"Ci sono libri che si posseggono da vent'anni senza leggerli, che si tengono sempre vicini, che uno si porta con sè di città in città, di paese in paese, imballati con cura, anche se abbiamo pochissimo posto, e forse li sfogliamo al momento di toglierli dal baule; tuttavia ci guardiamo bene dal leggerne per intero anche una sola frase. Poi, dopo vent'anni, viene il momento in cui d'improvviso, quasi per una fortissima coercizione, non si può fare a meno di leggere uno di questi libri di un fiato, da capo a fondo: è come una rivelazione."

Elias Canetti

«Un classico è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire»

(I. Calvino, Perché leggere i classici, def. 6)

mercoledì 2 aprile 2025

Venivamo Tutte Per Mare - 02.04.2025

 

Libro vincitore del Prix Femina étranger 2012

Trama:

"Da anni" ha dichiarato Julie Otsuka, "volevo raccontare la storia delle migliaia di giovani donne giapponesi - le cosiddette "spose in fotografia" che giunsero in America all'inizio del Novecento. Mi ero imbattuta in tantissime storie interessanti durante la mia ricerca e volevo raccontarle tutte. Capii che non mi occorreva una protagonista. Avrei raccontato la storia dal punto di vista di un 'noi' corale, di un intero gruppo di giovani spose". Una voce forte, corale e ipnotica racconta dunque la vita straordinaria di queste donne, partite dal Giappone per andare in sposa agli immigrati giapponesi in America, a cominciare da quel primo, arduo viaggio collettivo attraverso l'oceano. È su quella nave affollata che le giovani, ignare e piene di speranza, si scambiano le fotografie dei mariti sconosciuti, immaginano insieme il futuro incerto in una terra straniera. A quei giorni pieni di trepidazione, seguirà l'arrivo a San Francisco, la prima notte di nozze, il lavoro sfibrante, la lotta per imparare una nuova lingua e capire una nuova cultura, l'esperienza del parto e della maternità, il devastante arrivo della guerra, con l'attacco di Pearl Harbour e la decisione di Franklin D. Roosevelt di considerare i cittadini americani di origine giapponese come potenziali nemici. Fin dalle prime righe, la voce collettiva inventata dall'autrice attira il lettore dentro un vortice di storie fatte di speranza, rimpianto, nostalgia, paura, dolore, fatica, orrore, incertezza, senza mai dargli tregua.

Il confronto:

L'incontro del 2 aprile 2025 si è aperto con un confronto serrato su Venivamo tutte per mare, un romanzo che ha colpito il gruppo per la sua struttura insolita e la potenza della sua narrazione collettiva.

Una scrittura "cristallina" e corale

Il libro è stato definito da molti un "piccolo gioiello". La scelta stilistica di Julie Otsuka — l'uso del "noi" che annulla l'io individuale per dare voce a un'intera generazione di donne giapponesi — ha generato un dibattito vivace. Se per alcuni lo stile è apparso a tratti "pesante" o ripetitivo a causa dell'uso insistente dell'imperfetto secondo alcuni e per altri questa scrittura cruda ed essenziale è stata la chiave per trasmettere l'essenza dei fatti, senza cedimenti al sentimentalismo.

Il trauma dello sradicamento e il "nemico" improvviso

Un punto centrale della discussione, sollevato da Luciano, è stato il parallelo storico con altre migrazioni, come quella italiana in America e Australia. Abbiamo riflettuto su come la Storia possa trasformare i vicini di casa in nemici dall'oggi al domani: dopo Pearl Harbor, i giapponesi sono stati internati nei campi di confine, diventando invisibili agli occhi degli americani. È emerso il tema del "rigurgito del colonialismo" e dell'ignoranza cieca della società circostante verso chi è diverso.

Resilienza e disillusione

Le "spose in foto" arrivavano con sogni carichi di speranza, trovando invece una realtà di estrema miseria e mariti spesso diversi dalle foto inviate. Eppure emerge una forma di affezione e resilienza: queste donne hanno costruito una vita dal nulla, facendo figli e lavorando duramente, incapaci di tornare indietro. Bruna ha sottolineato l'efficacia dell' "elenco" finale: descrive perfettamente persone sradicate che, pur organizzandosi, finiscono per svanire nel nulla, ignorate dalla cronaca ufficiale.

Bartebly lo scrivano di Herman Melville - 02.04.25

Trama:

Trama:

Bartleby, scrivano, un giorno si rifiuta di svolgere il proprio lavoro. "Preferirei di no": questa è l'unica spiegazione che concede. Bartleby semplicemente si ferma, seduto alla scrivania, al centro dell'ufficio o nella prigione di New York, e fissa il muro. Perché? Sulle motivazioni si sono interrogati filosofi e letterati, senza trovare una risposta unanime. E il fascino del piccolo capolavoro di Melville, apparso per la prima volta nel 1853 e oggi considerato uno dei più bei racconti dell'era moderna, è proprio qui, nel mistero di un uomo che nega l'accesso al proprio animo e alle proprie ragioni, mentre sfida pacificamente la rigida società di Wall Street e sconvolge equilibri e aspettative, che crollano come un castello di presunzioni senza fondamento. Bartleby è un sognatore o un disilluso? Sergio Perosa, nella limpida introduzione, ne esplica la natura, consapevole dell'impossibilità di un giudizio definitivo sulla vita e le azioni dello scrivano di Wall Street.

Il contronto:

Sempre nella stessa serata del 2 aprile 2025 il gruppo si è tuffato in un classico della letteratura mondiale: Bartleby lo scrivano. Nonostante gli anni, il testo è apparso a tutti sorprendentemente moderno.

Il "Preferirei di no" come atto politico
Il celebre rifiuto di Bartleby è stato il fulcro del dibattito. Luciano lo ha interpretato come un atto di eroismo e ribellione contro l'alienazione del lavoro e le gerarchie capitalistiche. Alcuni hanno invece proposto una lettura legata al contrasto tra il razionalismo illuminista e il mistero dell'individuo: Bartleby non è solo un "inetto" (richiamando Kafka o Svevo), ma una figura che incarna la depressione e il fallimento della società produttiva nel comprendere la sofferenza umana.

L'avvocato: siamo tutti noi?
Un'analisi molto interessante è stata fatta sulla figura del datore di lavoro. Alcuni lo hanno visto come una persona sensibile e umana, che cerca di proteggere Bartleby nonostante l'assurdità del suo comportamento. Tuttavia altri hanno sollevato un dubbio profondo: "Siamo tutti come l'avvocato", facciamo fatica ad accettare chi rompe gli schemi. Il diverso ci fa paura e il "no" di Bartleby mette in crisi le nostre certezze.

Dagli studi legali allo Smart Working
Il gruppo si è divertito a trovare parallelismi con la contemporaneità. Si è scherzato su come la resistenza di Bartleby ricordi quella di chi oggi rifiuta le nuove modalità di lavoro come lo smart working, mentre altri hanno sottolineato come le dinamiche degli studi legali milanesi descritte da Melville siano rimaste quasi identiche. La chiusura del libro, con l'immagine dell'Ufficio delle Lettere Morte, ci ha lasciato con una profonda riflessione sulla solitudine: Bartleby è l'uomo che smette di comunicare in un mondo che corre troppo forte per fermarsi ad ascoltarlo.