"Ci sono libri che si posseggono da vent'anni senza leggerli, che si tengono sempre vicini, che uno si porta con sè di città in città, di paese in paese, imballati con cura, anche se abbiamo pochissimo posto, e forse li sfogliamo al momento di toglierli dal baule; tuttavia ci guardiamo bene dal leggerne per intero anche una sola frase. Poi, dopo vent'anni, viene il momento in cui d'improvviso, quasi per una fortissima coercizione, non si può fare a meno di leggere uno di questi libri di un fiato, da capo a fondo: è come una rivelazione."

Elias Canetti

«Un classico è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire»

(I. Calvino, Perché leggere i classici, def. 6)

lunedì 24 novembre 2025

Incontro con Giorgia Protti

 




Incontro con l'autore: Giorgia Protti

Autrice de La giusta distanza dal male

Giorgia Protti è medico internista e scrittrice. La giusta distanza dal male è il suo libro d’esordio, nato quasi per caso ma maturato attraverso anni di lavoro in pronto soccorso e una lunga riflessione sul dolore, sull’empatia e sul limite umano.

Giorgia, sei medico ma dici che la scrittura viene prima della medicina. In che senso?

La scrittura è sempre stata una necessità primaria. Sono diventata medico anche grazie a genitori di grande buon senso che mi hanno convinta a iscrivermi a medicina, ma la scrittura c’era prima ed è sempre rimasta. La medicina è diventata poi una parte fondamentale della mia vita, ma non ha mai sostituito il bisogno di raccontare e di interrogarmi attraverso le parole.

Quanto c’è di te nella protagonista del libro?

C’è una trasfigurazione narrativa. Il sistema sanitario italiano, il pronto soccorso, gli episodi raccontati sono ispirati a casi reali, ma nulla è sovrapponibile alla realtà dei fatti. Non volevo scrivere una biografia. La narrativa mi ha permesso di colorire, deformare, arricchire l’esperienza, mantenendo però una verità emotiva.

Il pronto soccorso è al centro del romanzo. Che cosa ti ha colpita di più di quell’esperienza?

Il carico emotivo e il contatto umano. I pazienti spesso chiedono “perché?”, ma la medicina non è una scienza esatta. In pronto soccorso regna il caos: molte volte non sappiamo davvero cosa abbia una persona, ci limitiamo a escludere il peggio. Altre volte i pazienti non hanno bisogno di una diagnosi, ma di ascolto, perché soffrono di disagio psichiatrico o semplicemente perché non hanno un posto dove dormire.

Nel libro compare Lucifero, una figura molto particolare.

Non è il Lucifero biblico. È una sorta di compagno, un confidente: qualcuno con cui bere una birra o fumare una sigaretta a fine turno. Rimane una figura tentatrice, ma anche profondamente umana. Ho scelto il surreale perché inserire elementi irreali in un contesto di iperrealismo, come il pronto soccorso, mi permetteva di dire cose che altrimenti non sarei riuscita a dire.

Come è nato il libro?

È nato alla fine di un turno in pronto soccorso. Una sera, uscendo, ho sentito uno sfrigolio, qualcosa che mi ha fatto scattare una domanda. Da lì è iniziato tutto, quasi senza che me ne rendessi conto.

Il romanzo affronta anche il tuo lato più oscuro.

Sì. Attraverso la protagonista ho personificato tutte le domande che non volevo pormi. È stata una catarsi. Dare una forma al male, al dubbio, al senso di colpa mi ha permesso di guardarli senza esserne travolta.

“La giusta distanza dal male” sembra ruotare intorno all’empatia.

L’empatia è mettere a disposizione le proprie emozioni nella relazione di cura, sapendo che quello che offri torna indietro come un boomerang. Il problema è la gestione di queste emozioni. L’empatia rischia sempre di cadere nell’immedesimazione totale, e lì ci si perde.

Hai trovato una soluzione?

No, una risposta definitiva non l’ho trovata. Alcuni colleghi mantengono una distanza fisica ed emotiva; io non me la sento, perché spesso quella distanza diventa mancanza di comunicazione. Non esistono corsi per insegnare questo equilibrio: c’è la pratica clinica e c’è la condivisione umana. L’empatia non si impara davvero, si attraversa.

Quanto pesa il dolore, soprattutto la morte?

Pesa moltissimo. Si accumulano lutti, dosi di malessere e di dolore che non sempre sono capace di gestire. Anche tra colleghi c’è condivisione, ma non esiste una soluzione comune.

Nel libro emerge anche una forte critica al sistema sanitario.

Ci sono pochi investimenti perché la sanità non è remunerativa. La situazione è ormai in crisi. L’ultimo baluardo è il pronto soccorso, che non rifiuta nessuno. L’aggressività che si respira nasce dalla mancanza di risposte del sistema: sono due rancori che si incontrano, quello dei pazienti e quello degli operatori, entrambi figli dello stesso malfunzionamento.

C’è anche una riflessione spirituale.

Sono agnostica, ma faccio fatica a pensare che tutto sia puramente deterministico. Incontro il male spesso, senza giustificazione e senza preavviso. Questo mi ha portata a una spiritualità più laica, che passa anche dalle relazioni umane.

Come hanno reagito i tuoi colleghi al libro?

Ho ricevuto molti riscontri positivi, anche da chi fa altre professioni sanitarie. Spesso mi dicono: “Le stesse cose che provi tu le proviamo anche noi”. Credo che un rapporto di cura basato sulla condivisione porti a risultati migliori, anche se per molti è stato interessante trovarsi, per una volta, dall’altra parte della scrivania.

Il percorso di scrittura è stato intenso.

Molto. Il libro è stato “partorito” in nove mesi di solo lavoro e scrittura. A un certo punto ho rassegnato le dimissioni. Poi è arrivata la proposta di Einaudi. Non sapevo se avrei continuato in pronto soccorso, ma mi mancava. Ho ricominciato in una struttura più piccola e anche la gestione del dolore e dell’empatia è migliorata. La giusta distanza, però, non l’ho ancora trovata.

Quali sono le tue letture di riferimento?

Bulgakov, soprattutto Memorie di un giovane medico e Il Maestro e Margherita, per la figura ironica e potente di Voland. Poi Stefano Benni, Tiziano Scarpa per il linguaggio, Pennac, Carver per l’essenzialità dei racconti. Mi affascinano le figure letterarie del diavolo, da Faust in poi: dolore e disperazione sono territori che anche i diavoli abitano.


mercoledì 19 novembre 2025

Il Budda delle periferie di Hanif Kureishi

 

Mercoledì 19.11.2025  ore 20.30

Praticamente, si tratta di un compleanno di quelli importanti. Sono passati venticinque anni da quando la comparsa sulla scena letteraria del romanzo che avete tra le mani ha rovesciato un bel po' di preconcetti. Cinque lustri sono trascorsi da quando Hanif Kureishi, già candidato all'Oscar per la sceneggiatura di 'My Beautiful Laundrette', ci ha fatto conoscere e praticamente regalato il suo protagonista Karim, diciassettenne, ribelle, spiritoso, mezzo indiano e mezzo no, e 'vero inglese, più o meno' come lui stesso dice. 'Il Budda delle periferie', romanzo d'esordio, racconto di formazione quasi picaresco, documento sociale e politico, e praticamente essenziale abbecedario della cultura pop-rock, con la sua irriverenza e la sua sfrontatezza continua da allora a incantarci. Pochissimi romanzi - con la lettura dei quali siamo in qualche modo diventati diversi e probabilmente migliori - hanno questo potere, di conservare intatta la loro forza e la loro magia nel tempo. Se non lo avete ancora fatto, seguite le avventure e i pensieri di questo ragazzo, che vi trascineranno in un mondo che non conoscete né vi aspettate. Se lo avete già letto, incrociando di nuovo queste righe scoprirete che Karim ha ancora la scandalosa e spregiudicata libertà di allora, e che voi stessi siete cambiati, ma siete ancora quelli che eravate, 'più o meno'.

Il Confronto:

Il budda delle periferie è un libro che ha suscitato reazioni molto diverse all’interno del nostro gruppo di lettura, generando un confronto acceso e partecipato. Ambientato nella Londra degli anni Settanta, il romanzo segue il percorso di crescita di Karim, adolescente di origini indiane, alle prese con una realtà complessa fatta di mescolanze culturali, tensioni sociali, sperimentazioni personali e continue contraddizioni.

Karim è un io narrante costantemente presente, ma non sempre facile da accettare. Molti di noi hanno faticato a empatizzare con lui: è un personaggio che spesso si lascia trascinare dagli eventi, opportunista, poco coerente, incapace di assumere una posizione chiara. Proprio questa sua instabilità, però, sembra essere una scelta consapevole dell’autore, che non costruisce un eroe positivo ma un osservatore immerso nel caos della propria epoca. Più che raccontare una storia lineare, il romanzo restituisce un affresco frammentato degli anni Settanta.

Un aspetto interessante riguarda i personaggi secondari, che sembrano acquisire spessore proprio nel momento in cui escono di scena. Michel scompare e lo ritroviamo famoso, Eva la perdiamo di vista e la incontriamo nuovamente affermata come arredatrice. Al contrario, chi rimane costantemente sulla scena appare spesso meno incisivo, quasi a suggerire che il successo e la realizzazione passino attraverso l’allontanamento più che la permanenza. Questa scelta narrativa ha lasciato in alcuni lettori una sensazione di vuoto e incompiutezza, ma anche la percezione di una coerenza profonda con il clima del periodo raccontato.

Molto forte è stato il coinvolgimento emotivo nei confronti delle figure materne. In particolare, la madre di Karim, lasciata dal marito e poi anche dal figlio, rappresenta una lenta ma reale evoluzione femminile: da una posizione di dipendenza affettiva a una maggiore autonomia, anche lavorativa. Il divorzio dei genitori segna l’inizio della crisi di Karim ed è il vero punto di svolta del romanzo, aprendo una frattura che attraversa tutta la narrazione.

Il libro offre una critica ironica e spesso tagliente della borghesia radical chic e della sinistra dell’epoca. Le classi sociali si mescolano, ma senza un reale superamento delle distanze, e le lotte politiche sembrano spesso portate avanti più dalla borghesia che dal proletariato. Nulla viene completamente salvato, ma nemmeno completamente condannato. L’ironia attraversa anche i rapporti di coppia e le esperienze sessuali, che diventano simbolo degli eccessi, delle contraddizioni e delle sperimentazioni tipiche di quegli anni.

Un altro tema centrale è quello della religione vissuta come moda o strumento. Il buddhismo diventa un accessorio identitario, svuotato di profondità spirituale; l’Islam viene utilizzato dal padre di Jamila per imporre un matrimonio. Anche il richiamo all’India appare più come una tendenza culturale che come una vera ricerca interiore. In questo senso, la religione viene consumata più che vissuta, adattata alle convenienze del momento.

Diversi lettori hanno espresso disagio durante la lettura, definendo il romanzo crudo, a tratti cinico, con esperienze al limite e personaggi spesso sgradevoli. Eppure, proprio questa mancanza di conforto sembra essere uno degli elementi più autentici del libro. L’autore non offre soluzioni né percorsi di redenzione, ma restituisce la confusione, l’inquietudine e l’incompletezza di un’intera generazione.

Nel finale, Karim approda a una carriera da attore di soap opera, conclusione che alcuni hanno letto come una sconfitta, altri come una forma di adattamento. In ogni caso, il romanzo mostra una maturazione limitata ma reale, che va dai diciassette ai vent’anni, senza mai diventare pienamente risolutiva.

Nel complesso, Il budda delle periferie resta un classico del suo tempo: un libro che non cerca di piacere, ma di raccontare. Un romanzo che può lasciare insoddisfatti, infastiditi o distanti, ma che continua a parlare proprio grazie alla sua capacità di cogliere, con ironia e lucidità, le contraddizioni di un’epoca.