvi che (cosa mai vista in altri scrittori) unisce una grande professionalità con una grande simpatia umana. È una persona gentile, gradevole, e anche una brava scrittrice, cosa che non succede normalmente negli scrittori, italiani o stranieri, che io sappia. Italiani non ne ho mai conosciuti così disponibili. Almeno di quelli famosi. Volevo solo finire questa cosa, dicendovi come sarà organizzata la serata. Mi sono messo d’accordo con Catherine per decidere, quindi praticamente è stata lei che ha dettato la scaletta. Una prima cosa sarà l’introduzione, che sto facendo adesso.
Poi io le chiederò di scegliere un argomento a sua scelta nelle domande che le abbiamo mandato, in modo tale che lei possa, con una lunga risposta, prendere insieme quattro o cinque domande. Lei mi ha detto che preferisce far così.
Poi come terzo punto ci sarò io che le farò una domanda a mia scelta.
E poi si spera che le facciate voi. In italiano, in quel caso tradurrò io la domanda, e lei la risposta. Sennò in inglese. Speriamo che abbiate il coraggio, perché sennò facciamo… Quante persone siamo? Diciassette? Diciotto?
Adesso cominciamo. Comincio a chiederle un commento generale…
Cristina. Il ruolo di Isabel sarà quello…
M. Sì, scusa Isabel, sono un po’ nervoso, hai ragione. Il ruolo di Isabel è, come ho detto io, di impersonare Catherine, nel senso di essere la voce di Catherine, di tradurre quello che lei dice. Ok. Quindi possiamo iniziare. Siamo a posto?
(si rivolge a C.D.)
Fra l’altro, Catherine, questa conversazione viene registrata, e useremo la registrazione forse per un articolo o una pubblicazione, ancora non sappiamo bene… se ci darai il permesso…
C.D. Certo. Nessun problema.
M. Bene. Vorrei dunque iniziare non con una domanda ma, come dire, chiedendoti di soffermarti su uno, e o tre… su qualunque degli argomenti contenuti nella lista di domande che ti abbiamo inviato. In modo che tu ci possa parlare liberamente, prendendo spunto da ciò che preferisci. Solo, per favore, di tanto in tanto fa’ una pausa, in modo da dare il tempo a Isabel di tradurre in italiano ciò che dici in inglese. Grazie.
C.D. (sorride) Però, Michele, dovresti avvertirmi quando devo smettere di parlare…
M. Certo, lo farò.
C.D. Ciò che ho fatto è stato scegliere quattro domande fra quelle contenute nella lista che mi avete inviato. questo perché credo che tocchino argomenti che, di solito, i lettori chiedono più spesso a uno scrittore. E anche perché queste quattro domande riguardano tutte il tema generale del processo creativo della scrittura, inteso come creazione dei personaggi e costruzione dell’intera struttura narrativa dei testi.
La prima domanda è stata posta da Marco, Maddalena e Gabriella, che mi hanno chiesto quali sono le fonti di ispirazione di cui mi servo quando scrivo un romanzo. E, in particolare, se utilizzo esperienze reali, cioè autobiografiche, o se uso solamente l’immaginazione. È in effetti una domanda complicata, le risposte possono essere tante. Noto prima di tutto che, in genere, i lettori sono sempre interessanti all’autobiografia dello scrittore. Credo comunque di poter rispondere in due modi, dicendo che per me, e credo per la maggioranza degli scrittori, ogni scrittura è autobiografica e nessuna scrittura lo è. Perché se da un lato è vero che ogni scrittore ha dovuto scrivere sulla base delle proprie esperienze autobiografiche, ciò non implica necessariamente che uno scrittore abbia bisogno di aver vissuto gli eventi descritti in un romanzo. Ciò che è necessario è che lo scrittore abbia empatia con i propri personaggi.
Questa risposta mi porta senza sforzo a rispondere a un’altra domanda, quella posta da Michele, Chiara e Gabriella. È la domanda sui personaggi maschili di “Se stasera siamo qui”. Perché, mi è stato chiesto, gli uomini in questo romanzo sono così orribili, e anche così noiosi? La risposta ha ancora a che fare con l’empatia. Questo libro è stato scritto secondo il punto di vista di alcune ragazze di 18 o 19 anni di età. Per le ragazze di quella generazione, a quell’età, l’intero universo ruotava attorno all’idea dell’amore romantico, e per questo motivo gli uomini che rappresentano questo concetto non possono che essere, a seconda dei casi, o meravigliosi o tragici. O bianco o nero. Da giovani, quando il nostro lato emozionale prevale su tutto il resto, vediamo il mondo in modo estremizzato. È solo quando cresciamo che possiamo vedere le sfumature grigie della vita. Mi viene anche in mente che una delle cose che mi dà maggiore soddisfazione come scrittrice avviene quando un lettore prova antipatia per uno dei miei personaggi, perché a me non importa tanto che ai miei lettori piacciano i miei personaggi quanto che li trovino veri, reali.
Ora vorrei rispondere a un paio di domande di argomento extra-letterario, anche perché, se vorrete, nel corso della conversazione avrete il tempo di farne altre dedicate nello specifico ai romanzi.
La prima domanda, posta da Marco a proposito di “Capetown, Johannesburg” (da “Dignità!”), chiede la ragione per cui io e altri scrittori abbiamo deciso di dare il nostro supporto ai progetti dell’organizzazione internazionale Médecins Sans Frontières (MSF). Vedete, ogni scrittore considera il proprio lavoro in parte distinto dagli altri, cioè individuale e unico. Tuttavia, se io, come scrittrice, ho l’opportunità di usare la mia voce e il mio ruolo per qualcosa che ritengo giusto, sono fiera di poterlo fare. Per questo ho accettato l’invito di andare in Sudafrica e di scrivere di ciò che avrei visto in quel paese. Penso anche che il nostro lavoro di scrittori possa essere utile per l’intero progetto se riesce ad attirare l’attenzione dell’opinione pubblica sui seri problemi causati al Sudafrica dalla diffusione dell’AIDS e della tubercolosi. Ritengo importantissimo comunicare questo messaggio, anche perché MSF non ha assolutamente censurato ciò che noi scrittori abbiamo detto, siamo stati sempre liberi di osservare, liberi di descrivere.
Infine vorrei rispondere alla domanda di Cristina, la bibliotecaria, che vedo in prima fila. È una domanda interessantissima circa l’aiuto che la scrittura può dare per superare i momenti tragici della vita.
A ciò darei due risposte: per coloro che non sono scrittori professionisti, scrivere privatamente di un trauma subito può servire come una forma di catarsi, per aiutarli a liberarsi e a purificarsi del male subito; ma, per uno scrittore che tratta di questi argomenti, è ancora più importante creare un testo di letteratura, cioè qualcosa che possa essere compreso e che sia tale da toccare le emozioni dei lettori, e tutto ciò con la speranza di aiutarli.
M. Grazie, Catherine, per queste risposte. Anch’io vorrei farti una domanda. Qual è la tua opinione su quelle due strane specie di esseri umani che oggi s’incontrano spesso nella nostra società, i cosiddetti uomini-donna e donne-uomo, cioè gli uomini con atteggiamenti femminili e le donne con atteggiamenti maschili. Ci sono anche in Irlanda?
C.D. Queste due specie sono ovunque. Anch’io le definirei come hai fatto tu. La mia opinione è che siamo tuttora in un momento di transizione. Per secoli i ruoli dei maschi e delle femmine sono stati chiaramente definiti e, normalmente, ciò significava che gli uomini conducevano una vita pubblica e le donne una domestica, con scarsa comunicazione fra le due. Da circa cinquanta-sessanta anni i nostri ruoli non sono più così nettamente separati: le donne, per esempio, sono emerse dalla loro dimensione unicamente domestica per entrare nella vita pubblica ma, sfortunatamente, quando sono entrate nella vita pubblica hanno scoperto che quell’eguaglianza che si sarebbero aspettate di trovare non era lì. Allo stesso modo quegli uomini che desideravano un ruolo diverso da quello tradizionale, che desideravano non essere necessariamente aggressivi, o gli unici che guadagnano, si sono per questo visti considerare e trattare con minore uguaglianza. Anzi, uno delle maggiori questioni che riguarda oggi la gioventù in Irlanda, e che in questi anni è stata oggetto di attenzione e di studio, è proprio la difficoltà che i giovani maschi provano nel definire il loro ruolo. In particolare non riescono più a capire se, all’interno della famiglia, debbano ricoprire il ruolo della figura dominante, del capo, di quello che porta a casa i soldi, particolarmente in questo periodo di disoccupazione galoppante. In definitiva io penso che oggi sia difficilissimo capire quale sia il proprio posto nel mondo, e non ritengo che sia più facile per gli uomini o per le donne; è difficile per tutti.
Penso che questi aspetti vengano fuori dal personaggio di Georgie, una donna che personalmente non amerei troppo, se la incontrassi. Ma il mio lavoro di scrittrice mi porta a comprendere i sentimenti di una donna come lei, e a renderla credibile ai lettori.

Vi faccio un altro esempio: se un giorno decidessi di scrivere un romanzo su un serial killer, cercherei di comprendere ciò che questa persona pensa e ciò che sente, cercherei di capire le sue motivazioni, cercherei di vedere il mondo attraverso i suoi occhi. Ma il fatto che potrei capire i sentimenti e le motivazioni di una persona così non significa certamente che li approverei, o che mi piacerebbe comportarmi come lei.
Ciò ancora una volta mi ricollega alla domanda iniziale sul rapporto in letteratura fra empatia e autobiografia. In effetti, quando si scrive è molto facile provare empatia per i propri personaggi, e talvolta è bello ricevere da un lettore un complimento come: “Oh! Questo deve proprio essere accaduto a te, perché è così vero!”. Ma effettivamente non mi è mai accaduto; è l’atto di empatia dello scrittore che fa credere al lettore che quel fatto è accaduto veramente. Ciò spiega anche la risposta che posso dare a un’altra delle domande che mi avete inviato, di quale sia, fra le quattro protagoniste di “Se stasera siamo qui”, quella in cui mi identifico. La risposta è: non mi identifico in nessuna, ma faccio parte di ciascuna di esse.
M. Grazie, Catherine. Personalmente avrei ancora migliaia di domande da porti, ma vorrei che anche le persone che sono qui… Ah, vorrei solo aggiungere che, mentre tu parlavi, sono arrivate altre persone. Ora siamo in venti, forse venticinque. Ora vorrei chiedere alla gente che è qui di farti qualche domanda, se lo desiderano…
Marco. Io non so l’inglese, però volevo ringraziarla per avere accettato l’impegno con MSF. Leggere il libro “Dignità!”, che ha scritto insieme agli altri autori, fa sentire i problemi del Sudafrica infinitamente più vivi e reali, e assai più sentiti rispetto al modo in cui sono mostrati dai telegiornali. La vita in quel paese sembra davvero una battaglia. Vorrei soltanto ringraziarla per questo.

C.D. Penso che una delle opportunità più importanti per chi visita un paese sia – rispetto a quello che possiamo capire dalle statistiche e dai numeri – l’impatto che si riceve ascoltando direttamente le storie dalla voce delle singole persone. Penso anzi che uno dei più forti istinti dell’uomo sia la sua tendenza ad ascoltare le storie, poiché ascoltare le storie ci aiuta a dare un senso al caos.

Patrizia. Vorrei fare una domanda sul romanzo “Se stasera siamo qui”. Ho trovato divertente e ironico che, nel finale del libro, nasca una storia d’amore fra Georgie e il figlio di Nora. Ho visto in questo una specie di vendetta sulla povera Nora che, quando lo verrà a sapere, non potrà davvero essere molto felice. Ti chiedo se davvero la tua intenzione sia stata quella di prenderti un po’ gioco di Nora in quel finale. Cioè, magari Nora si sentiva un po’ troppo perfetta in quel momento, e allora…

C.D. Ancora una volta devo rispondere che non c’è mai un’unica ragione per le nostre azioni, anzi ce ne sono molte, alcune delle quali assai complesse. Per esempio Georgie è una donna molto egoista, vuole sempre fare a modo suo. Credo però che si sia innamorata davvero del ragazzo, ma penso anche che, almeno all’inizio, la loro relazione fosse per lei ancora più piccante proprio perché il ragazzo era il figlio di Nora. E poi, effettivamente, negli ultimi anni i casi di donne mature che si mettono insieme a uomini molto più giovani stanno diventando un fenomeno sociale…

P. Bene!
C.D. Sapete tutti della storia di Demi Moore, l’attrice americana…
P. Però è stata abbandonata adesso…
C.D. Sì, per lei la cosa non ha funzionato, e magari anche per Georgie non funzionerà, ma, fino a quando durerà, si divertirà un sacco.
(risate)
P. Un’altra domanda: hai detto che ti piace descrivere personaggi veri, reali, anche malvagi come, per esempio, un serial killer. Ma, se è così, posso immaginare che ci sia anche della sofferenza quando ti metti nei panni di persone malvagie. Ti rimane davvero addosso qualcosa di loro? Cioè, ti è difficile separare la tua vita di tutti i giorni da quella che vivi mentre stai scrivendo?
C.D. Questa è una domanda molto interessante, davvero acuta. Il mio secondo romanzo, “La moglie che dorme” è stato un libro difficilissimo da scrivere. Ho passato mesi e mesi nella testa di un uomo ammalato, probabilmente vittima di un disturbo mentale. Durante la stesura del romanzo ho dormito malissimo, e ho fatto incubi orrendi. Quando ho terminato, ho capito di aver passato troppo tempo in uno stato emotivo in cui non volevo più stare. Ecco perché, quando ho deciso di scrivere il mio terzo romanzo, “Il viaggio verso casa”, che parla del rapporto fra una madre e una figlia, ho avuto bisogno di dedicare il mio tempo a un tema che fosse salutare, sano e gentile.
Armando. Ciao, Catherine. Parla Armando.
C.D. Ciao, Armando.
A. Avrei un paio di domande, tre se è possibile
C.D. Certo.
A. La prima. In “Se stasera siamo qui” parli dell’Italia, in particolare della Toscana, in un modo molto romantico. Vorremmo sapere la tua vera opinione sull’Italia e gli italiani.
C.D. Prima di tutto devo confessare che non sono mai stata in Toscana, ma nella stesura di quel romanzo è stato molto importante per me scegliere un luogo che, nell’immaginario degli abitanti del nord Europa, fosse considerato romantico e pieno di bellezza. Posto questo, dovevo anche scegliere un luogo che non avessi mai visitato, per non essere influenzata dal mio personale giudizio. Quanto all’Italia, so che è un paese complesso, come del resto lo è l’Irlanda, ma, al di là di questo, so anche che l’unico modo per capire veramente il prossimo è andare oltre agli stereotipi. D’altronde, dovendo parlare in quel libro della Toscana come sfondo per una storia d’amore, ho dovuto rimanere un po’ nello stereotipo. Ho risposto alla tua domanda?
A. Sì, grazie. Ecco la seconda. C’è uno fra i tuoi libri che preferisci rispetto agli altri? E perché?
C.D. Ah, è come chiedere a una madre quale preferisce fra i suoi figli…
A. Ero sicuro della tua risposta…
C.D. Ciò che veramente penso, e che è importante da dire, è che ogni volta che finisco un libro sento che quello è il mio libro migliore, quello cui mi sento più vicina.
A. Così per te il libro il migliore è sempre l’ultimo che hai scritto?
M. O forse quello che scriverai?
C.D. Sì, penso che sia l’ultimo che ho scritto. Anche perché ritengo che una delle cose più importanti per uno scrittore è che l’ultima cosa scritta sia sempre migliore della precedente. Vorrei anche dire che ritengo il romanzo “La moglie che dorme” uno di quelli di cui sono più orgogliosa. Perciò mi è molto dispiaciuto quando ho visto che è stato sottovalutato, che non è stato apprezzato in molti luoghi, forse per la sua appartenenza al genere delle “dark stories”. Per finire, forse molti dei miei lettori vogliono che continui a scrivere e a riscrivere “La metà di niente”.
A. Bene. Ultima domanda. Quando inizio un libro, cerco di immaginare chi ci sia veramente dietro a ciò che leggo. Dunque, puoi spiegarci Catherine Dunne in poche parole?
M. Wow! Che domanda!
C.D. Tu riusciresti a descriverti in poche parole?
A. No, non ci riuscirei.
C.D. Neppure io. Ciò che posso dire è che le mie passioni sono la scrittura e l’amicizia, e che sento moltissimo l’importanza della famiglia.
Elena. Nel suo momento di difficoltà lei ha incontrato i “mangiatori di dolore” e ha spiegato (vedi il racconto “Eoin”) il modo in cui tali personaggi possono alleviare le sofferenze. Le piacerebbe se i suoi libri potessero essere definiti “mangiatori di dolore”? Quali di essi possono essere considerati tali?
C.D. Molti lettori mi dicono che “Il viaggio verso casa” è stato un “mangiatore di dolore” di grande aiuto, nel momento in cui hanno dovuto affrontare la sofferenza per la morte di un genitore. E che anche del mio ultimo libro, “Tutto per amore”, i lettori hanno parlato come di qualcosa che è servito loro per alleviare il dolore conseguente alle decisioni da prendere, o da comprendere, quando qualcuno che avevano molto amato si toglieva la vita.
M.C. Così davvero tu pensi che la scrittura possa avere delle proprietà terapeutiche per la gente?
C.D. Io penso che sia come quando si va a vedere un quadro, e ci si immerga poi nella sua bellezza; allo stesso modo i lettori si immergono nei libri, quando sono belli. Come scrittrice io ritengo che ciò mi dia la possibilità di instaurare una relazione emotiva con il lettore. Perciò penso che sì, è possibile che un lettore possa trovare conforto, o almeno lo spero.
Maddalena. Qual è la tua definizione di amicizia, e in particolare di amicizia femminile? Mi riferisco alle quattro donne di “Se stasera siamo qui”, poiché ho trovato che non sono poi così amiche…
C.D. Sì, ancora una volta se ci riferiamo all’amicizia come qualcosa che sia perfetta condivisione, perfetta comprensione e perfetto amore, allora no, non sono amiche. Ma l’amicizia è molto complicata. Per me una definizione di amicizia è non giudicare mai e essere completamente affidabili. Ma, ovviamente, io scrivo anche di amicizie non del tutto compiute. In altre parole, per un lettore non c’è interesse se nella storia mancano i conflitti. Cioè, Georgie e Nora, per esempio, personalmente non sono amiche, ma le altre ragazze hanno della comprensione per Nora perché non è elegante, non è sexy, non è al mai centro dell’attenzione… inoltre spesso si vede che, quando un gruppo si forma in gioventù, è poi difficilissimo uscire da abitudini e ruoli consolidati.
Cristina. Tutti noi abbiamo letto e apprezzato i romanzi di Catherine Dunne. Io ti chiedo però un consiglio a proposito di altri libri, di altri autori che ami. Per il nostro gruppo di lettura…
C.D. Bene. Attualmente, nell’ultimo anno, non ho letto libri di narrativa, perché non voglio leggere romanzi di altri mentre sto scrivendo il mio, altrimenti si può diventare un po’ schizofrenici, no? Comunque l’ultimo romanzo veramente buono che ho letto è stato quello di Curtis Settenfeld, una scrittrice americana. Il titolo è “An American Wife”, ed è una rappresentazione letteraria della vita di Laura Bush. È un romanzo, dunque è finzione; ma per me è stato affascinante poter confrontare una finzione letteraria con le mie personali opinioni su fatti realmente accaduti. Certo, non è stata una bella esperienza leggere tutte le sere di George Bush, proprio prima di andare a dormire…
Se mi verrà in mente dell’altro invierò i titoli a Michele.
M. È passata un’ora, Catherine, e tu sei stata molto paziente (C.D. ride) e molto gentile con noi. Non abbiamo altre domande, mi sembra… Ah sì, naturalmente. Io so che molto presto verrai in Italia, probabilmente fra un paio di mesi. Non so se è proprio così, ma penso di sì.
C.D. Sì.
M. Sei invitata qui, a Castel Mella, che è vicino a Verona, per esempio. Non so se conosci il lago di Garda…
C.D. Non ci sono mai stata, sono stata una volta al lago di Como… ma mai al lago di Garda.
M. Beh, è un lago bellissimo. Forse meglio del lago di Como.
C.D. Ne sono certa.
M. Anche noi lo siamo. E così possiamo chiudere la nostra conversazione, Cristina. Possiamo, Cristina? Vuoi davvero? Dal momento che non ci sono altre domande, finiamo dunque questa conversazione, e vogliamo tutti ringraziarti per la pazienza e la gentilezza.
C.D. Grazie di cuore. È stato un piacere incontrarvi.
M. Anche per noi. Dunque i migliori saluti da qui, da Castel Mella, Italia. Speriamo di rivederti in questa biblioteca, ma di persona, non su Skype, di persona.
C.D. Va bene. Farò del mio meglio.
M. Bene. A presto. Buona notte. Grazie.
(applauso)
C.D. Grazie per l’organizzazione, Michele. Ci sentiamo presto, va bene?
M. (Non ho capito bene cosa mi ha detto…). Grazie, Catherine.
C.D. Buona Notte. Buona notte, Cristina. Buona notte a tutti. Grazie. Ciao.



Articolo a cura di Maria Paola F.

Breve premessa

Il testo che segue è liberamente tratto dall’intervista a Catherine Dunne, effettuata martedì 13 marzo 2012 presso la biblioteca comunale di Castel Mella, la cui versione integrale è disponibile on-line al sito: http://gruppodiletturacastelmella.blogspot.it/.

Tengo particolarmente a ringraziare l’autore dell’intervista, Michele Curatolo, che mi ha gentilmente concesso di rielaborare il testo e di pubblicarlo sul nostro magazine, al fine di sensibilizzare noi giovani alla conoscenza di quest’autrice.

Soprattutto, però, ritengo doveroso ricordare la gentile bibliotecaria del mio paese, Cristina Dossi, che si è impegnata per rendere possibile questa importante iniziativa, dandoci la possibilità di usufruire della biblioteca edi un collegamentoskype.Cristina ha, inoltre, proposto al nostro gruppo di lettura una serie di libri di Catherine, propedeutici all’incontro. Dal 2008, infatti, nella sede della biblioteca si riuniscono persone appassionate di libri, desiderose di ritagliarsi,all’interno della frenesia quotidiana, un momento dedicato alla letteratura.

Le domande all’autrice irlandese sono il frutto di un intenso e costante lavoro collettivo, di riflessioni e curiosità varie dei singoli membri del gruppo.

Intervistando Catherine Dunne

Dietro un libro, dietro le emozioni e i turbamenti suscitati dalla lettura, si nasconde sempre un creatore, un genio demiurgo che ha accostato così magnificamente le parole da riuscire a penetrare nell’anima dei lettori. Talvolta si costruiscono grandi aspettative su un autore che spesso vengono tristemente disattese da un reale incontro. Alcuni, infatti, soffrono così tanto di superomismo e manie di grandezza da farti provare un’improvvisa voglia di imprimere su quella guancia imbellettata un sonoro schiaffo.

Catherine Dunne, invece, ha conservato un candore e una semplicità difficilmente reperibili in autori di fama internazionale. È singolare che una scrittrice di successo si presti a dedicare una parte del proprio tempo, senza alcun tipo di remunerazione, a rispondere alle domande e alle curiosità di alcuni suoi lettori.L’affabilità, l’umiltà e la disponibilità di quest’irlandese, sempre sorridente e dal viso un poco lentigginoso, sono glielementi che più ho apprezzato e di cui conservo un vivo ricordo.

Durante l’intervista, l’autrice si è soffermata sull’importanza di una profonda conoscenza dei propri personaggi. È fondamentale riuscire ad immedesimarsi in essi, entrare nel vivo dei loro pensieri, senza aver necessariamentevissuto le situazioni narrate:

Credo che per me, e per la maggioranza degli scrittori, ogni scrittura è autobiografica e nessuna scrittura lo è. Perché se da un lato è vero che ogni scrittore ha dovuto scrivere sulla base delle proprie esperienze autobiografiche, ciò non implica necessariamente che uno scrittore abbia bisogno di aver vissuto gli eventi descritti in un romanzo. Ciò che è necessario è che lo scrittore abbia empatia con i propri personaggi.

È determinante, quindi, assumere il punto di vista del personaggio, capire come esso veda il mondo, per renderlo reale e credibile. Questo spiega anche il motivo per cui nel romanzo Se stasera siamoqui il mondo maschile venga rappresentato in modo tanto odioso e insopportabile. La storia è, infatti, narrata da ragazze adolescenti, ancora possedute dal sogno di un amore romantico e passionale, che categorizzano gli uomini in amanti ideali e perfetti o in creature mostruose e abominevoli:

È la domanda sui personaggi maschili di Se stasera siamo qui. Mi è stato chiesto perché gli uomini in questo romanzo sono così orribili e anche così noiosi. La risposta ha ancora a che fare con l’empatia. Questo libro è stato scritto secondo il punto di vista di alcune ragazze di 18 o 19 anni di età. Per le ragazze di quella generazione, l’intero universo ruotava attorno all’idea dell’amore romantico, e per questo motivo gli uomini che rappresentano questo concetto non possono che essere, a seconda dei casi, o meravigliosi o tragici. O bianco o nero. Da giovani, quando il nostro lato emozionale prevale su tutto il resto, vediamo il mondo in modo estremizzato. È solo quando cresciamo che possiamo vedere le sfumature grigie della vita. Mi viene anche in mente che una delle cose che mi dà maggiore soddisfazione come scrittrice avviene quando un lettore prova antipatia per uno dei miei personaggi, perché a me non importa tanto che ai miei lettori piacciano i miei personaggi quanto che li trovino veri, reali.

Quindi, non è necessario che ogni singola esperienza narrata sia realmente accaduta alla scrittrice, ma è basilare empatizzare con i propri personaggi e con le vicende:

Quando si scrive è molto facile provare empatia per i propri personaggi, e talvolta è bello ricevere da un lettore un complimento come: «Oh! Questo deve proprio essere accaduto a te, perché è così vero!». Ma effettivamente non mi è mai accaduto; è l’atto di empatia dello scrittore che fa credere al lettore che quel fatto è accaduto veramente. Ciò spiega anche la risposta che posso dare a un’altra delle domande che mi avete inviato, di quale sia, fra le quattro protagoniste di Se stasera siamo qui, quella in cui mi identifico. La risposta è: non mi identifico in nessuna, ma faccio parte di ciascuna di esse.

Talvolta l’identificazione può essere così forte e inglobante da convogliare sullo scrittore il peso degli stati emotivi suscitati dalle vicende. Catherine, infatti, spiega lo stato di turbamento e di oppressione provato in concomitanza con la stesura del romanzoLa moglie che dorme. Farrell,il protagonista maschile della vicenda, è, infatti, vittima delle proprie ossessioni, degli spettri del passato, di una passione malata e insana. L’autrice non può esimersi dal sentirsi oppressa dalle stesse emozioni di questo artigiano:

Il mio secondo romanzo, La moglie che dorme, è stato un libro difficilissimo da scrivere. Ho passato mesi e mesi nella testa di un uomo ammalato, probabilmente vittima di un disturbo mentale. Durante la stesura del romanzo ho dormito malissimo, e ho fatto incubi orrendi. Quando ho terminato, ho capito di aver passato troppo tempo in uno stato emotivo in cui non volevo più stare. Ecco perché, quando ho deciso di scrivere il mio terzo romanzo, Il viaggio verso casa, che parla del rapporto fra una madre e una figlia, ho avuto bisogno di dedicare il mio tempo a un tema che fosse salutare, sano e gentile.

Oltre ad aver messo in rilievo l’importanza della fase di costruzione del personaggio, la scrittrice irlandese spiega come il conflitto sia alla base di ogni storia. Ricollegandosi a Se stasera siamo qui, mostra come anche dietro a profonde amicizie siano necessari antagonismi, incomprensioni e scontri per dare maggiore interessante alla vicenda:

L’amicizia è molto complicata. Per me una definizione di amicizia è non giudicare mai e essere completamente affidabili. Ma, ovviamente, io scrivo anche di amicizie non del tutto compiute. In altre parole, per un lettore non c’è interesse se nella storia mancano i conflitti. Cioè, Georgie e Nora, per esempio, personalmente non sono amiche, ma le altre ragazze hanno della comprensione per Nora perché non è elegante, non è sexy, non è al mai centro dell’attenzione… Inoltre spesso si vede che, quando un gruppo si forma in gioventù, è poi difficilissimo uscire da abitudini e ruoli consolidati.

In questo romanzo l’autrice dimostra particolare sensibilità verso una delle più belle regioni d’Italia, la Toscana, destinazione ideale per Georgie, solare ma sicura di sé.Seppur ammetta di non essere mai approdata nella terra fiorentina, giustifica la scelta di questo luogo in virtù del sole, del caldo e della bellezza, in opposizione al clima cupo e piovoso dell’Irlanda, da cui gli italiani, invece, sono molto affascinati:

Prima di tutto devo confessare che non sono mai stata in Toscana, ma nella stesura di quel romanzo è stato molto importante per me scegliere un luogo che, nell’immaginario degli abitanti del nord Europa, fosse considerato romantico e pieno di bellezza. Posto questo, dovevo anche scegliere un luogo che non avessi mai visitato, per non essere influenzata dal mio personale giudizio.

I libri di Catherine sono estremamente attenti alle problematiche sociali, a rapporti familiari fallimentari e rovinosi, ad amicizie femminili intricate e complesse, a donne abbondonate che non perdono mai la speranza,che lottano in cerca di un futuro migliore. Spicca dai suoi romanzi una chiara e realistica rappresentazione psicologica, caratteri che possono esercitare una funzione terapeutica anche sui lettori, infondendo in loro forza e speranza. Personalmente ritendo straordinaria la determinazione e il vigore di Rose, protagonista di La metà di niente, che tradita e abbandonata, con tre figli a carico, riesce a ricostruirsi una vita.

Nei suoi libri, quindi, si va oltre al piacere estetico della lettura, ma ogni storia può esercitare una forte azione terapeutica:

Io penso che sia come quando si va a vedere un quadro, e ci si immerga poi nella sua bellezza; allo stesso modo i lettori si immergono nei libri, quando sono belli. Come scrittrice io ritengo che ciò mi dia la possibilità di instaurare una relazione emotiva con il lettore. Perciò penso che è possibile che un lettore possa trovare conforto, o almeno lo spero.

Come spiega nel commuovente racconto Eoin, dedicato alla morte del proprio figlio, l’autrice è riuscita a superare il dolore per lagrave perdita non solo grazieall’influenza benefica del tempo, ma soprattutto in virtù delle illuminanti parole di un tanatologo, John O’Donoghue, che considera come un suo primo importante mangiatore di dolore. Ricollegandosi all’espressione in lingua Urdu ghum-khaur, spiega come mangiatori di doloreindichi la compartecipazione dell’intera comunità per un lutto. La scrittura stessa ha avuto un valore altamente sublimante, e ha permesso all’autrice di reintegrarsi nella vita.

È fondamentale come molti lettori considerino alcuni suoi libri deimangiatori di dolore, elementi di sostegno e di supporto nei momenti difficili dell’esistenza:

Molti lettori mi dicono che Il viaggio verso casa è stato un “mangiatore di dolore” di grande aiuto, nel momento in cui hanno dovuto affrontare la sofferenza per la morte di un genitore. E che anche del mio ultimo libro, Tutto per amore, i lettori hanno parlato come di qualcosa che è servito loro per alleviare il dolore conseguente alle decisioni da prendere, o da comprendere, quando qualcuno che avevano molto amato si toglieva la vita.

La sensibilità e l’apertura verso i problemi sociali di questa scrittrice irlandese si manifesta chiaramente anchenell’adesione a vari progetti dell’organizzazione umanitaria di Medici Senza Frontiere. Nel libro Dignità si susseguono, infatti, le testimonianze e i racconti di viaggio di nove scrittori, che mettono in luce la povertà, la sofferenza, le malattie dei popoli senza voce. Catherine Dunne inCapetown, Johannesburg ha messo in rilievo la forte problematica presente nel Sudafrica dell’alta mortalità dovuta all’AIDS e alla tubercolosi. Per l’autrice è fondamentale sfruttare la propria figura per sensibilizzare i lettori alle gravi situazione del Terzo Mondo:

Vedete, ogni scrittore considera il proprio lavoro in parte distinto dagli altri, cioè individuale e unico. Tuttavia, se io, come scrittrice, ho l’opportunità di usare la mia voce e il mio ruolo per qualcosa che ritengo giusto, sono fiera di poterlo fare. Per questo ho accettato l’invito di andare in Sudafrica e di scrivere di ciò che avrei visto in quel paese. Penso anche che il nostro lavoro di scrittori possa essere utile per l’intero progetto se riesce ad attirare l’attenzione dell’opinione pubblica sui seri problemi causati al Sudafrica dalla diffusione dell’AIDS e della tubercolosi. Ritengo importantissimo comunicare questo messaggio, anche perché MSF non ha assolutamente censurato ciò che noi scrittori abbiamo detto, siamo stati sempre liberi di osservare, liberi di descrivere.

È molto emozionante avvicinarsi e conoscere chi si nasconde dietro alle nostre letture, per conservare un ricordo, un piccolo frammento della personalità dello scrittore.

Credo, quindi, che per i partecipanti al gruppo di lettura sia stata un’esperienza unica e sicuramente indimenticabile.

Grazie Cristina.
Grazie Michele.

martedì 14 febbraio 2012

Incontro con l'autore: Benedetta Cibrario

Il gruppo di lettura,
nell’ambito della
Rassegna di letture spettacolari e incontri con l’autore
a cura del Sistema bibliotecario
Sud Ovest Bresciano 
Martedì 14 febbraio 2012
ore 21.00
nell' Auditorium “G. Gaber”
Via Onzato 56
ha incontrato l’autrice
Benedetta Cibrario
E' nata a Firenze, nel 1962. E’ cresciuta a Torino, dove si è laureata in Storia del Cinema ed è vissuta a lungo in Inghilterra. La sua vera residenza, per dedizione e amore della terra, rimane però la Toscana.
Rossovermiglio (Feltrinelli) è il suo esordio narrativo, che le ha portato la vincita del Premio Campiello 2008.
Il romanzo racconta del tentativo (e dei successivi esiti) di una donna educata alla maniera ottocentesca, di raggiungere la propria indipendenza nell'arco di buona parte del novecento, dal periodo precedente la Seconda guerra agli anni della nuova Repubblica.
La seconda e attesa prova narrativa dell'autrice, Sotto cieli noncuranti (Feltrinelli), è stata vincitrice del premio Rapallo Carige 2010. Quasi un giallo ambientato nei giorni di un Natale nevoso, tra Torino e la Val di Susa. Nel 2011 l'autrice pubblica con Feltrinelli il romanzo Lo scurnuso.

Lo scurnuso, Feltrinelli, 2011
Dalla Napoli borbonica fastosa e miserabile, passando per la Napoli sfigurata dai bombardamenti della Seconda guerra mondiale, fino a oggi, per vicoli e palazzi, umide stamberghe e salotti sontuosi, si dipana il destino dello Scurnuso, "il Vergognoso"… Benedetta Cibrario dispiega una sequenza narrativa che ha come protagonista la bellezza stessa, una bellezza umile che dice le ragioni di un durevole incantamento.


L'autrice dialoga con Diego Trapassi di Teletutto
Il mio nuovo libro è un viaggio nel tempo: il protagonista è stato soprannominato lo Scurnuso.
Il personaggio principale è una statua di terracotta del presepe napoletano, lo scurnuso appunto, modellata alla fine del 700 dal  giovane Sebastiano, selvatico e di grande talento, che vuole ritrarre con essa Tommaso Iannacone, suo maestro e padre adottivo. Lo scuorno, ritratto nell'atteggiamento del pastore, è  la vergogna che Iannacone proverà sapendo di perdere l'uso delle mani, già gravemente compromesse dalla malattia.
Nella prima parte, ambientata nella Napoli del 700, vi è la descrizione di chi ha modellato la scultura e di chi è rappresentato.  La seconda parte si svolge sempre a Napoli sotto le bombe della seconda guerra mondiale, e infine l’epilogo ai nostri giorni nella penisola sorrentina. Diversi sono i protagonisti, i personaggi, anche il paesaggio. Napoli è molto presente. Ho sempre saputo che prima o poi avrei fatto i conti con Napoli, con il mio personale serbatoio di emozioni. Sapevo che dovevo misurarmi con questa realtà. Essendo figlia di una napoletana e di un torinese ho vissuto in tutti questi luoghi, ma ho sempre sentito una certa discrepanza con i posti. Quando eravamo a Napoli ci trattavano come famiglia del nord, a Torino come napoletani, a Firenze non eravamo né carne né pesce. Napoli, disse uno scrittore, è come la testa della medusa: è un posto che ami o che odi,  ma non puoi essergli indifferente. E’ stato scritto molto su Napoli: Da Anna Maria Ortese a Raffaele La Capria. Pertanto, per non cadere nel banale, ho scelto di parlare della città antica. Un libro che amo molto è “Ferito a morte” di Raffaele La Capria, scrittore che ho sempre ammirato. In una libreria in cui ero stata convocata per la presentazione dello Scurnuso mi accade di trovarmelo davanti. Ho pensato che non sarei riuscita a pronunciare una parola. La Capria mi disse subito  “Ho letto il tuo libro: si sente che non sei napoletana, ma che la tua napoletanità è filtrata dai ricordi e dagli affetti". Infatti si sente che non lo sono. Mia nonna materna era molto legata a Napoli, ogni volta ci portava a vedere le stesse chiese, gli stessi musei e ogni volta, con i suoi racconti e le sue descrizioni, erano come nuovi: è da lei che ho imparato ad amarla.
Sono arrivata a Napoli per la presentazione di “Sotto cieli non curanti”. E' una bella giornata, prendo un taxi e dico al taxista “Come è bello qui!”e lui ribatte: "Non lo dica che è bello essere a Napoli,  io mi vergogno di essere napoletano e ho detto ai miei figli andate e non tornate più.” Quell’emozione, che ricordo molto forte, mi ha fatto pensare in modo diverso a questa città e anche per questo ho fatto la scelta di una ambientazione diversa rispetto agli altri miei libri.
Il presepe è molto presente a Napoli. Il presepe napoletano è una sorta di follia collettiva . Dalla corte borbonica a Carlo III di Borbone,  fino al parroco e al farmacista, tutti allestiscono il presepe: è una passione trasversale, che contagia  tutti gli strati sociali. Passano tutto l’anno a immaginare come allestire il presepe, che costituisce per i napoletani il corrispettivo del carnevale di Rio  per i  brasiliani. Il presepio ha la sua spiritualità. Ci sono tre momenti canonici nella preparazione. Il presepe napoletano nel 700 è teatro, è la fotografia della società, è un viaggio nella storia: tutti i pastori sono vestiti con abiti settecenteschi e tutti gli oggetti che lo compongono sono fatti da fini artigiani. Per esempio i vetri sono realizzati dai vetrai, le ceramiche dai ceramisti, i piccoli piatti in argento dagli argentieri ecc. Nel libro "Lo scurnuso" è descritta  la follia del collezionista, nella persona del  Duca di Albaneta. Ma anche Giovanni Scotti, che è il restauratore,  preso dalla sua passione, si rifiuta di andare nel rifugio durante il bombardamento per continuare il suo lavoro.
Ho scelto di descrivere lo scurnuso solo in una pagina: a me non piace raccontare tutto, mi piace che il lettore possa intervenire con la sua immaginazione. Avrei potuto descrivere la Napoli settecentesca per pagine e pagine. Potevo sviluppare la storia ma non ho voluto: ho introdotto molti personaggi e per scelta li ho sviluppati poco. Ho voluto che ci fosse un dialogo tra: lentezza e leggerezza, tanto e poco, passato e presente.
Non so scrivere romanzi come si fa nelle scuole di scrittura. Se preparo una scaletta, come insegnano di fare, se butto giù uno scritto, so che non lo svilupperò mai. Se prendo appunti non li adopero. Gli altri romanzi hanno avuto una gestazione completamente diversa da questo. Con Rossovermiglio non sapevo neppure come si cominciasse. Sapevo che volevo scrivere la storia di una donna che non si sentiva a casa sua da nessuna parte. Sono una scrittrice visuale. Mi piace vedermi davanti quello che andrò a scrivere. La prima stesura è stata molto lunga: è durata circa 10 anni, era un volume di circa 500 pagine che è sempre stato rifiutato. Dopo i rifiuti ricominciavo a lavorarci togliendo, eliminando.
Il secondo libro è stato meno faticoso. Ed il terzo è stato una passeggiata: dopo la prima fase ho continuato senza ripensamenti e l'ho scritto in 4 mesi: avevo già la storia davanti a me dovevo solo scriverla.
Qual'è il tuo rapporto con i libri?
 Lo Scurnuso nasce con questa mancanza di incertezze, perché nasce da solide letture. Ho letto di tutto senza fare distinzione tra letteratura alta media o bassa. E' il tempo che colloca l’oggetto non la legge del mercato e così accade pure per i libri. Come formazione vengo dal cinema. Mi piace Alfred Hitchock, che all'inizio della sua carriera non era considerato: è stato in seguito che è diventato importante. Sono una lettrice onnivora: leggo di tutto e amo anche i classici. Le cose che avevo da dire in questi tre romanzi le ho dette. Lo scrittore vive e osserva,  ma le cose vissute si devono un po’ sedimentare. Non sono stata un esordiente giovanissima: avevo 40 anni quando ho iniziato.
Ora sento il bisogno di leggere.
I tre libri sono diametralmente diversi: ciò spaventa il mio editore, che spererebbe seguissi l'andamento dell’uno o dell’altro.
Alla scrittura ci sono appunto arrivata tardi, già madre di 4 figli, moglie di un manager che mi ha trascinato in giro per il mondo. All’inizio non sapevo quasi nulla, anche di letteratura. Mi è capitato di incontrare colleghi scrittori di cui non avevo letto nulla. In seguito questa mia mancanza l’ho considerata una sorta di privilegio perchè mi ha consentito di avere un privato.

Le domande del pubblico

Lo scurnuso perché questo titolo?
“ Non volevo chiamarlo scurnuso. E' un titolo che non fa venir voglia di leggerlo. In realtà ho avuto più difficoltà a trovare il titolo che a scrivere il libro. E'stato l’editore: durante il nostro incontro per definire un titolo, aprendo a caso una pagina mi ha guardato dicendo “ ma il titolo l’hai già scritto è lo scurnuso”.

Il suo primo libro “Rossovermiglio” l’ha dedicato a suo padre, perché ?
“Perché è stato il primo a capire la mia passione per la scrittura".

Nell’intervista di qualche anno fa disse: “Da quando ho ricevuto il si alla pubblicazione del libro è come se avessi smesso di essere - la figlia di, la moglie di,  la mamma di - : sono diventata io. Cosa è cambiato da quel momento ? La carriera quanto è importante per lei?
“Io ho desiderato tutta la vita scrivere, ma mi hanno sempre detto di fare qualcosa d’altro. Quando ero ragazzina e mia madre mi vedeva scrivere mi diceva studia, quando ero sposata mi dicevano di occuparmi d' altro. Nessuno capiva quanto fosse importante per me scrivere.
Il pensiero mi è balenato visitando la casa di Jane Austen. Lì ho pensato all'operosità femminile della Austen, che passava dal ricamare un merletto, dall' incerare il pavimento allo scrivere.  Anch’io ho pensato che potevo fare lo stesso. Ma è scrivere che mi fa stare bene.
Quando Feltrinelli mi ha chiamato avevo avuto un rifiuto da un altro editore e quindi mi sono presentata all’appuntamento pensando che anche lui mi avrebbe detto: "non mi interessa", ed invece firmai il contratto. Fu una felicità enorme. E quando uscii dall’ufficio pensai: a chi lo dico? A mio figlio, a mio marito... No, non lo dico a nessuno. Tutto quel mondo alll'improvviso mi era esploso".

Sempre riferendoci a Rossovermiglio vorrei che mi spiegasse come mai il marito le chiede di lasciare l’eredità al figlio che lui ha avuto dalla sua seconda donna?
Non essendosi mai separati legalmente, il marito sa che la moglie è benestante, perciò le chiede di rinunciare alla sua parte
Perché la protagonista non ha tenuto il figlio che aspettava? E poi quando lei cerca di rivelare al figlio di essere la madre lui, sembra non capire?
Non perché è un figlio illegittimo ma perché è stata abbandonata: è una sorta di scudo, più che altro è amarezza. E’ difficile credere che tua madre ti viva accanto tutta la vita senza mai dichiarasi.
E’ una donna piena di vigliaccheria: ha avuto una educazione anaffettiva, fatta di sentimenti negati e congelati. E’ una donna che fa finta di essere coraggiosa,  ma ha paura anche della sua ombra. Di ben altra caratura è il marito che l’ha amata moltissimo senza essere ricambiato e che successivamente sceglie una compagna che lo fa sentire amato.

Nel nostro GDL ci siamo un po’ lamentati perché questi personaggi non sono stati molto indagati.
Inoltre con "Rossovermiglio" e "Sotto  cieli noncuranti " ho vissuto la discriminazione per la donna. Lei nell'ambiente della scrittura l'ha vissuta mai?
Vedo segni positivi di cambiamento. Io ho fatto la pace con un sentire maschile diverso. Penso che siamo equivalenti ma diversi: uno specifico maschile e uno femminile. La famiglia di mia madre per tradizione è matriarcale, dominata da figure femminili forti. La discriminazione l’ho vissuta fuori dalla famiglia. Nel mondo della scrittura non l’ho percepita. Mi inalbero quando parlano di scrittura femminile. Se ritagliate dei paragrafi, ciascuno di autori diversi, non è riconoscibile il genere di chi lo ha scritto, se è maschio o se è femmina. Non esiste una scrittura femminile o maschile. Jane Austen ha una prosa maschile, trasparente. Lo scurnuso non è una storia femminile.
Spesso mi chiedono come concilia il lavoro di scrittrice con gli impegni famigliari. Nei paesi anglosassoni nemmeno lo chiederebbero perchè non è politicamente corretto.  E' discriminante. A nessun manager viene chiesto come fa a lavorare e avere quattro figli.

Come è stata l’esperienza del Campiello?
Feltrinelli ha mandato il libro senza che lo sapessi. Immaginate lo stupore quando mi hanno chiamata. Durante la serata mi hanno detto che facevo parte dei cinque nomi dei possibili vincitori : Bouchard, Tani, Gamberale e Di Stefano. Non mi aspettavo di vincere.

I tre libri da lei scritti sono diversi dal primo all’ultimo
Rossovermiglio è fatto di flashback, avanti e indietro nel tempo. Racconta quasi un secolo. E' molto condensato. E' stato un lavoro di struttura. Lo Scurnuso ha dei titoletti che non corrispondono al dialogo, è un opera di fiction. Non ho voluto usare il dialetto ma restituire un senso alla napolanità. E' in un italiano che riecheggia un modo di parlare dialettale.

La protagonista di Rossovermiglio non ha un nome perché?
Non ho dato un nome alla protagonista di Rossovermiglio non riuscivo a trovarlo. Nessun nome le corrispondeva  perché c’erano troppe donne in una. Corrisponde a una certa elusività: è una donna che tiene a distanza i suoi affetti.

C’è un filo comune che caratterizza tutti i personaggi e le situazioni dei suoi tre romanzi : sono i sentimenti celati, non detti, come se non ci fossero "le parole per dirli", sia che si tratti di un "sentire" positivo che negativo (come per esempio il dolore della perdita in Sotto i cieli non curanti). E’ una scelta voluta dalla scrittrice perchè espressione del suo modo di essere?
Non c’è bisogno che uno scrittore indugi su quella che è la grammatica dei sentimenti.   A volte in alcune scritture questo soffermarsi mi sembra un po’ morboso. Non c'è bisogno di approfondire: parliamo di cose che tutti conosciamo.
La protagonista di "Sotto i cieli non curanti" è Matilde. Matilde, non è una persona sola,  è frutto di un collage di bambini che sono stati miei coetanei. I bambini, specie se non capiscono, hanno bisogno di riportare l’equilibrio e l’armonia. Matilde si inventa una realtà parallela che fa si che tutto riacquisti un equilibrio.



Tratto da: GIORNALE DI BRESCIA, GIOVEDÌ 16 FEBBRAIO 2012 - CULTURA&SPETTACOLI

BENEDETTA CIBRARIO
«La mia Napoli, forte e fragile lungo i secoli del declino»

La scrittrice di origine partenopea, premio Campiello 2008,
ha presentato a Castel Mella l’ultimo romanzo «Lo scurnuso»

Lo «scurnuso» evocato nel titolo del terzo romanzo di Benedetta Cibrario è un «pastore», una statua del presepe napoletano modellata a fine ’700 dal giovane Sebastiano, pastoraio dal carattere selvatico e dal gran talento.

L’uomo raffigurato -colui che dà l’impressione di «mettersi scuorno», vergognarsi -è Tommaso Iannacone, l’artigiano che è stato maestro e padre adottivo di Sebastiano.

L’allievo lo ritrae con «le mani e i piedi contorti in uno spasmo»: una malattia ha gravemente limitato le sue capacità di lavoro. «La vergogna spiega la scrittrice -è quella che Iannacone prova quando immagina cosa accadrà nel momento in cui non potrà più usare le mani: il pensiero di una vita che si chiude in un modo non voluto».

Benedetta Cibrario, fiorentina di madre napoletana e padre torinese, ha presentato il libro l’altra sera all’auditorium di Castel Mella, nel-l’ambito della rassegna «Un libro, per piacere!» promossa dal Sistema Bibliotecario Sud Ovest Bresciano.
Ha dialogato con Diego Trapassi, giornalista di Teletutto, e risposto a molte domande di un pubblico preparato e curioso. Parlando anche dei primi romanzi, a partire da quel «Rossovermiglio» -edito, come i successivi, da Feltrinelli -premio Campiello nel 2008.

Il suo scurnuso «viaggia per le invisibili e argentee strade del tempo» attraversando i secoli e destando in chi lo vede un misto di ammirazione e disagio. Lo rincontriamo nella Napoli ferita dai bombardamenti della Seconda guerra mondiale, in mano al collezionista Girolamo Valcarel duca di Albaneta; infine ai giorni nostri, nella penisola sorrentina. La città pulsa sullo sfondo della vicenda: «Ogni scrittore fa i conti col proprio serbatoio d’emozioni. La mia visione di Napoli è filtrata dal ricordo della nonna materna, dei suoi racconti, della passione con cui ci guidava per la città. Sapevo che Napoli era lì, che avrei dovuto misurarmici. Ma è difficile, si rischia il banale, ci si confronta con autori come La Capria e la Ortese. Da questa mia paura è venuta forse la scelta di parlare d’una Napoli antica».

Come è nata l’idea di un romanzo su una statuetta del presepe?

Ho sempre guardato con stupore queste sculturine, piccoli capolavori di artisti spesso anonimi. Ho provato a immaginare cosa ci fosse dietro: un mestiere ma anche una passione. La loro fragilità è commovente, ma mi sono resa conto che commovente non era tanto la fragilità degli oggetti, quanto quella degli uomini che li avevano prodotti. Le cose, belle o brutte, alla fine ci sopravvivono sempre. Racconto anche la «follia» di chi colleziona questi come altri oggetti: il duca di Albaneta, che «non avrebbe interrotto la consuetudine di montare la scena sacra nemmeno sotto una pioggia di bombe».

Perché ha scelto quei determinati periodi storici?
Sono tre momenti molto critici. Alla fine del ’700 a Napoli va via un grande re, Carlo III di Borbone, e per la città comincia il declino. Il 1942-43, sotto le bombe, è di nuovo un momento in cui la città è stata devastata e si sono prodotte molte cose che hanno determinato la Napoli di oggi.
Infine l’attualità, nel breve epilogo: un altro passaggio delicato, nel quale la città è in bilico tra sopravvivenza e morte definitiva.

Lo stile e il linguaggio, molto asciutti, non sono quelli di un romanzo storico...
Ho scelto di raccontare una storia del passato, ma in filigrana traspare un sentire contemporaneo. Nessuno degli eventi che narro è poi perfettamente compiuto: ho scritto un romanzo breve, ma ogni sua parte avrebbe potuto crescere all’infinito.
Potevo descrivere per pagine e pagine la Napoli del ’700. Invece ho scelto di dare semplicemente uno scorcio, un fascio di luce a illuminare un attimo, per poi spostarmi altrove.

Anche le emozioni dei personaggi sono trattenute.
Il contenimento delle emozioni è una caratteristica comune anche agli altri miei romanzi. Sono una persona schiva e riservata, e ho sempre pudore a descrivere fino in fondo storie di sentimenti. Preferisco fermarmi un attimo prima, lasciare che sia il lettore a completare con la sua immaginazione e la sua visione del mondo quello che io gli ho fatto appena intravedere.

Come ha lavorato sulla lingua?
Non volevo usare parole dialettali, ma restituire un senso di napoletanità, di lingua antica. È un italiano che riecheggia un modo di parlare dialettale, senza avere assolutamente nulla del dialetto. Cerco sempre di scrivere storie leggibili, che non annoiano il lettore, ma al loro interno faccio un lavoro complesso. Nel mio secondo romanzo, «Sotto cieli noncuranti», c’era un andamento temporale a incastro, con voci narranti in prima e terza persona. «Lo scurnuso» unisce in successione tre epoche storiche; ogni capitolo ha titoletti «narrativi» che ricordano quelli delle fiabe.

Ha un suo metodo di scrittura?
Non so scrivere romanzi come insegnano alle scuole di scrittura. Se abbozzo la scaletta di un libro, è sicuro che quell’idea non la svilupperò. Non prendo appunti per strada o in viaggio, perché non li adopero. Quando ho cominciato «Rossovermiglio» sapevo solo che volevo scrivere la storia di una donna che non si sentiva a casa da nessuna parte. A furia di star seduta alla scrivania, il «Nelle mie storie del passato scelgo un sentire contemporaneo» racconto si è formato. La stesura è stata lunghissima, ci son voluti dieci anni. Con «Lo scurnuso» invece è stata una passeggiata di salute! Ho scritto tutto subito, senza ripensamenti, in quattro mesi. La storia per la prima volta mi scorreva davanti agli occhi, un’esperienza esaltante.

Nicola Rocchi



martedì 17 gennaio 2012

Rossovermiglio di Benedetta Cibrario

Martedì 17 gennaio 2012 , ore 20,30
 Rossovermiglio
di Benedetta Cibrario
edizioni Feltrinelli
Trama: La protagonista del romanzo è una giovane donna appassionata e ribelle, ma è cresciuta in una famiglia - e in un ambiente - dove l'eleganza, la compostezza, la sobrietà e il rigore sono più che dei valori, sono l'unica forma di vita concepibile. Appena ventenne, accetta dunque un matrimonio combinato per lei dal padre. Non sarà una scelta felice, probabilmente anche perché il destino ha messo sulla sua strada l'affascinante ed enigmatico Trott, che nell'arco di un decennio, con tre impreviste apparizioni, comprometterà definitivamente il precario equilibrio del suo matrimonio. La protagonista incarna infatti un momento di trasformazione di un'intera società: troppo moderna per adattarsi docilmente a proseguire nel solco tracciato dalle altre donne di famiglia e al tempo stesso ancora troppo fragile, e soprattutto troppo poco abituata a dare ascolto ai sentimenti e alle emozioni, per vivere la propria ribellione sino alle estreme conseguenze. Ma è come se Trott l'avesse risvegliata da un incantesimo e fin dal primo incontro avesse innescato in lei un processo di cambiamento che non può più essere arrestato. Da qui la scelta di trasferirsi da sola nella campagna senese, a San Biagio, abbandonando una città, Torino, che sta rapidamente cambiando sotto l'impulso della nascente industria, e un marito che ha sempre sentito estraneo e che la tradisce sfacciatamente.

Citazioni: " Sposarsi per amore, che volgarità!"
"Frequenti mia moglie, se le capita, ne apprezzi l'indole e lo spirito senza secondi fini, la giudichi per quello che è: una donna il fuga, da un' epoca da un mondo perchè non ha avuto il coraggio di seguire le regole nè di mutarle. Tutto ciò che ha fatto l'ha fatto non per coraggio ma per una forma di viltà."
"Chi mi guardava vedeva una donna bella e altera e una buona dose di coraggio. e invece non c'era nulla se non uno smisurato orgoglio e la paura del mondo e delle chiacchere della gente."
"Ho dato via un figlio. Ho vissuto accanto al lui tutta la vita, l'ho visto crescere, correre, andare in bicicletta, gli ho insegnato a gestire questa tenuta, che un giorno sarà sua, ma non sono stata una madre."


Il confronto:
Una donna che nasce a Torino agli inizi del secolo, si sposa scegliendo il marito tra un numero di 5 nomi proposti dal padre, decide di sposare il conte Villaforesta perchè anche lui ha la passione per i cavalli, è un matrimonio infelice.
Nella sua vita fa tre scelte, la prima a Torino nel 1939 una donna educata in maniera ottocentesca che sceglie di diventare un’amante per un pomeriggio. La seconda scelta (1945) segue il consiglio dell’amante ritrovato dopo gli anni della guerra e lascia Torino per la Toscana e impiantare un’azienda vinicola. La terza scelta : negare l’esistenza del figlio. La ragione della sua vita è l’azienda vinicola e inseguire l’amore.

AB.: mi è piaciuta la lettera del marito. A volte mi sembra una protagonista forte, tenace. L’autrice in un'intervista  dice che ha operato la terza scelta: il figlio. In realtà non ha fatto scelte, è una donna debole. “Chi mi guardava vedeva una donna bella.”  "Ho dato via un figlio e non ho avuto il coraggio di essere madre". E’ una donna con una personalità un pò complessa.
Ha amato il Trott. Un  personaggio meschino che accettato i soldi da Villaforesta.
Del marito dice: "Un uomo che credeva di proteggermi e mi ha derubata di tutto".
MR. : Ci ha messo dieci anni ad abbandonare lo schifo di marito. Il tempo forse l’ha rivalutato ma non è stato un grand’uomo.
G.: Lei è debole per quello che non ha riconosciuto il figlio.
A.:. No, dice, di non averlo riconociuto per le chiacchiere della gente.
G. : anche una non-scelta è una scelta,  la terza via è quella di non intervenire.
R. : Provava un odio sordo per il bambino. Ormai vecchia quando decide di svelare la sua vera identità al figlio, che ha sempre avuto vicino, viene trattata quasi come una vecchia rimbambita. Come se stesse straparlando on non parlando affatto.
Lei è vittima delle convenzioni sociali anche il marito dice: "scappi ma non le affronti".
AB. : Villaforesta ha sempre tenuto i rapporti con la moglie.
R : Sì, però tramite l’avvocato: segue la vita della moglie dando anche una svolta importate: pagando il Trott per allontanarlo da lei.
A. B. .: il libro comunque non è male, si legge velocemente.
E. : il romanzo secondo me è un'occasione mancata, avrebbe potuto arricchirlo, fare un libro migliore. Poteva tratteggiare meglio i personaggi, farli parlare tra di loro, ed anche il periodo della guerra andava approfondito. E’ ricco di spunti ma avrebbe potuto essere di più.
P. : I personaggi sono stereotipati,  poteva essere un libro più breve.
E. : Mi è piaciuto lo rileggerei anche se incompleto.
A. : Credo di non averlo capito fino in fondo. Ci sono piani temporali diversi. Passa tutto il libro a parlar male del marito. In realtà lui ha passato tutta la vita prendersi cura di sé. Il centro del libro è l'incomprensione. Lei alla fine accusa  il marito di aver pilotato la sua vita e  anche con il Trott.
AB.: Lei sceglie il marito da una lista (fatta dal padre) di 5 nomi. Non ha scelto lei i nomi: è per questo che mi chiedo se è forte?!
A. : Anche noi crediamo di scegliere, ma in realtà, nella vita, abbiamo una cerchia ristretta di possibilità.
P. : Poteva essere un buon matrimonio, forse.
G. : è una storia di emancipazione e di nascita: si è trovata con un uomo anaffettivo ed era giovane.
AB : Alla fine lo critica ancora o no? Da pagina 210 “ Perché hai allontanato Trott da me? Perché ti sei intromesso nella mia vita, perché non mi hai lasciata andare per la mia strada…".
G. : Dietro il controllo dei sentimenti e delle emozioni c’è una fame d’amore ma non positiva.
E. : Non è stato facile nemmeno per lui stare con una persona che si è presentata in modo ostile e istaccato.
A. : Ribadisco: è un libro sulla mancanza di comprensione .
P. : Lei cede a Trott,  perché lui sa cosa vogliono le donne.
G. : Per me è una donna irrequieta.
E. : Lei si definisce “ Lunediante" cioè pigra di sentimenti, troppo poco abituata a dare ascolto alle emozioni.
R.: In fondo il  Trott le ha insegnato a conoscere il vino, come coltivarlo. Le ha insegnato un lavoro e questo è un aspetto positivo della loro relazione.
E. : Il rapporto con la madre è un po’ controverso.
CB : il marito si rivaluta molto, alla fine lascia un’immagine di sé più intensa. Lei ha trascorso parte della sua vita a fare la “principessa” e quando decide di essere libera si immerge nel lavoro duro e sodo della tenuta “La bandita”. In realtà si esilia.
A: Non c’è un buono che fa cose giuste e il cattivo che fa cose cattive.
Va anche letto nel periodo storico in cui è ambientato.
E. : Secondo me marito e moglie si equivalgono: provengono dallo stesso ambiente. assumono gli stessi comportamenti  e  trovano in seguito due persone molto diverse da sè: una prostituta e un libertino.

martedì 20 dicembre 2011

La metà di niente di Catherine Dunne

martedì 20 dicembre, ore 20,30

La metà di niente
di Catherine Dunne
Guanda


Trama: Una mattina come tante nella cucina in disordine, nell'aria pungente di una Dublino ancora addormentata. Una mattina come altre quella in cui Ben decide di dire addio alla moglie Rose, ai suoi tre figli e a vent'anni di vita assieme. Rose non parla, non reagisce, non sa nemmeno cosa provare. Con questa scena si apre "La metà di niente", il felice romanzo d'esordio di Catherine Dunne, il diario lucido e drammatico di una donna che, di punto in bianco, si trova sola, senza soldi e con una famiglia da mantenere. Come in un album di fotografie, la nuova vita di Rose si alterna a flashback della vita passata, dei suoi sogni giovanili, delle sue illusioni romantiche sul matrimonio. Ma tra lacrime e disperazione, tra rabbia e sensi di colpa, Rose diventa forte.

Citazione: "Ogni giorno ha la sua pena, quanto basta per arrivare a sera"

G.F.: non è un grande romanzo, più che la metà di niente avrei detto il doppio di niente. Il genere non mi interessa.
M.: A me piace la qualità con cui struttura i romanzi. Si tratta del primo libro: poi la scrittura nei succeccivi diventa più matura ed articolata.
Il libro è stato citato da Veronica Lario, nella famosa lettera a Berlusconi, nella quale lei si è paragonata alla protagonista.
C.: Sì, ma nel suo caso alla pena del naufragio di un matrimonio, non si sono aggiunte le preoccupazioni economiche, per la sua sopravvivenza e per quella dei figli. Rose è stata chiamata a reagire subito.
G.: “L’amore o quasi “ è il seguito.
P.: Forse per la scrittrice il marito è l'antagonista del romanzo.
F. : Forse bisognerebbe sapere di più.
C.: Si prova piacere ad apprendere che al marito, a partire dalla relazione con l'amante, gli vanno tutte storte. Non è un gran persona. Neppure come padre.
G.: E' la visione di una donna combattiva che ha un tratto maschile molto forte. E' la storia di un cambiamento interiore che ho visto in moltissime donne. Donne che hanno fatto fatica e hanno trovato un sacco di risorse. Quello che cambia le persone è la capacità di scegliere. Nel matrimonio c’è stata accettazione e poca possibilità di scegliere. La scelta consapevole avviene quando più che la fine di una relazione vi è la fine di una condizione, di una sudditanza.
F.: Per il cambiamento ci deve essere un motivo scatenante. Non siamo facili ai cambiamenti.
G.: Nei momenti di crisi fai un salto in avanti.
C.: E' nel dolore che si cresce, ahimè.
E. : Ha toccato vari punti ma non è andata oltre. Ho preferito “ Se stasera siamo qui” mi ha dato la sensazione che le donne si conoscono poco. Le donne mi sembrano sempre non complete, scivolano sempre sulla strada dell’altra. Donne che non si conoscono, che si ritrovano sempre a chiedere a qualcuno dove sono. Forse dovremmo essere educate a conoscerci di più e a fare delle scelte per noi.
C.: Mi ha ricordato "Una donna spezzata" della Simone de Beauvoir. La lettura di quel libro mi aveva messo una grande angoscia, che qui non ho provato. Le protagoniste sono caratterialmente diverse. Rose sa riscattarsi dalla perdita del marito e non si lascia sopraffare dal dolore e dalla delusione, che pur c'è.
P.: Ricorda vagamente le scrittrici Sud-Americane: Isabel Allende per esempio.